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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliLa partecipazione del Sudafrica alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (dal 9 maggio al 22 novembre) è improvvisamente finita al centro di una controversia che intreccia arte, politica e libertà di espressione. Come riportato sul sito internet del settimanale locale, «Daily Maverick», il ministro dello Sport, delle Arti e della Cultura Gayton McKenzie ha infatti deciso di ritirare l’opera scelta per il Padiglione nazionale, mettendo seriamente a rischio la presenza del Paese alla rassegna veneziana, il cui termine per la consegna dei progetti era fissato al 10 gennaio.
L’opera in questione è «Elegy» di Gabrielle Goliath (1983), artista sudafricana di riconosciuto prestigio internazionale e vincitrice nel 2019 dello Standard Bank Young Artist Award, selezionata all’unanimità come unica rappresentante nazionale al termine di una open call durata due mesi. Il progetto curatoriale, guidato da Ingrid Masondo con James Macdonald, si inserisce in un percorso decennale di Goliath dedicato al lutto, alla memoria e alla violenza sistemica.
L’opera mette in relazione tre contesti storici e geografici: il femminicidio e le uccisioni di persone Lgbtqi+ in Sudafrica, il genocidio degli Ovaherero e dei Nama perpetrato dalle forze coloniali tedesche in Namibia all’inizio del Novecento, e la morte di decine di migliaia di donne e bambini a Gaza a partire dall’ottobre 2023. Quest’ultima sezione include anche un poema commemorativo dedicato alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa durante i bombardamenti israeliani.
È proprio il riferimento a Gaza ad aver provocato l’intervento censorio del ministro. In una lettera del 22 dicembre indirizzata ad Art Periodic, l’ente incaricato dell’organizzazione del Padiglione, McKenzie ha chiesto una modifica della direzione artistica, minacciando in caso contrario il ritiro del sostegno governativo. Ha definito il contenuto «altamente divisivo» e legato a un conflitto internazionale in corso, evitando di utilizzare il termine «genocidio», riconosciuto invece da una commissione indipendente delle Nazioni Unite nel settembre 2025.
La risposta di Goliath e del team curatoriale, datata 4 gennaio, ha denunciato l’atteggiamento del Ministro come un abuso di potere e una violazione del diritto costituzionale alla libertà di espressione, rivendicando il ruolo dell’arte come spazio di elaborazione critica e empatica delle crisi contemporanee. Ma, due giorni prima, McKenzie aveva già deciso di interrompere il rapporto con Art Periodic, affermando che il Sudafrica non poteva sostenere un’opera percepita come un attacco politico a Israele.
La decisione ha suscitato forti reazioni anche all’interno delle istituzioni: un funzionario del Dipartimento delle Relazioni Internazionali ha definito «falsa ed equiparabile al nonsense» l’argomentazione del Ministro, ricordando il ruolo attivo del Sudafrica nel ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia contro Israele. Un episodio che solleva interrogativi profondi sul rapporto tra politica culturale, diplomazia e autonomia dell’arte contemporanea.
Cecilia Paccagnella
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