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Rica Cerbarano
Leggi i suoi articoliNel mezzo di una crisi globale senza precedenti, la fotografia oggi è più che viva che mai. Profondamente connessa con le dinamiche socio-politiche che regolano il mondo, la settima arte si configura come un personaggio dai mille volti: è un’arma, ma anche uno scudo; è una prova, ma anche un trabocchetto; è ovunque, ma talmente presente da risultare invisibile. Di fronte alle molteplici forme che l’immagine fotografica assume, qual è il ruolo di chi «si prende cura» della fotografia, in questo contesto di caos, ma anche di responsabilità? Per cercare di rispondere abbiamo chiesto a 10 curatori e curatrici di nazionalità stranieria: cosa vuol dire curare la fotografia oggi e quali sono le sfide principali.
Christoph Wiesner
direttore, Rencontres de la Photographie d’Arles
Essere curatore di una mostra fotografica oggi significa trovare un equilibrio tra esigenze artistiche e responsabilità etica, tenendo conto dei contesti culturali, sociali e politici in cui le immagini assumono significato. In un mondo caratterizzato da un eccesso di immagini e dalla fragilità dei modelli economici, si tratta di sostenere gli artisti, accompagnare le loro ricerche, favorire la scoperta e difendere una visione chiara di fronte ai vincoli istituzionali e finanziari. Il curatore deve anche integrare le evoluzioni tecnologiche che trasformano la fotografia, senza perdere la dimensione sensibile e materiale del mezzo. Ideare una mostra non significa accumulare opere, ma costruire un’esperienza coerente, accessibile senza essere semplificata, esigente senza essere esclusiva. La sua missione è anche quella della trasmissione di opere, idee e racconti e di offrire al pubblico gli strumenti per comprendere e interrogare il mondo. La sfida centrale è quella di preservare un pensiero critico in grado di produrre un senso duraturo.
Azu Nwagbogu
fondatore & direttore, African Artists’ Foundation/LagosPhoto Biennale
Curare la fotografia oggi è una pratica profondamente paradossale. Porta con sé la promessa della produzione di conoscenza e del coinvolgimento del pubblico, rivelando al contempo come le infrastrutture culturali spesso creino legittimità per la disinformazione, lo sfruttamento e il danno sistemico. Il compito curatoriale va oltre la rappresentazione; richiede un’attenzione costante alle relazioni di potere insite nella stessa realizzazione delle mostre. Festival, biennali e piattaforme di visibilità spesso estetizzano la violenza, traducendo realtà complesse in forme consumabili e mascherando al contempo strutture escludenti. Curare in modo responsabile richiede la consapevolezza della complicità e la volontà di reimmaginare le mostre come spazi di riflessione critica, dove la risonanza emotiva e l’indagine intellettuale convergono per destabilizzare le logiche dominanti di visibilità, geografia e convalida.
Kathrin Schönegg
responsabile della fotografia, Münchner Stadtmuseum
Nell’era dell’intelligenza artificiale generativa, la fotografia viene nuovamente sottoposta a una revisione fondamentale. Le pratiche digitali quotidiane odierne e il mezzo storico dell’immagine del XIX e XX secolo sono distanti quanto le interpretazioni dell’arte contemporanea nel campo ampliato della fotografia e delle tradizionali stampe alla gelatina d’argento. Curare la fotografia, ovvero «prendersene cura», significa mediare tra tutte le pratiche proprie del mezzo fotografico. Credo che la sfida principale sia la trasformazione delle istituzioni museali. I musei storici hanno tradizionalmente una funzione di conservazione, ricerca ed educazione. Da un lato, il nostro lavoro è ostacolato da drastici tagli alle risorse finanziarie e umane. D’altro canto, si è affermata una nuova concezione del lavoro museale, i cui formati partecipativi e inclusivi competono con la ricerca scientifica e l’educazione. Se si vuole esporre ciò che è stato realizzato in modo partecipativo, i beni artistici di valore, le collezioni storiche e la fotografia artistica contemporanea rimarranno in futuro nei depositi.
David Campany
direttore creativo, International Center of Photography
È importante che la curatela contemporanea rifletta e si confronti con ciò che accade nel mondo, ma per aprire nuove strade deve anche riconsiderare il passato e pensare al futuro. Tuttavia, la curatela (come l’arte) muore se si attiene troppo rigidamente a una serie di regole o obblighi. La curatela si verifica in molti contesti, specialmente quando parliamo di fotografia, un linguaggio che appartiene a tutti. Online, negli spazi pubblici, sulla carta stampata e negli spazi espositivi. Realizzare mostre fotografiche significa esplorare ciò che solo i musei possono offrire: un’esperienza mirata, lenta, concentrata, lontana dalle distrazioni, in cui si intensificano le relazioni tra camminare, guardare, pensare e connettersi.
Barbara Pflaum, «Mak». © Apa-Images, brandstaetter
Karolina Ziebinska
curatrice e storica della fotografia
Il lavoro di curatore consiste nel fare delle scelte e rivelare significati. Il formato espositivo è uno strumento per diffondere immagini e significati e di conseguenza per influenzare un pubblico spesso molto vasto. È un compito di grande responsabilità, soprattutto oggi, in cui è così importante trasmettere messaggi profondi, ponderati e critici. La produzione fotografica è immensa, quindi non è un compito facile, ma è meraviglioso per la quantità di fotografia interessante che esiste. È un campo molto più ampio dell’arte, anche se in parte si sovrappone a essa, quindi per me la sfida più grande risiede nella portata globale di questo linguaggio. Per svolgere bene il lavoro di curatore non basta avere un forte senso dell’immagine, una sorta di istinto, ma occorre anche una solida comprensione del contesto, che in un mondo globalizzato può essere solo parziale. Ecco perché è così importante ascoltare attentamente i fotografi o leggere con attenzione i documenti storici: ci avvicina molto alla comprensione del contesto. Grazie a questo, possiamo comunicarlo al pubblico in modo più efficace. Come curatori, siamo solo intermediari di significati e immagini.
