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Betty Salluce.

©Francesca Piovesan, Courtesy l'artista e Cramum Gaggenau.

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Betty Salluce.

©Francesca Piovesan, Courtesy l'artista e Cramum Gaggenau.

Quando il paesaggio diventa corpo: la nuova mostra di Betty Salluce

C’è uno sguardo che nasce dalla prossimità e rifiuta la visione d’insieme. Nella ricerca di Betty Salluce vedere significa avvicinarsi, procedere per parti, come il pipistrello che percepisce il mondo troppo da vicino per dominarlo. In «Punti di contatto - Restiamo in ascolto» il corpo entra nel paesaggio e il paesaggio si fa corpo: un’esperienza di empatia costruita sul contatto, sull’attenzione e su un’etica dello stare prossimi

Nicoletta Biglietti

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C’è un modo di vedere che nasce dalla prossimità. Non dall’insieme. Da una distanza così ridotta da costringere lo sguardo a procedere per parti.
Nella ricerca di Betty Salluce l’osservazione della natura è un atto fisico. Camminare, avvicinarsi, restare. Il corpo entra nel paesaggio come sistema di elementi autonomi: dorsali, costole, superfici. E l’ambiente, a sua volta, si offre come corpo attraversabile. Questa reciprocità costruisce uno sguardo che lavora per frammenti, per attenzione.
Temi che attraversano «Punti di contatto - Restiamo in ascolto», la mostra che dal 27 gennaio 2026 e per tutto l’anno Cramum e Gaggenau presentano nel cuore di Milano, dedicata a Betty Salluce e curata da Sabino Maria Frassà. Il progetto si inserisce nell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il programma multidisciplinare e diffuso che accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali, promuovendo il dialogo tra arte, cultura e sport.

Al centro della mostra si colloca una domanda formulata in ambito filosofico e rimasta aperta: «Com’è essere un pipistrello?» Nel 1974 Thomas Nagel la pone su «The Philosophical Review» per indicare un limite preciso. L’esperienza soggettiva dell’altro resta inaccessibile, anche quando ne conosciamo i meccanismi biologici e percettivi. Il pipistrello, pur essendo un mammifero come l’uomo, resta insieme prossimo e irriducibilmente altro: un modello concettuale per pensare l’empatia come esercizio di prossimità. Così, come il pipistrello percepisce il mondo senza poterlo comprendere in totale, anche l’artista osserva e costruisce l’immagine per parti, attraverso contatto e attenzione, senza mai pretendere di possedere l’esperienza del soggetto osservato. Da qui prende forma un’idea di empatia come esercizio di prossimità: un atteggiamento che affina l’ascolto, accetta l’opacità, lavora sul confine.
Le opere fotografiche di Salluce dialogano infatti con le nuove interfacce utente dei forni Gaggenau Expressive e Minimalistic attraverso una stessa postura progettuale. Le immagini chiedono allo sguardo di avvicinarsi, di sostare, di leggere per parti. Le interfacce rispondono alla presenza con segnali discreti: si attivano al gesto, accompagnano l’azione e  restituiscono un feedback visivo essenziale. In entrambi i casi l’esperienza nasce dalla prossimità e dall’ascolto, da una relazione che si costruisce nel tempo dell’attenzione. «Da bambina, spiega l’artista, durante i viaggi notturni, guardavo le colline illuminate solo dalla luna: in quelle linee riconoscevo profili umani, corpi distesi, presenze. Era un gioco dello sguardo, ma già allora era anche un modo per sentirmi parte di quel paesaggio. Anni dopo, mi sono accorta che quel gesto istintivo non mi aveva mai lasciata: è tornato nella mia ricerca artistica, trasformandosi in un modo di leggere la terra come un corpo e il corpo come terra a cui si appartiene».

Per la prima volta a Milano, Salluce presenta un nucleo di opere inedite in cui la fotografia viene attraversata da un intervento manuale diretto. Le immagini nascono da scatti realizzati dall’artista e successivamente rielaborati attraverso collage, accostamenti, ritagli. Su queste superfici prende forma il ricamo, che agisce come operazione di lettura e di messa in relazione. Il filo segue linee già presenti nell’immagine: dorsali, curvature, margini, fratture. Ne asseconda la morfologia. Parti del corpo umano emergono come elementi autonomi – ventagli, costolature, porzioni di schiena o di torace – e si innestano nel paesaggio senza gerarchie. Il corpo viene osservato come si osserva un terreno: per superfici, pieghe, rilievi. E il paesaggio, a sua volta, assume qualità epidermiche.

La scelta della stampa su ecopelle rafforza questa ambiguità percettiva. La superficie trattiene la luce, assorbe il grigio, restituisce un’immagine compatta, opaca, essenziale. Non simula la pelle, ne richiama la funzione – proteggere, contenere, registrare il tempo. Il ricamo incide questa superficie come un gesto lento e ripetuto, rendendo visibile un’azione che appartiene al corpo.
Il lavoro cromatico si concentra su una scala di grigi controllata e profonda. In questa gamma intermedia si depositano memoria, durata, fragilità. Le cuciture restano esposte e rendono leggibile il punto in cui l’immagine è stata attraversata e resa stabile senza cancellare la tensione che la percorre.

In queste opere il paesaggio smette di funzionare come sfondo. Diventa soggetto attivo di relazione. I corpi non si collocano davanti allo spazio per rappresentarlo: vi si conformano, ne seguono le linee, ne assumono il ritmo. La fotografia oltrepassa la propria bidimensionalità e si configura come superficie abitabile, luogo di contatto tra visione e prossimità. Il risultato è un campo condiviso in cui corpo, materia e paesaggio operano come strutture equivalenti. L’opera si allinea ai valori olimpici e paralimpici come pratiche vissute: fiducia come apertura all’incontro, rispetto come ascolto delle differenze, eccellenza come miglioramento condiviso
Perché «Punti di contatto - Restiamo in ascolto» invita a riconoscere nuove prospettive  e visioni di prossimità in uno spazio in cui l’empatia assume una forma etica: la decisione di farsi «prossimi».

Betty Salluce. ©Francesca Piovesan, Courtesy l'artista e Cramum Gaggenau.

Nicoletta Biglietti, 06 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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