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Luana De Micco
Leggi i suoi articoli(Le-Puy-Sainte-Réparade) Nei suoi dipinti l’immagine non documenta, evoca. I contorni sono sfumati, gli spazi rarefatti, le figure enigmatiche, spesso colte in momenti di pausa o attesa. Dopo aver esposto una serie di lavori alla galleria parigina Bremond Capela a inizio anno, Valdrin Thaqi, giovane artista kosovaro (nato nel 1994 a Skënderaj), esponente della figurazione contemporanea, presenta ora il suo nuovo progetto dal titolo «Cautionary Tales» alla Richard Rogers Gallery, presso il centro d’arte provenzale Château La Coste. Il percorso è visitabile fino al 19 aprile. Valdrin Thaqi vive e lavora tra Berlino e Pristina. La sua pratica pittorica, di un realismo sospeso tra realtà e visione, indaga la memoria e l’esperienza esistenziale. Gli abbiamo chiesto di raccontarci di sé e del suo lavoro.
Cosa sta orientando in questo momento la sua ricerca?
La mia ricerca interroga la condizione umana. L'ambiente bianco ed essenziale del Richard Rogers Pavilion, con un'ampia finestra che dà sul bosco circostante, mi ha fatto subito pensare ai Cautionary Tales, quelle favole che ci venivano raccontate da bambini sui pericoli che si nascondono nei boschi. La mostra riprende la struttura della favola: ogni racconto custodisce quasi sempre un monito implicito che viene tradotto in immagini. Il mio lavoro parte da una premessa: il pericolo non è solo là fuori, ma abita dentro ciascuno di noi. Il messaggio è particolarmente esplico in «The Monster», che mostra un giovane in un atteggiamento al tempo stesso investigativo e sospettoso. Di fronte a questo quadro sono collocati due piccoli dipinti raffiguranti un guanto bianco da arciere, che rafforzano la narrazione. Il guanto precede l’arco, è un oggetto che mostra l'attesa: prepara la mano a tendere, mirare e ferire. Nelle favole, di norma, il bambino è la preda vulnerabile, mai il predatore. Qui invece il bambino è anche il potenziale artefice del danno: il sentimento di cautela permane, ma non lo avvolge per proteggerlo da ciò che potrebbe fargli del male, è piuttosto una silenziosa premonizione di ciò che un giorno lui potrebbe essere capace di fare. Ciò che guida oggi la mia ricerca è questo confine tra potenzialità e azione, quel momento sospeso in cui qualcosa di irreversibile potrebbe accadere. Nelle opere recenti, il corpo è ridotto a gesti essenziali: trattenere, attendere, consumare, esitare. Gesti primordiali ma attraversati da una forte tensione. Una mano non è mai soltanto una mano: è la consapevolezza di ciò che può fare. Una bocca non serve solo per nutrirsi: è esposizione e rifiuto. Ciò che appare inquietante non è mai pienamente visibile o esternato. Risiede nella sottile consapevolezza della capacità, dove le tradizionali divisioni morali si dissolvono e annunciano silenziosamente che il mostro non si stava avvicinando, ma era già stato appreso.
A quali tradizioni artistiche si sente più vicino?
Sono legato alla pittura classica e ai maestri antichi. L’uso meticoloso del colore e il lavoro di pennello mi appagano molto: cerco di tradurre quel tipo di pittura figurativa in un'atmosfera contemporanea attraverso il mio linguaggio personale. Per questa serie mi sono ispirato molto ai dipinti di John Singer Sargent, di cui amo la qualità del colore e delle pennellate. Poi ci sono Bruegel, Michaël Borremans, René Magritte e altri artisti, le cui opere mettono in scena situazioni apparentemente semplici attraversate da profonde ambiguità. Non saprei individuare una filiazione diretta. Parlerei piuttosto di una sensibilità condivisa verso l’immagine intesa come luogo di contemplazione. Il cinema rappresenta un'altra fonte di ispirazione fondamentale, e penso che si veda per come costruisco le immagini. Spesso penso a un dipinto come a un singolo fotogramma estratto da una sequenza più ampia, che però resta invisibile, e che porta con sé il peso di ciò che è accaduto prima e ciò che potrebbe accadere dopo.
Valdrin Thaqi, «The Chariot», 2026 © Courtesy of Bremond Capela and Valdrin Thaqi copia
Valdrin Thaqi, «TBC», 2026 © Courtesy of Bremond Capela and Valdrin Thaqi copia
Come nascono i suoi dipinti?
