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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliIl «caso» per Horst P. Horst non è contemplato. Ogni immagine è una formula visiva, un esercizio di proporzione. Il corpo, il tessuto, il gesto: tutto è ordinato secondo un principio rigoroso e sensuale. Perché con Horst la fotografia non è «semplice» rappresentazione. È filosofia e «armonia» insieme.
A Venezia, sull’Isola di San Giorgio, Le Stanze della Fotografia presentano fino al 5 luglio 2026 la mostra «Horst P. Horst. La Geometria della Grazia», a cura di Anne Morin in collaborazione con Denis Curti. Oltre 400 opere, metà delle quali esposte per la prima volta, tra stampe vintage, schizzi preparatori, lettere di Coco Chanel e Salvador Dalí, riviste d’epoca, sketchbook e proiezioni digitali. La mostra propone una rilettura completa del fotografo, andando oltre la sua fama di maestro della moda, restituendone la complessità e il dialogo con la cultura europea e americana del Novecento.
Nato come Horst Paul Albert Bohrmann a Weißenfels, Turingia, il 14 agosto 1906, Horst vive un’adolescenza in cui fondamentale è l’incontro con la scultura gotica tedesca, come il ritratto di pietra di Uta von Ballenstedt nella cattedrale di Naumburg. Le estati trascorse a Weimar con la zia Grete lo espongono al fermento del Bauhaus, fondato da Walter Gropius. Qui entra in contatto con studenti e artisti e scopre il principio secondo cui «il fine ultimo di tutte le arti visive è l’edificio completo» – concetto che lega arte, artigianato e tecnologia. In questo contesto incontra Eva Weidmann, studentessa del Bauhaus, che lo introduce a Isadora Duncan, alla filosofia di Nietzsche e Kierkegaard, alla rythmique di Dalcroze e alla Nacktkultur. Impara anche il Notan, concetto estetico giapponese che designa l’equilibrio tra luce e ombra e che diventerà centrale nelle sue future composizioni.
Nel 1929 Horst studia architettura a Amburgo, e poi si trasferisce a Parigi per completare la formazione nello studio di Le Corbusier. Sebbene breve, il soggiorno è decisivo. La ricerca di proporzioni secondo il «Modulor», la concezione dello spazio come «macchina per abitare» e l’idea di armonia tra corpo e architettura diventano parte del suo vocabolario visivo. Da qui nasce la precisione geometrica delle sue fotografie: tutto è calcolato, tutto è misurato. Tutto ha equilibrio. A Parigi, poi, negli anni Trenta, Horst entra nei circoli dell’intellighenzia di Montparnasse. Conosce Coco Chanel, Jean Cocteau, Elsa Schiaparelli, Marie-Laure de Noailles e George Hoyningen-Huene, che lo introduce a Vogue. Qui comincia la sua carriera fotografica, prima come assistente e poi come fotografo ufficiale dell’edizione parigina dal 1935.
Nel suo caratteristico stile di luce artificiale, pose studiate e glamour calibrato, la sua visione innovativa include lo scatto di Marlene Dietrich per «Vogue», e collaborazioni con la stessa Coco Chanel con Jean Cocteau ed Elsa Schiaparelli e Salvador Dalí; per non parlare del suo iconico ritratto del corsetto Mainbocher, che in seguito ispirò il video di Madonna Vogue.
Horst P. Horst, «Untitled»1960 circa. © Horst Estate.
«Non penso che la fotografia abbia qualcosa di remotamente a che fare con il cervello, disse. Ha a che fare con l'attrattiva visiva». La sua estetica è stata infatti anche influenzata dal surrealismo, capace di elevare la moda a dimensione eterea. Perché nel corso degli anni Horst ha ridefinito il rapporto tra oggetto e percezione, tra capi d’abbigliamento e immagine, in un linguaggio visivo tanto rigoroso ma sensuale che la sua eredità ha influenzato generazioni successive di stilisti, direttori artistici e fotografi, tra cui Robert Mapplethorpe, Bruce Weber e Herb Ritts.
Questo dialogo tra moda, arte e architettura si collega naturalmente alla sua esperienza americana. Nel 1939, percependo l’imminenza della guerra, Horst si trasferisce a New York, diventa cittadino americano e presta servizio nell’esercito. Durante la guerra lavora per riviste militari e realizza ritratti ufficiali – incluso quello del presidente Truman. Dopo il conflitto riprende il lavoro per «Vogue» e «House & Garden», ampliando il suo campo di osservazione.
Negli anni del dopoguerra esplora la natura e l’astrazione con «Patterns from Nature» (1946), raccogliendo motivi, texture e strutture naturali. Fiori, conchiglie, microrganismi. Seguendo le leggi della forma come suggerito da Goethe e Haeckel, sperimenta la ripetizione modulare e la sequenza ritmica delle immagini. Anche qui, luce, ombra e proporzione guidano la composizione. Stabilitosi poi a Oyster Bay Cove, Long Island, con Valentine Lawford, Horst continua a fotografare interni, viaggi e nature morte. Le sue «fragili vanità» mostrano l’attenzione al dettaglio e alla dimensione simbolica degli oggetti, dove l’ombra crea profondità e tensione, e il bianco e nero diventa strumento di misura e drammaturgia. Le sue composizioni combinano modernismo e classicità, ordine e gesto.
Nella sua parabola poetica, l’opera di Horst rielabora infatti riferimenti storici e culturali: da Fidia e Policleto, alla proporzione divina di Euclide e Luca Pacioli, ogni immagine è costruita come architettura visiva, in cui corpo, luce e spazio dialogano secondo principi rigorosi. E su questa scia Horst continua a lavorare fino agli anni Novanta. Morirà a Palm Beach, Florida, il 18 novembre 1999, lasciando un’eredità coerente e duratura. Perché con lui il gesto, la luce e lo spazio non sono mai stati «semplici» elementi visivi. Ma «formule di armonia» che l’hanno guidato sin dall'inizio della sua ricerca.
Horst P. Horst.