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Mauro Zanchi
Leggi i suoi articoliDagli algoritmi di ottimizzazione degli smartphone alle immagini prodotte da macchine per altre macchine, la produzione visiva si è spostata dalla cattura della luce alla computazione del verosimile, trasformando ogni scatto in un discorso integrato, che sfida la nostra capacità di distinguere la memoria dal calcolo statistico. L’IA riempie i vuoti della storia con la verosimiglianza, anziché con la verità filologica. In questo scarto, l’etica risiede nella trasparenza del processo, poiché il rischio è la normalizzazione algoritmica della memoria storica secondo i bias del presente. L’archeologia artificiale crea un passato che avrebbe potuto essere, agisce come un correttore entropico, che rischia di soffocare l’alterità radicale della storia sotto una coltre di perfezione sintetica. Questa dinamica si riflette nel nuovo statuto dell’artista, che attraverso il prompt inteso come atto linguistico performativo assume il ruolo di regista di eventi probabilistici. Lo spazio per la testimonianza si restringe a una funzione puramente fenomenologica, dove la traccia diventa un’eccezione nostalgica, in un mondo di immagini operative destinate solo al processamento tra macchine.
Questa tensione culmina in quello che possiamo definire l’inconscio Prime, una condizione psicografica in cui la velocità di soddisfazione del desiderio atrofizza la capacità di abitare l’attesa e il conflitto cognitivo, dove viene eliminato tutto ciò che è divergente rispetto alle medie del database. L’architettura invisibile della modernità digitale poggia su un’imponente infrastruttura di lavoro fantasma, un esercito di ombre che Agnieszka Kurant, nell’opera «Aggregated Ghost» (2020), estrae dall’anonimato delle piattaforme di micro-tasking per restituire loro una dignità visiva spettrale. Attraverso la collaborazione con il MIT, l’artista polacca ha generato un ritratto collettivo sintetico che rappresenta la nuova classe operaia del Sud del mondo, la cui fatica cognitiva è il carburante celato degli algoritmi che consideriamo autonomi. Questa denuncia dello sfruttamento capitalistico trova risonanza anche in «Behind the Screens of Amazon Mechanical Turks» (2021-25) del collettivo Meta Office, dove la visualizzazione di postazioni domestiche deserte mette a nudo la solitudine del lavoro del click. L’architettura invisibile che sostiene la presunta autonomia dei modelli generativi poggia su un’impalcatura di carne e fatica cognitiva, una moltitudine spettrale di milioni di clickworker che, nell’ombra delle interfacce digitali, annotano, filtrano e sorvegliano i flussi di dati necessari all’addestramento algoritmico. Hito Steyerl, con la sua consueta lucidità analitica e ferocia critica, scardina la narrazione tecnocratica per denunciare una condizione lavorativa che è intrinsecamente post-fordista e neocoloniale, dove l’estrazione del valore non avviene più nelle fabbriche fisiche, ma attraverso la frammentazione molecolare del micro-lavoro globale. In «Mechanical Kurds» (2025), l’artista documenta la paradossale e tragica esistenza di «turchi meccanici» che operano all’interno di un campo profughi in Kurdistan, ridotti a ingranaggi umani per il training di veicoli a guida autonoma e sistemi di visione artificiale. Qui, la teoria si fa carne e paradosso politico: la popolazione curda, privata di sovranità territoriale e politica, viene arruolata per perfezionare gli stessi droni e strumenti di sorveglianza che, con ogni probabilità, verranno impiegati per il monitoraggio e la repressione della loro stessa comunità. L’opera di Steyerl solleva così un velo sull’economia morale dell’Intelligenza Artificiale, rivelando come il capitale computazionale cannibalizzi le crisi umanitarie per alimentare i propri dataset, trasformando il rifugiato in un produttore involontario della propria sottomissione tecnologica. Questo cortocircuito post-coloniale evidenzia che l’IA è un apparato di dominio che si nutre di asimmetrie geografiche, dove il «progresso» dell’Occidente tecnologico è direttamente proporzionale all’invisibilità di una classe operaia digitale, costretta a codificare il mondo per macchine che non la riconosceranno mai se non come obiettivo sensibile. Il concetto di «Turco meccanico» viene così aggiornato al XXI secolo, non più un automa che nasconde un uomo per simulare l’intelligenza, com’era nel XVIII secolo, ma un intero sistema-mondo che nasconde masse di lavoratori sfruttati per simulare l’automazione, rendendo l’allucinazione dell’Intelligenza Artificiale un prodotto di puro, brutale, estrattivismo umano.
