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Giuseppe M. Della Fina
Leggi i suoi articoliIl Consiglio comunale era riunito, in una torrida giornata estiva, per decidere la costruzione di un tempio etrusco in piazza delle Conchiglie, una delle principali di una città immaginaria. Le motivazioni apparivano valide: incanalare in modo efficiente e moderno il traffico intorno a una rotonda e incrementare i flussi turistici a beneficio delle attività commerciali presenti sulla piazza e nei dintorni.
La scelta appariva ancora più illuminata in considerazione del fatto che la città presentava due sole attrazioni turistiche: il carcere antico e il «Pozzo degli Spiriti». Il pozzo, peraltro, non era nemmeno tale sotto il profilo storico, ma un’ampia e profonda buca aperta dallo scoppio di un magazzino clandestino di fuochi artificiali avvenuto tanti anni prima.
Il progetto era stato approvato già dalla Commissione urbanistica, ma la scelta dei consiglieri comunali non era facile, dato che nessuno di loro aveva idea di come fosse un tempio etrusco. Ne sapeva qualcosa soltanto il consigliere Ponetzki, chiamato scherzosamente addetto stampa per l’abitudine di parlare su qualunque tema, il quale aveva letto rapidamente la voce «Etruschi» nella Breve Enciclopedia del Giornalista, che portava sempre in tasca per intervenire con prontezza in qualsiasi situazione. Così si apre il romanzo Il tempio etrusco di J. Rodolfo Wilcock pubblicato nel 1973 per Rizzoli.
Lo scrittore e poeta era nato a Buenos Aires nel 1919 e risiedeva da tempo in Italia, visitata per la prima volta nel 1951 in compagnia di Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares, che, insieme a Jorge Luis Borges, erano in rapporti di amicizia con lui dal 1941-42 e ne avevano accompagnato le scelte professionali e personali.
Va ricordato che Wilcock si era laureato in ingegneria civile e aveva lavorato inizialmente per le Ferrovie argentine partecipando, tra l’altro, alla ricostruzione della linea ferroviaria Transandina.
Dal 1955, già autore di alcuni libri di poesia, iniziò a soggiornare a Roma, dove insegnò letteratura francese e inglese e scrisse per l’edizione argentina dell’«Osservatore Romano». In Italia, si stabilì definitivamente nel 1957 e iniziò a collaborare con varie riviste, tra le quali «Il Mondo» di Mario Pannunzio, e alcuni quotidiani. Come scrittore europeo, così si definiva, scelse di scrivere in lingua italiana, dato che: «più somiglia al latino, un tempo tutta l’Europa parlava latino, oggi parla dialetti del latino».
Nel 1964 Pier Paolo Pasolini lo scelse per il ruolo di Caifa nel film «Il Vangelo secondo Matteo». Nel 1975 chiese la cittadinanza italiana, che gli venne concessa post mortem nell’aprile del 1979: lo scrittore era morto nel marzo dell’anno precedente e la vicenda sembra un suo racconto. La vasta produzione letteraria di Wilcock è pubblicata, in Italia, in gran parte da Adelphi.
Torniamo alla costruzione del tempio, che si rivelò più difficile di quanto previsto dato che etruschi non si riuscivano a trovare, nonostante il Consiglio comunale avesse deliberato che la Commissione urbanistica convocasse i tre o quattro etruschi più autorevoli della città con il compito di costruire, o far costruire l’edificio.
Il consigliere Ponetzki aveva fatto presente, seppure a votazione avvenuta, che: «per una serie di circostanze troppo lunghe da elencare, la razza etrusca era completamente scomparsa». Ma non c’era stato nulla da fare: tutti gli altri consiglieri volevano lasciare la città e raggiungere la montagna o il mare prima possibile.
I componenti della Commissione urbanistica, che dovevano risolvere la questione, cercarono le soluzioni possibili: la moglie di uno tra loro consigliò di contattare alcuni turchi, in considerazione del fatto che aveva letto che gli etruschi erano venuti dalla Lidia, una regione dell’odierna Turchia. In questo passo del romanzo c’è il riferimento all’origine orientale degli Etruschi, una tesi espressa già in Erodoto e superata poi da quella della formazione proposta, per la prima volta, da Massimo Pallottino nel 1939.
Non si trovò, comunque, nessun turco disponibile e, allora, s’individuarono altre figure: Atanassim, che lavorava nella Compagnia dei telefoni, e tre giovani neri da lui conosciuti per caso. Si comprese che la squadra poteva non essere la più adatta a svolgere il compito, ma si risolse il problema affermando che l’inizio dei lavori avrebbe rappresentato: «un’opera soltanto provvisoria, precipuamente destinata a provocare, per così dire, la reazione etrusca». L’osservazione del consigliere Ponetzki era stata evidentemente sottovalutata e si preferì credere che gli etruschi fossero ancora in città o, almeno, nei dintorni.
I lavori partirono con una serie di colpi di scena, alcuni delitti efferati e, addirittura, l’arrivo dei barbari guidati da un re in sella al suo cavallo bianco. C’è infine, la madre di Atanassim, una sorta di Grande Madre, che vuole trasmettere la sua saggezza: «Non devi imporre la tua opinione, per quanto naturale sia volere imporre il proprio sentimento, perché tutte le opinioni sono combinazioni di parole, scelte a caso nel libro dei vocaboli».
Santuario del Portonaccio a Veio. Foto: MiC
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