Per me si tratta soprattutto di creare un’atmosfera propria a ogni dipinto. È come mettere in scena una situazione apparentemente normale, in cui però figura un elemento estraneo che destabilizza l’immagine, suggerendo qualcosa che esula completamente dal contesto. Comincio tingendo la tela con un colore di mezzitoni e utilizzo la terra di Siena bruciata per la base. Lavoro principalmente con modelli, scatto delle foto e poi dipingo a partire da queste. Questa è generalmente la fase più difficile: ciò che funziona in fotografia spesso non funziona in pittura, per cui capita di dover procedere a più tentativi prima di ottenere il risultato che mi soddisfa. È un mistero: come se il dipinto avesse una volontà propria.
Quanto è stato importante il contesto storico-culturale del Kosovo nella costruzione del suo immaginario visivo?
Il Kosovo è un luogo plasmato da una ricca tradizione culturale, soprattutto nei suoi racconti popolari e nella musica. Queste narrazioni vengono tramandate di generazione in generazione nutrendo un immaginario collettivo che ha avuto un impatto profondo su di me. Anche la storia del Paese, caratterizzata da tensioni costanti e instabilità, ha inciso molto. Lavoro molto bene nel mio studio a Pristina, è come un’oasi in cui posso sognare, cosa che mi riesce più difficile nelle grandi città, dove ci sono troppi stimoli. Tra le opere che posso collegare in modo diretto al contesto del Kosovo, ci sono «Definition», una serie di dipinti su cui quale continuo a lavorare, «Memory of the World» e «Lament», lavori che nascono da incontri e dalle esperienze che hanno plasmato la mia percezione di quel periodo.
I suoi dipinti sono abitati da figure enigmatiche. Chi sono i suoi soggetti?
Le figure nei miei dipinti sono più presenze che soggetti. Sono concepite più come veicoli di stati psicologici che come rappresentazioni di persone specifiche. Anche quando dipingo persone che mi circondano o che conosco, non hanno mai a che fare con loro come individui. Fungono come punto di partenza da cui l’immagine può sviluppare una propria logica interna. Solo in pochi casi, come in «The Curse» e «Promised Land», esiste un coinvolgimento più diretto e personale. In realtà, spesso considero queste figure come degli autoritratti, e la cosa interessante è che molte persone finiscono per riconoscersi in esse. Questo mi porta a pensare che le vite che viviamo, benché modellate da circostanze differenti, condividano un terreno comune. Non so definirlo, ma certamente riguarda la natura incerta dell’essere umano; e per me la pittura è un modo per affrontare questa condizione condivisa.
Valdrin Thaqi, «Cautionary Tales» - Château La Coste © Courtesy of Bremond Capela, Château La Coste, and Valdrin Thaqi © Stéphane Aboudaram _ Wearecontent(s)
Nei suoi dipinti il tempo appare sospeso: non sappiamo se qualcosa stia per accadere o se sia appena accaduto. Cosa la attrae di questo momento «intermedio»?
È esattamente ciò che cerco: la possibilità di un evento. Spesso è un evento tragico, ma amo la tragedia e la dimensione drammatica dell'arte. Il dipinto propone una situazione, non la risolve. Lo svolgimento di ciò che è accaduto o che potrebbe accadere appartiene allo spettatore. È un invito a penetrare in quel momento esatto e decidere autonomamente che tipo di mondo si sta osservando. Ma non è sempre così. A volte realizzo opere che funzionano più come commenti o osservazioni su determinati comportamenti umani. Quasi come una satira. Un esempio è «Session nr.1». In quest'opera la donna indossa un abito elegante. Inizialmente la scena trasmette raffinatezza e dignità, ma il gesto centrale che la donna compie ribalta le aspettative: sta sputando. Trovo interessante questa frattura tra apparenza e comportamento. Un’altra prospettiva riguarda l'uso simbolico tradizionale dell’infanzia come incarnazione della speranza e promessa del futuro. Nel mio lavoro, tuttavia, questo simbolismo viene deliberatamente ribaltato. Anziché rappresentare il simbolo rassicurante di ciò che verrà, il bambino diventa il riflesso di ciò che è già fallito. Attraverso questo rovesciamento, l’immagine del bambino non evoca più l'innocenza ma la responsabilità.
Quali saranno i suoi prossimi progetti? Tornerà a esporre in Italia?
Dopo Parigi e Château La Coste, riprenderò a lavorare ad un vasto ciclo di dipinti di cui le esposizione recenti rappresentano solo una parte. Considero ogni mostra come un frammento di una narrazione più grande; i prossimi progetti si svilupperanno quindi attorno a idee già presenti nei lavori recenti, come l'esplorazione dell’esperienza umana e il ruolo dell’individuo nel panorama dell’esistenza. L’Italia è certamente un luogo in cui mi piacerebbe tornare. Attualmente sto lavorando a un progetto che spero di presentare a novembre ad Artissima, a Torino.
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