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Angelica Kaufmann
Leggi i suoi articoliLa chiusura di Tiwani Contemporary rappresenta uno dei segnali più significativi emersi nel mercato internazionale dell'arte nel 2026. La galleria, fondata a Londra nel 2011 da Maria Varnava e diventata nel tempo una delle principali piattaforme dedicate all'arte contemporanea africana e della diaspora, ha annunciato la cessazione definitiva delle attività nella capitale britannica e la sospensione temporanea della sede di Lagos. Nella comunicazione ufficiale la galleria attribuisce la decisione a «difficoltà finanziarie», aggravate dall'aumento dei costi operativi e da un contesto particolarmente complesso per il mercato dell'arte contemporanea. Una scelta definita «estremamente dolorosa» e che arriva dopo quindici anni di attività durante i quali Tiwani ha contribuito in maniera determinante alla visibilità internazionale di numerosi artisti africani.
La vicenda assume un significato che va oltre il destino di una singola galleria. Negli ultimi anni Tiwani era diventata una presenza costante nelle principali fiere internazionali, da Frieze a Art Basel Miami Beach, da 1-54 London ad Art X Lagos, contribuendo a costruire un ponte stabile tra Africa, Europa e Stati Uniti. La galleria aveva inoltre intercettato con anticipo alcuni degli artisti che sarebbero successivamente entrati nel circuito globale, esponendo figure come Njideka Akunyili Crosby, Kapwani Kiwanga, Simone Leigh e Michaela Yearwood-Dan, oltre a rappresentare artisti come Theo Eshetu, presente quest'anno alla Biennale Arte di Venezia. La chiusura arriva in un momento particolarmente delicato per il segmento dell'arte africana contemporanea. Dopo l'entusiasmo che aveva caratterizzato il mercato tra il 2020 e il 2022, culminato con risultati record e una crescente attenzione da parte di collezionisti e istituzioni, il settore sta vivendo una fase di raffreddamento. Il volume complessivo delle vendite all'asta di artisti africani rimane infatti ben al di sotto del picco raggiunto nel 2022, quando il mercato aveva superato i 116 milioni di dollari.
Il caso Tiwani si inserisce inoltre in un quadro più ampio che sta interessando l'intero ecosistema delle gallerie. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati i segnali di fragilità anche tra operatori storici e consolidati, dalla chiusura di Air de Paris alle difficoltà finanziarie di alcune realtà londinesi e statunitensi. L'aumento dei costi di gestione, la pressione esercitata dalle fiere internazionali, la concentrazione della domanda su un numero limitato di artisti e la crescente polarizzazione del mercato stanno mettendo sotto pressione soprattutto le gallerie di medie dimensioni. Paradossalmente, la chiusura di Tiwani arriva proprio mentre l'arte africana continua a occupare una posizione centrale nel discorso curatoriale internazionale. La presenza di artisti africani nelle biennali, nei musei e nelle grandi mostre istituzionali rimane elevata. Ciò che appare in trasformazione è piuttosto il modello economico che aveva sostenuto questa crescita negli ultimi anni. La vicenda evidenzia una distinzione sempre più evidente tra riconoscimento culturale e sostenibilità commerciale. La domanda istituzionale continua a essere forte, ma non sempre si traduce in un mercato sufficientemente ampio da sostenere strutture indipendenti impegnate in programmi di ricerca a lungo termine.
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