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Monica Trigona
Leggi i suoi articoli«L'intuizione, del tutto inedita, di Nancy Spector di mettere a confronto i due artisti — che si sono conosciuti in occasione del progetto, sebbene Prince ammirasse già il lavoro di Jafa e Jafa avesse in passato attinto al repertorio di Prince — evitando gerarchie o relazioni forzate tra le loro opere e chiedendo loro semplicemente di presentarle insieme, ha dato vita a una mostra e a una pubblicazione costruite per assonanze e contrappunti. Ne emerge un dialogo che permette di leggere, in retrospettiva, tanto i loro percorsi individuali quanto quello condiviso». Con queste parole Miuccia Prada introduce «Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince», la mostra ospitata dalla Fondazione Prada dal 9 maggio al 23 novembre, che mette per la prima volta in relazione Arthur Jafa e Richard Prince.
Questa dichiarazione chiarisce subito l’impostazione del progetto: non una mostra costruita su analogie forzate ma un confronto aperto, fatto di attriti, risonanze e cortocircuiti. Le opere dei due artisti convivono in uno spazio instabile, dove immagini, miti e ossessioni della cultura americana si riflettono l’uno nell’altro. Già il titolo del percorso suggerisce questa complessità. Helter Skelter è infatti un’espressione carica di riferimenti stratificati e ambigui. In origine indica una tipica giostra britannica a spirale, ma nel linguaggio colloquiale significa anche caos, disordine, perdita di controllo. Il titolo rimanda soprattutto all’omonimo brano dei Beatles, pubblicato nel 1968 nel celebre White Album. La canzone, scritta principalmente da Paul McCartney, nacque come tentativo di creare il pezzo più rumoroso, «sporco» e aggressivo possibile. Per questo è spesso considerata una delle anticipazioni dell’heavy metal: chitarre distorte, voce urlata, basso ruvido e un’energia sonora caotica che rompeva con il pop levigato dell’epoca.
Ma il brano è entrato nella storia soprattutto per la sua deriva oscura. Charles Manson interpretò infatti le canzoni del White Album come messaggi profetici che annunciavano un’imminente guerra razziale negli Stati Uniti. Convinto che i Beatles fossero i «Quattro Cavalieri dell’Apocalisse» contemporanei, Manson chiamò la presunta insurrezione proprio «Helter Skelter». Nell’estate del 1969 i membri della sua setta compirono una serie di omicidi brutali, tra cui quello dell’attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polański, allora incinta di otto mesi. Durante un altro delitto, quello dei coniugi LaBianca, la scritta (Healter Skelter) venne tracciata con il sangue delle vittime sul frigorifero della casa. È difficile immaginare un titolo più adatto per la mostra di Jafa e Prince perchè questo non evoca soltanto il caos ma parla di come la cultura popolare possa trasformarsi in paranoia, ossessione e violenza politica. Soprattutto evidenzia quanto i simboli culturali americani siano continuamente riscritti, distorti e riappropriati.
Richard Prince, «Blasting Mats» (2006)
Una delle fotografie della serie «Utitled (Girlfriends)» di Richard Prince
Le opere in mostra sono numerose e tutte meritano un’adeguata contemplazione: video, installazioni fotografiche, sculture e dipinti si susseguono in un percorso ricco e articolato. Tra queste spiccano innanzitutto le imponenti installazioni plastiche che accolgono il visitatore al piano terra, ovvero Blasting Mats di Richard Prince e Big Wheel II di Arthur Jafa. Entrambe si richiamano alla cultura automobilistica americana: la prima attraverso una stratificazione di resti di copertoni impilati, la seconda con una monumentale ruota avvolta da catene, evocando in entrambi i casi una forte carica di violenza insita nei materiali stessi.
In stretto dialogo con queste opere si colloca il video, da non perdere neanche per un minuto, Love Is the Message, The Message Is Death di Jafa, le cui immagini raccontano la vita delle persone nere sullo sfondo del razzismo sistemico e della supremazia bianca. Accanto, la nota serie Untitled (Girlfriends) di Prince presenta giovani donne ammiccanti, restituendo un immaginario di esibizionismo amatoriale sospeso tra sarcasmo e tenerezza. Di forte impatto sono anche le immagini di Entertainers, sempre di Prince, con i volti di aspiranti attori immersi nello squallido universo dei peep show di Times Square, in dialogo con la nuova scultura di Jafa Viriconium: una scenografica installazione popolata da figure eterogenee — da intellettuali a criminali — e da immagini storiche, che riflette sui temi dell’identità e dell’identificazione.
La dimensione più perturbante trova ulteriore espressione nei dipinti di Prince, in cui la serie de Kooning Paintings si configura al tempo stesso come omaggio all’artista americano e come confronto visionario con la sua eredità pittorica. Da segnalare un altro video di Jafa, akingdoncomethas, composto da frammenti legati alla comunità black della chiesa statunitense alternati a scene di incendi a Los Angeles: l’oratoria martellante e la musica gospel trasformano l’opera in un’esperienza intensamente ipnotica e spirituale.
Jafa e Prince lavorano esattamente su questo terreno ambiguo. Entrambi costruiscono le loro opere appropriandosi di immagini già esistenti: film, pubblicità, social media, videoclip, pornografia soft, cronaca, fumetti, memorabilia, cultura underground. Nessuna immagine viene considerata innocente. Tutto ciò che appartiene alla cultura visiva americana può essere smontato e rimontato per rivelarne le tensioni nascoste.
Nel caso di Jafa, questa operazione assume una forza apertamente politica. Nato nel Mississippi nel 1960, l’artista ha dedicato la propria ricerca all’esperienza Black americana e alla possibilità di tradurre nel linguaggio visivo la stessa intensità emotiva della musica afroamericana. Le sue opere combinano violenza poliziesca, spiritualità gospel, sport, memoria storica e cultura pop, creando montaggi travolgenti che alternano dolore, rabbia ed estasi. Prince, invece, esplora da decenni le mitologie della cultura bianca americana: cowboy, biker, auto elaborate, infermiere fetish, pubblicità, pornografia e umorismo volgare. Il suo sguardo resta volutamente ambiguo: critica questi immaginari ma allo stesso tempo ne è attratto. È proprio questa oscillazione continua tra denuncia e fascinazione a rendere il suo lavoro ancora oggi disturbante. La scelta di accostare i due artisti risulta quindi particolarmente efficace perché evita qualsiasi lettura semplicistica. Jafa e Prince osservano gli Stati Uniti da prospettive opposte ma complementari: il primo attraverso la storia della cultura Black e della violenza razziale; il secondo attraverso i miti della mascolinità bianca e del desiderio americano. In comune hanno un metodo quasi predatorio nei confronti delle immagini.
Non a caso la curatrice Nancy Spector richiama il modello del ready made di Marcel Duchamp. Come Duchamp trasformava oggetti comuni in arte semplicemente cambiandone il contesto, così Jafa e Prince sottraggono immagini al flusso mediatico per mostrarne la violenza implicita. Le loro opere funzionano come cavalli di Troia: immagini familiari che, una volta isolate, rivelano il lato oscuro della cultura americana. Jafa e Prince mostrano come gli Stati Uniti siano un paese costruito sulle immagini e insieme perseguitato da esse, un luogo dove ogni mito culturale contiene già il seme della propria distruzione....riflessione che, nell’America polarizzata e spettacolarizzata dell’era Donald Trump, assume inevitabilmente un’urgenza ancora più inquietante.
Arthur Jafa, «Big Wheel II» (2018)
Una veduta dell'installazione «Viriconium» di Jafa