Tanvi Mishra
curatrice, scrittrice ed educatrice
La curatela offre la possibilità di costruire partendo dalla vicinanza. Posizionando le opere in prossimità l’una dell’altra, ma anche in relazione allo spazio, alla pagina o al tempo, esse hanno il potenziale per letture ampliate superiori alla somma delle loro parti. Le proposte curatoriali possono stimolare immaginazioni diverse rispetto a ciò che già esiste. Può essere simile al trovare nuovi modi di guardare alle vecchie verità, costruendo connessioni inaspettate mentre opere apparentemente disparate si influenzano a vicenda. Quando consumiamo immagini più velocemente di un battito di ciglia e scorriamo i feed senza intenzione, la sfida più grande è trovare metodi che stimolino una lettura più attenta nell’economia dell’attenzione. Come possiamo portare le persone in uno spazio, o su una pagina, con tempo e presenza, due risorse molto scarse al giorno d’oggi? Come possiamo offrire un’esperienza – sensoriale, corporea o cerebrale – che offra una sorta di riorientamento rispetto a prima del loro incontro con la proposta curatoriale?
Urs Stahel
curatore, scrittore, docente, consulente e direttore artistico, Mast di Bologna
La curatela «della» fotografia e «con la» fotografia sono pratiche ancora molto interessanti. Viviamo in un mondo in cui la finzione è diventata realtà, dove spesso realtà difficili, dure e oscure preoccupano il mondo, cioè noi stessi, i nostri amici, il pubblico. La fotografia può offrirci importanti prospettive visive e intuizioni discorsive in questa situazione. La finzione incantevole, ariosa e allegra, d’altra parte, è diventata rara. Purtroppo. Ci sono molte sfide quando si ha a che fare con la fotografia. La più grande al momento è l’intelligenza artificiale. Quando un artista la utilizza per la propria arte, la propria fotografia, può essere un arricchimento entusiasmante. Tuttavia, se un prompt può creare un’immagine IA che sembra reale, come un evento del 1926, come un documento del 1957, allora finiamo in uno stato di totale confusione. La realtà temporale reale e le medie statistiche senza tempo non possono più essere separate. Non è una buona prospettiva.
Taous Dahmani
curatrice, The Photographers’ Gallery
Curare la fotografia oggi significa essere profondamente consapevoli della capacità della fotografia di rimanere in dialogo con la realtà. Implica una scelta consapevole: se impegnarsi o meno con lo stato del mondo. Geopolitica, collasso climatico e ambientale, diritti civili, diritti delle donne, questi sono i temi urgenti che plasmano il nostro presente e la curatela non può fingere di rimanerne al di fuori. Curare oggi significa lavorare con consapevolezza, responsabilità e intenzionalità. La sfida, in un periodo di continua crisi globale, è che la cultura e le arti sono spesso trattate come priorità secondarie, rendendo sempre più difficile sostenere e difendere pratiche artistiche significative. Proprio per questo motivo è essenziale curare in modo sostenibile e olistico. C’è un’urgenza esistenziale di forme di curatela sincere, attente e profondamente umanistiche.
Mariama Attah
curatrice
Curare la fotografia oggi significa interessarsi al modo in cui ricordiamo, comprendiamo e documentiamo le prospettive, le immaginazioni e le esperienze passate, presenti e future. Significa anche colmare le lacune della storia con una serie di racconti e linguaggi visivi e sfruttare la natura collaborativa della fotografia per raggiungere questo obiettivo, pur riconoscendo le lacune che non siamo ancora in grado di colmare. La sfida principale sta nel riconoscere che l’accessibilità della fotografia è un punto di forza del mezzo, non una debolezza. Lavorare con un mezzo con cui così tante persone sentono affinità e familiarità ci offre un’ampiezza e una varietà di linguaggi visivi con cui lavorare e da trasformare in narrazioni. Questo amplia anche il numero di persone che possono vedere riflesse se stesse, le loro esperienze o i loro pensieri.
Fiona Rogers
curatrice, Fondazione V&A Parasol per le donne nella fotografia
Al V&A sempre più spesso adottiamo un approccio più ampio alla storia materiale della fotografia, collaborando con artisti e processi all’incrocio tra arte contemporanea e fotografia. Il nostro obiettivo è di mantenere un dialogo tra la collezione storica del museo e gli entusiasmanti professionisti di oggi. Credo che le sfide più grandi siano la tirannia della scelta e la responsabilità istituzionale. Con così tanti lavori di qualità e risorse limitate, può essere difficile dare la priorità al progetto giusto al momento giusto. Man mano che le istituzioni evolvono e sviluppano il loro rapporto con il pubblico, è importante prendere decisioni responsabili, incisive e rispettose in merito alla programmazione e alle collezioni, specialmente nei musei con un retaggio imperiale, come il V&A.
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