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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoliNato nella regione cilena dell’Araucanía (a circa 600 chilometri a sud di Santiago), Norton Maza (1971) ha vissuto da una parte e dall’altra dell’Atlantico, a nord e a sud del globo. Una condizione, come lui stesso dichiara, che ha determinato il suo approccio all’arte e la sua visione del mondo: «La mia traiettoria personale è segnata da contesti molto diversi: in Cile sono nato in un ambiente precario; ho vissuto a Cuba, dove ho imparato a fare con pochissimo; poi ho studiato in Francia, dove mi sono scontrato con un eccesso di risorse. Aver vissuto simultaneamente queste realtà opposte ha segnato profondamente il mio modo di lavorare».
Con mostre personali al Museo di Arte Contemporanea, alla Galleria Gabriela Mistral e al Museo Nazionale di Belle Arti di Santiago, e partecipazioni alla Manif d’Art-Biennale del Québec (2005) e alla Biennale serba di Pancevo (2004), l’universo poetico di Norton Maza si definisce per un incontro-scontro di materiali e tensioni: «Nel mio lavoro, la materialità è sempre legata a ciò che voglio comunicare. Il mio rapporto con i materiali nasce dalla precarietà, dalla necessità di inventare con pochi mezzi e ottenere risultati maggiori. Questa processualità, anche della vita, è fondamentale nella mia opera. Mi interessa il confronto: il sofisticato con il precario. Spesso l’osservatore percepisce inizialmente un’opera molto elaborata, ma avvicinandosi scopre dettagli minimi risolti con meccanismi semplici. In questo gioco d’illusione e inganno visivo, come avviene nei diorami, si genera un fascino particolare di fronte alla costituzione dell’opera».
Per la sua partecipazione alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (9 maggio-22 novembre), Norton Maza, che rappresenterà il Cile, sta lavorando a «Inter-Reality»: una grande installazione che si annuncia come un’esperienza immersiva e potente, dove l’atto di «spiare» dentro la stessa struttura ha tutto a che vedere con lo sguardo ben più che obliquo o trasversale che è necessario nell’epoca delle fake news e della post-verità: «Oggi costruiamo la nostra percezione del mondo a partire da immagini e informazioni frammentate, spesso false, dove conta più il titolo che il contenuto. “Inter-reality” nasce da questo aspetto: un’opera che gioca con la confusione tra reale e fittizio, tra creato e inventato. L’installazione propone un’esperienza che, a partire da una messa in scena contemporanea, conduce gradualmente lo spettatore verso un universo pittorico che rimanda al paesaggio romantico e barocco, filtrato da molteplici sguardi ed epoche storiche, stimolandolo a una riflessione personale su ciò che oggi intendiamo per realtà, quella inter-realtà che ci accompagna quotidianamente».
E come è propria della moltitudine la inter-realtà che ci avvolge, è lo stesso artista a definire il suo progetto come un lavoro di squadra, profondamente collettivo: insieme alle curatrici Marisa Caichiolo e Dermis León, un ruolo fondamentale lo hanno la project manager Claudia Pertuzé, i consulenti Mathias Klotz e Beatrice Di Girolamo, il capotecnico Matías Ulibarry e il compositore Iván Manuel Tapia, tra i molti altri che compongono il team: «Stiamo dando il massimo perché l’opera abbia una presenza solida e, soprattutto, una portata riflessiva. Mi interessa che lo spettatore viva un’esperienza sensoriale, di interazione».
Ma c’è un'altra questione che, leggendo lo statement del progetto, può raccontare il suo affiancarsi al tema lanciato da Koyo Kouoh: in questo caso, seguendo ancora le parole dell’artista, è il parlare al mondo da una prospettiva caratteristica dell’inventiva latinoamericana e, da qui, la possibilità dell’arte di far riflettere sulla questione della «cannibalizzazione» delle culture minoritarie o, peggio, del loro utilizzo per uno sfruttamento come merce simbolica, nel pieno delle politiche neoliberiste che affliggono il mondo: «Viviamo in una globalizzazione brutale che sta erodendo le culture minori, precarizzandole ulteriormente, continua Norton Maza. La storia dell’arte e dei musei ne è testimone, come eredità diretta dei processi di colonizzazione. Oggi, inoltre, la sovrabbondanza di informazione digitale ha indebolito la potenza dell’arte, che spesso si confonde con lo spettacolo. Il mercato tende a imporsi sulla qualità e sulla profondità delle opere. Come artista latinoamericano mi interessa affrontare temi come la deforestazione e il danno alle comunità locali, ma attraverso un approccio non letterale. Cerco di generare empatia attraverso un’esperienza poetica e simbolica: paesaggi romantici interrotti da situazioni che alludono alla devastazione».
Ecco allora che si torna alla magia dalla quale eravamo partiti: i diorami, il fuoriscala, il mix-and-match di icone e tecniche e le tecnologie contemporanee messe a punto con soluzioni low cost e quasi impercettibili, che diventano strumenti e messaggi di critica. «In fondo, conclude Norton, si tratta di non smettere di essere quel bambino cresciuto in un luogo dove tutto era precario e di mantenere viva quella memoria all’interno dell’attuale pratica artistica».
Norton Maza, «El rapto», 2016. Santiago del Cile, Museo Nacional de Bellas Artes. Foto: Norton Maza
Norton Maza, «Del paisaje y sus reinos», 2013. Santiago del Cile, Museo de Arte Contemporáneo-Mac. Foto: Jorge Brantmayer