Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Nicola Zanella
Leggi i suoi articoliMaurizio Zanella, fondatore di Ca’ del Bosco (ossia il faro delle bollicine Made in Italy), ha creato nella sua cantina in Francia Corta un parco sculture, rigorosamente site-specifc. La prima opera, di Arnaldo Pomodoro, è stata “piantata” nel 1987 e da allora la collezione non ha mai smesso di crescere e di aggiungere opere che vivono tra le vigne. Una passione personale portata avanti in prima persona si è evoluta in un premio strutturato attorno a una giuria prestigiosa: il Premio Scultura Ca’ del Bosco, giunto alla seconda edizione.
Si è appena conclusa la seconda edizione del Premio Scultura Ca’ del Bosco, con la vittoria dell’opera Fundamenta di Binta Diaw. Cosa ci dice di questa edizione e che cosa l’ha colpita dell’opera vincitrice?
Questa seconda edizione, che portiamo avanti con grandissimo entusiasmo insieme agli amici di Venetian Heritage, ha confermato esattamente quello che speravamo quando abbiamo lanciato il premio nel 2023: i giovani artisti under 40 in Italia hanno una forza e una testa pazzesche. Se la prima volta siamo rimasti incantati dal bellissimo tracciato al neon di Irene Coppola, quest’anno Binta Diaw ci ha davvero conquistati. Di Fundamenta mi ha colpito subito la potenza visiva, ma soprattutto il concetto che c’è dietro. È un lavoro imponente, una struttura in ferro alta circa cinque metri che richiama le radici delle mangrovie, portando con sé una riflessione fortissima sulla resilienza e la natura. Ma la cosa che mi ha toccato il cuore è il titolo stesso: le fondamenta. Per noi che facciamo vino, le fondamenta non sono fatte solo di cemento, pali di vigne o ettari di terra. Le nostre vere fondamenta sono invisibili e immateriali: sono il lavoro, la famiglia, la continuità dei valori. E poi c’è una coincidenza romantica, quasi magica: Binta ha scelto di far produrre la scultura alla storica fonderia Fratelli Bonisoli di Milano, che è la stessa identica azienda che in passato ha lavorato proprio con il grande Arnaldo Pomodoro. Trovarci tra le mani questa continuità materiale e simbolica con la nostra storia ci ha fatto capire che l’opera era semplicemente perfetta per Ca’ del Bosco.
Il cancello di Arnaldo Pomodoro
La strada è stata lunga, la prima scultura l’ha acquistata nel 1986, come si è arrivati al premio e com’è strutturata la Collezione permanente Ca’ del Bosco costruita in questi anni.
Se guardo indietro la strada è stata lunga, ma vissuta in modo incredibilmente naturale. Non ho mai acquistato un’opera per poi posizionarla in Ca’ del Bosco. Sono sempre partito da un dialogo con l’artista che mi appassionava. Tutto è cominciato nei primi anni ’80, quando chiesi ad Arnaldo Pomodoro di immaginare qualcosa per noi. La progettazione si è conclusa nel 1987, mentre il Cancello Solare ha preso forma nel 1993: quel grandioso cerchio di bronzo di 5 metri che oggi accoglie chiunque varchi la nostra soglia. Rappresenta un enorme sole, perché è proprio dal sole che arriva il vero nutrimento per la terra e per i nostri grappoli. Da quel momento non ci siamo più fermati. Abbiamo trasformato la tenuta in una specie di galleria a cielo aperto, ma ci tengo a precisarlo: in Ca’ del Bosco non esiste una collezione nel senso freddo o museale del termine. Non vado in giro a comprare sculture già fatte da appendere a un muro o da piazzare in un angolo. Io pretendo che gli artisti vengano qui, camminino tra i filari, respirino l’aria di Franciacorta e creino qualcosa di site-specific, pensato unicamente per dialogare con questo pezzo di terra. Al Premio si è arrivati seguendo un’evoluzione naturale: dopo cinquant’anni di strada vissuta con questo spirito, sentivo il bisogno di dare una forma istituzionale a questa nostra passione per il mecenatismo, scommettendo sulle nuove generazioni.
La cosa più divertente dei suoi racconti sono le famose negoziazioni con gli artisti, vogliamo condividere qualche aneddoto con i lettori?
