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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliBologna accoglie una delle mostre più complete mai dedicate a Saul Leiter, figura appartata e visionaria della fotografia del XX secolo. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia, curata da Anne Morin e realizzata da Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography e la Saul Leiter Foundation, riunisce 126 fotografie in bianco e nero (tra stampe vintage e moderne), 40 fotografie a colori, 42 dipinti, cinque riviste originali d’epoca e un documento filmico. Un corpus imponente che restituisce la complessità di un autore capace di raccontare la New York del secondo dopoguerra con uno sguardo intimista, lontano dalla retorica della metropoli moderna e trionfante.
New York, quasi nulla
Mentre molti suoi contemporanei cercavano di catturare l’energia monumentale della città, Leiter preferiva concentrarsi sui dettagli: il vapore che sale dai tombini, un ombrello rosso sotto la pioggia, un volto intravisto dietro una vetrina appannata. Le sue immagini sono frammenti, sospensioni, allusioni. Più che documentare, suggeriscono.
La curatrice Anne Morin parla di “haiku fotografici”: composizioni brevi e intense, in cui realtà e astrazione si fondono. Leiter fotografava spesso attraverso vetri bagnati, tende, superfici riflettenti, trasformando l’ostacolo in elemento strutturale dell’immagine. L’imperfezione diventava linguaggio.
Advertisement for Miller Shoes, 1957 ©Saul Leiter Foundation
L’elogio del fuori fuoco
La mostra arriva in un momento storico in cui l’ossessione per la definizione e la nitidezza convive con un crescente desiderio di ambiguità e suggestione. In questo paradosso contemporaneo, il lavoro di Leiter appare sorprendentemente attuale.
Le sue fotografie non cercano la perfezione tecnica. Anzi, la rifuggono. Il taglio decentrato, l’inquadratura parziale, la presenza di ostacoli visivi diventano cifra stilistica. L’immagine non è mai completamente data: è un invito a guardare meglio, a immaginare ciò che resta fuori campo.
Il colore come rivoluzione silenziosa
Già nel 1948, quando il colore era ancora considerato linguaggio commerciale e marginale rispetto al bianco e nero “nobile”, Leiter iniziò a sperimentarne le potenzialità poetiche. Con tonalità vellutate e accostamenti audaci, trasformò la strada in una superficie pittorica.
Questa sensibilità cromatica attirò presto l’attenzione del mondo della moda. Leiter collaborò con testate come Harper’s Bazaar, Esquire, Elle, British Vogue, Queen e Nova, portando nella fotografia editoriale una raffinatezza visiva che sfumava i confini tra arte e committenza.
Red Curtain, 1956 ©Saul Leiter Foundation
Un pittore con la Leica
La retrospettiva bolognese mette in evidenza anche la sua identità di pittore. I 42 dipinti esposti dialogano con le fotografie, mostrando come la formazione artistica abbia influenzato il suo modo di vedere. Ogni scatto è trattato come una tela: equilibrio, composizione, stratificazione cromatica sono frutto di una sensibilità pittorica profonda. “Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica”, diceva Leiter. Eppure dietro questa apparente semplicità si nasconde un ordine segreto, una metrica precisa che ricorda il gesto rapido e consapevole di un calligrafo.
L’antidivo
Refrattario alla fama, Leiter stampò e mostrò in vita solo una parte del suo vastissimo archivio. Molti negativi rimasero inediti, rivelando dopo la sua morte un universo ancora più intimo. Nel 2018 emerse una serie di nudi in bianco e nero realizzati tra la fine degli anni Quaranta e i primi Sessanta: immagini delicate e silenziose, lontane da ogni sensazionalismo. Questo atteggiamento schivo contribuisce oggi al fascino della sua figura: un artista che ha lavorato ai margini, fedele alla propria visione, lontano dalle logiche di mercato e dall’autopromozione.
Untitled, undated ©Saul Leiter Foundation
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