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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoliLe luci sono quelle, diafane e un po’ fredde, del Nord Europa, che entrano abbondanti da alte finestre. La palette sceglie i bianchi, i bruni e i grigi per raccontare interni dalla resa minuziosa, in cui gli esseri umani sono assenti, sorpresi di spalle o intenti a leggere, mentre gli esterni ritraggono una Copenaghen monumentale e deserta. Spesso le stanze sono abitate da strumenti musicali. Venato di una sottile inquietudine, il silenzioso e affascinante mondo del pittore danese Vilhelm Hammershøi (1864-1916) è protagonista di una grande mostra alla Kunsthaus di Zurigo, che fino al 25 ottobre indaga uno dei più suggestivi maestri del Modernismo europeo. «Vilhelm Hammershøi. L’occhio che ascolta» vede come curatori Jonas Beyer e Sandra Gianfreda ed è stata realizzata in collaborazione con il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid. Non a caso soprannominato il «Vermeer del Nord», Hammershøi fu in contatto con i principali movimenti artistici del suo tempo, tanto da evidenziare nella sua opera profonde affinità sia con James McNeill Whistler, di cui era ammiratore e con cui condivideva un approccio alla pittura basato sull’armonia cromatica e l’essenzialità compositiva, sia con Félix Vallotton, a cui lo avvicinano la palette tenue e sfumata e l’interesse per le atmosfere inquietanti, in cui gli oggetti assurgono a presenze dotate di una propria vita. Violoncellista dilettante, Hammershøi aveva numerosi musicisti tra i suoi amici e collezionisti. Abbiamo intervistato i curatori della mostra.
A che cosa si deve l’interesse in atto da diversi anni verso questo artista?
Hammershøi appare in particolare sintonia con i nostri tempi. In un’epoca definita dalla costante velocità e dal sovraccarico sensoriale, la sua estetica sobria e pacata risponde direttamente al nostro desiderio di quiete, osservazione focalizzata e rifugio. Ciò che un tempo poteva sembrare passatista (i suoi interni meticolosamente realizzati non erano certo considerati d’avanguardia ai loro tempi) forse necessitava di una distanza temporale. Solo dalla prospettiva odierna possiamo apprezzare appieno quanto Hammershøi fosse in realtà straordinariamente moderno.
Foto d'installazione «Vilhelm Hammershøi. L'occhio che ascolta», 2026, Zurigo, Kunsthaus Zürich. Foto: Franca Candrian, Kunsthaus Zürich
Vilhelm Hammershøi, «Interieur mit der Frau des Künstlers», 1901, Collezione privata
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Come avete strutturato la mostra?
Abbiamo scelto deliberatamente di non organizzarla in ordine cronologico, ma di raggruppare le opere per soggetto. Questo permette ai visitatori di concentrarsi in ciascuna delle cinque sale su un tema specifico (che si tratti di interni, ritratti o paesaggi) e di esplorare ogni genere in tutta la sua ricchezza e complessità. Questo approccio è particolarmente adatto nel caso di Hammershøi, poiché egli ha ripetutamente rivisitato gli stessi soggetti, in particolare gli interni, in variazioni sempre nuove, non solo utilizzando la ripetizione stessa per rivelare sottili differenze, ma anche perché il suo stile è rimasto pressoché invariato.
In che modo la vostra mostra si differenzia dalle altre a lui dedicate a livello internazionale, ad esempio quella recentemente presentata da Palazzo Roverella a Rovigo?
La principale differenza sta nel fatto che la nostra mostra offre una panoramica dell’opera di Hammershøi imperniata intorno a un focus specifico: l’evocazione del suono e della quiete e l’interesse dell’artista per la musica. Inoltre, con l’inclusione di opere di autori a lui precedenti (Jacobus Vrel, Gerard ter Borch, Adolph Menzel) e successivi (Michaël Borremans), creiamo un dialogo transtorico tra pittori di interni, caratterizzati da quiete e introspezione.
Quali opere esprimono al meglio il vostro approccio curatoriale e da dove provengono?
Un esempio è «Porte aperte» (1905) della Collezione David, che illustra splendidamente la musicalità con cui Hammershøi concepiva i suoi dipinti. Qui le porte, aperte in misura variabile, sembrano eseguire un balletto accuratamente coreografato. Un’altra opera degna di nota è «Interno con donna al pianoforte, Strandgade 30» (1901), proveniente da una collezione privata, dove il pianoforte ci invita a immaginare la musica nella nostra mente. Infine, «Raggio di sole nel soggiorno, III», del Nationalmuseum di Stoccolma, dà l’impressione che i mobili abbiano preso vita.