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Umberto Allemandi in redazione: un bel titolo è importante come la correzione di bozze

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Umberto Allemandi in redazione: un bel titolo è importante come la correzione di bozze

Umberto Allemandi, facendo la cronaca ha fatto anche la storia

«Un giornale deve servire. Un giornale serve per sapere. Sapere serve per capire. Capire serve per decidere». Così scriveva nel primo numero di «Il Giornale dell’Arte»

Claudio Strinati

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Quando Umberto Allemandi all’inizio degli anni Ottanta concepisce una sigla editoriale sua, che porterà subito a «Il Giornale dell’Arte», è da tempo l’editore esperto e competente che ha avuto un’intuizione formidabile, degna di un Bobi Bazlen redivivo.

Si è appena conclusa la grande stagione delle pubblicazioni divulgative e popolari, sviluppatasi tra gli anni Sessanta e Settanta con collane come «I diamanti dell’arte» (Sadea Sansoni), «I Maestri del Colore» (Fabbri), «I Classici dell’arte» (Rizzoli) e Umberto Allemandi aveva avuto nel frattempo esperienze notevoli con Armando Testa e con Giulio e Alberto Bolaffi per «Bolaffi Arte», giganti della creatività e della disciplina catalogatoria. Queste doti Allemandi ce le aveva, quanto e più di chiunque altro. Così adesso toccava a lui, a partire da un semplice principio ormai ben metabolizzato nella nostra cultura: le nozioni sono notizie o, per meglio dire, possono e debbono essere trattate come tali. Così, nel 1983, esce il primo numero de «Il Giornale dell’Arte» edito da Allemandi e subito appaiono le collane editoriali che non possono non affiancarne la logica da cui è nato, prima fra tutte gli «Archivi di Arte Antica». Il sobrio e riservato spirito piemontese che lo caratterizza non fornisce spiegazioni o formule teoretiche che illuminino sulla genesi di questa strepitosa novità.

«Il Giornale dell’Arte» si chiama giornale ma è mensile e va bene così, perché con il tempo diventerà talmente fitto e strapieno che ce lo possiamo leggere con calma nel corso di un mese. Dentro c’è tutto e a pari livello: la storia e la cronaca, le novità sull’amministrazione e sulla gestione, le storie delle persone del mestiere, siano artisti, curatori, galleristi, antiquari, studiosi e critici militanti. Così «Il Giornale dell’Arte» facendo la cronaca fa anche la storia.

Allemandi questa idea di totalità se l’è proprio inventata lui anche se era di fatto nell’aria. Ho pensato spesso che l’avesse già nel cognome se lo leggiamo in tedesco, malgrado la sua cultura sia più francese e anglosassone. Però un potenziale germanico è strutturale nelle sue strategie di rigore inflessibile e volontà ferrea nell’imporre il proprio criterio, che è poi quello di lasciare la più totale libertà ai collaboratori una volta scelti da quella mano di ferro nel guanto di velluto. Insomma in tedesco Allemandi si potrebbe dire, più o meno, «Alle Männer», cioè «tutti quanti!». Tutti quelli che dice Umberto, beninteso. In effetti è sbalorditivo pensare come quest’uomo discreto e pacato, quieto e riflessivo e nel contempo pieno di fervori impetuosi e di accensioni emotive, abbia costituito napoleonicamente un vero e proprio esercito che ha governato senza emanare ordini, ma dando direttive perentorie valide una volta per tutte e su cui non si torna più.

La macchina funziona e l’uscita de «Il Giornale dell’Arte» è sempre attesa. Quella montagna di carta costituita dal giornale vero e proprio e da una miriade di allegati, speciali e itinerari mi ricorda ancora oggi una cerimonia che, da quando l’elettronica domina le nostre vite, ha perso un po’ di senso ed è quella del personaggio indaffaratissimo a causa della sua alta posizione sociale che entra in ufficio o in azienda portando sotto braccio la mazzetta dei giornali che poi sfoglierà rapidamente cogliendo subito l’essenziale. «Il Giornale dell’Arte» non è un giornale, è la mazzetta dei giornali. Perché ci devi trovare tutto, meno l’apriorismo politico e l’arma del ricatto, che non giovano e non interessano al saggio e divertito lettore di quest’organo di stampa. Allemandi l’ha stabilito una volta per tutte ed è notevole osservare adesso come «Il Giornale dell’Arte» sia una specie di Minerva nata dalla testa di Giove perfettamente armata e compiuta. 

Umberto Allemandi è stato un dispensatore di desideri e il giornale lo è diventato da subito ma non è l’equivalente di un giornale sportivo, che leggono solo i tifosi.

Claudio Strinati, 09 gennaio 2025 | © Riproduzione riservata

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