Se il sistema produttivo si regge sull’invisibilità del lavoratore, i sistemi di visione artificiale soffrono di una cecità selettiva altrettanto politica, analizzata da «Nouf Aljowaysir in Salaf» (2021); qui, la rimozione sistematica delle sagome umane attraverso modelli U2-Net serve a evidenziare l’incapacità delle reti GAN di riconoscere e processare culture non occidentali senza ricadere nello stereotipo. L’assenza della figura umana nelle immagini (ogni individuo appare come una sagoma bianca) diventa così un atto di resistenza contro il pregiudizio dei dataset, una cancellazione che denuncia il vuoto di rappresentazione e la violenza epistemica insita nell’addestramento delle macchine. Érik Bullot con «Cinéma Vivant» utilizza modelli text-to-image per tradurre le utopie di Saint-Pol-Roux in immagini che simulano la fotografia senza aver mai incontrato la luce e il dato indicale, realizzando un cinema potenziale rimasto intrappolato per decenni nel testo o nel linguaggio verbale. Questa capacità di generare sogni retroattivi è presente anche nelle «Chronicles of the Black Sun» di Gwenola Wagon, dove l’IA allucina un passato e un futuro prodotti dalla collisione tra ansia artistica e banalità pubblicitaria.
L’installazione «im here to learn so :))))))» (2017) di Zach Blas e Jemima Wyman agisce come un perturbante memento dell’intrappolamento algoritmico attraverso la resurrezione del chatbot Tay, meditando sulle sfide di abitare una fisicità simulata. L’indagine sulla coscienza algoritmica trova una declinazione oscura nell’opera «Shadowbanned: Punctured Sky» (2018) di Jon Rafman, dove l’esplorazione del dark web diventa metafora del declino materiale. Rafman adotta una mentalità surrealista, per riflettere su come gli algoritmi abbiano colonizzato ogni impulso della veglia attraverso immagini frenetiche, che testimoniano l’ossessione di consumare detriti digitali. In questo scenario, il lavoro dell’artista diventa un’operazione di decriptazione della nostra stessa coscienza, ora dispersa in una narrazione senza gerarchie, dove il segnale si confonde col rumore. Attraverso l’impiego di tecniche di raffinamento granulare come il fine-tuning e i protocolli LoRA, gli artisti introducono nuovi corpi, gesti inediti ed estetiche divergenti nei modelli pre-addestrati. In questo scenario di negoziazione costante con il codice, Holly Herndon e Mat Dryhurst nel progetto «xhairymutantx» scelgono di intervenire sul piano dell’addestramento primario, interrogandosi su come influenzare i dataset futuri attraverso l’autoclonazione, intesa come gesto di autodeterminazione algoritmica; qui, l’archivio cessa di essere un deposito inerte per farsi progetto dinamico, trasformando il passato in un futuro condizionale e manipolabile. Infine, Ayoung Kim in «Delivery Dancer’s Arc: Inverse» (2024) dimostra come la struttura probabilistica dell’IA possa collassare con la speculazione fisica, utilizzando l’apprendimento automatico per generare transizioni fluide che rendono porosi i contorni delle immagini. Mentre l’Intelligenza artificiale discriminatoria opera su binari prestabiliti, quella generativa apprende da sé stessa e produce esiti che sconcertano per efficacia e imperscrutabilità, in grado di trasformare gli spazi latenti e le loro dinamiche vettoriali e statistiche in meta-archivi che fungono da motori di trasformazione ontologica. In questo rapporto simbiotico, lo spazio latente emerge come un vero e proprio inconscio algoritmico, una protesi tecnologica delle nostre pulsioni e dei nostri desideri, soddisfatti con la medesima immediatezza logistica di un servizio on-demand.
Holly Herndon & Mat Dryhurst, «xhairymutantx», 2024-25
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