Trattare con gli artisti è un’avventura pazzesca, un’arte che somiglia molto a quella di fare il vino. Parliamo di spiriti liberi, teste geniali e spesso del tutto spiazzanti. Ad esempio, Stefano Bombardieri e il suo famosissimo rinoceronte, Il peso del tempo sospeso. Quando la gente cammina nella zona di vinificazione e si ritrova questo bestione a grandezza naturale appeso al soffitto, rimane letteralmente a bocca aperta. È un colpo di genio disorientante. La cosa fantastica è che Stefano ha imparato i segreti strutturali per costruire animali di quelle dimensioni lavorando da ragazzo a Gardaland, costruendo balene e mostri marini per il parco divertimenti! Ha portato quella spettacolarità e quell’ironia da noi, facendoci riflettere sulla sospensione del tempo. Oppure il Collettivo di Cracking Art e ai loro Blue Guardians. Avevo chiesto loro di pensare a un animale che potesse integrarsi nel nostro ecosistema di boschi e vigne. Hanno realizzato questi lupi giganti dall’aria quasi sacerdotale e con un sorrisetto accennato, ironico. Quando si è trattato di decidere il colore, abbiamo scelto insieme un blu elettrico fortissimo proprio perché volevamo creare una netta rottura visiva, uno shock cromatico che staccasse completamente dai toni verdi e marroni della nostra natura. Con personaggi così non si parla mai di semplici contratti, ma di scintille e scontri di visioni.
L’opera di Carcking Art
Progetti futuri: come vede l’evolversi della collezione?
Il Premio Scultura nasce con cadenza biennale. La seconda edizione, quella in corso, copre il biennio 2025-2026. L’idea è di continuare ad accogliere nuove opere all’aperto, sempre con grande rispetto, senza mai affollare o snaturare il paesaggio. C’è anche un aspetto che molti dimenticano: la nostra idea di arte non si ferma alla scultura. Già alla fine degli anni Ottanta ho iniziato a invitare in cantina alcuni tra i più grandi fotografi del mondo – maestri assoluti come Helmut Newton, William Klein, Franco Fontana o Don McCullin. Ho dato loro totale libertà di interpretare la nostra realtà. Quell’avventura è diventata una mostra splendida alla Triennale di Milano e un libro edito da Skira, 11 fotografi 1 vino. Per me la fotografia è a tutti gli effetti il terzo pilastro culturale di Ca’ del Bosco. Il futuro della nostra collezione sarà questo: far dialogare la materia della scultura con la luce della fotografia e l’architettura, tenendo sempre come bussola la sostenibilità ambientale, che è al centro del nostro Manifesto e del nostro modo di vivere la terra.
Perché secondo lei così tante cantine stanno puntando sull’arte e qual è il valore aggiunto dell’incontro tra l’arte e Ca’ del Bosco?
Oggi sì, l’arte in cantina va molto di moda. Tanti ci puntano, ma purtroppo a volte si riduce tutto a un’operazione di marketing, a una verniciata di cultura per fare facciata o arredare uno spazio degustazione. Per me il legame vero è molto più profondo e antico: sia il grande vino che l’arte celebrano l’immaginazione, la terra, il lavoro dell’uomo e il piacere puro dei sensi. Il vino non è un oggetto inerte da adorare sotto una teca di vetro; è qualcosa di vivo, tridimensionale, che ti tocca la vista, il naso, la bocca. La scultura fa esattamente la stessa cosa: occupa lo spazio, ha corpo, stimola l’occhio e i sensi. Il vero valore aggiunto di Ca’ del Bosco è che qui l’arte non è separata dal lavoro quotidiano. Le nostre opere vivono all’aperto sotto il sole e la pioggia, cambiano pelle con la luce delle stagioni, stanno in mezzo alla campagna. Mimmo Paladino, con il suo Testimone in pietra, è piazzato proprio lì nelle ombre della cantina a vigilare sulle bottiglie che riposano sui lieviti. E l’opera di Irene Coppola, handandland, è una spirale di luce al neon che corre lungo il portico dove i trattori scaricano i grappoli durante la vendemmia. L’arte la respiriamo mentre lavoriamo. Ci ricorda ogni singolo giorno che siamo artigiani moderni e che quello che creiamo e mettiamo in bottiglia dev’essere, a ogni singola vendemmia, un piccolo capolavoro.
Altri articoli dell'autore
A Palazzo Bonvicini, tra nuovi modelli di mecenatismo internazionale, Didier Guillon racconta la Fondation Valmont: un progetto che va dalle mostre alla meditazione, dalle residenze al cinema, al sostegno alle pratiche artigianali
Imprenditore dell’intelligenza artificiale riflette sul rapporto tra arte contemporanea, cultura pop e nuovi modelli di mecenatismo, tra social network, videogame e sperimentazioni espositive a Torino
Docente all’Università Cattolica di Milano, studia da oltre un decennio l’impatto dell’arte sulle imprese. Non solo collezioni e sponsorizzazioni: l’arte, spiega, può incidere sui processi decisionali, rafforzare etica e inclusione, aprire spazi di dialogo con comunità e territori
Andrea Martinucci firma nello stabilimento di Calenzano il secondo capitolo di «Produrre Futuro», il progetto di Aidaf per portare l’arte nelle aziende. Il racconto di Marina Nissim



