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Judy Chicago, «Judy’s Lilies», 2025

© Chicago Woodman LLC, Donald Woodman_Artists Rights Society, New York

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Judy Chicago, «Judy’s Lilies», 2025

© Chicago Woodman LLC, Donald Woodman_Artists Rights Society, New York

Judy Chicago da Alberta Pane: «La mia intera produzione artistica è una critica al sistema patriarcale»

Tra femminismo, critica al patriarcato e trasformazione della materia, l’artista americana ribadisce una ricerca coerente: dare forma visibile alle esperienze delle donne e alle grandi questioni universali

Monica Trigona

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La mostra «The Materiality of Judy Chicago», a cura di Allison Raddock, allestita dall’8 maggio al 22 novembre alla Galleria Alberta Pane, ripercorre alcune delle serie più importanti della carriera dell’artista femminista per eccellenza, dai disegni e dalle sculture minimaliste degli anni Settanta ai piatti di «The Dinner Party» (la monumentale installazione artistica considerata una delle opere più significative dell’arte femminista del XX secolo), dai tessuti ricamati del «Birth Project» ai dipinti della serie «PowerPlay», oltre a un nuovo corpus di opere. Nata nel 1939 nella più grande e cosmopolita città dell'Illinois, Chicago vanta una lunga carriera alle spalle, di oltre sessant’anni, durante la quale ha sempre sfidato le gerarchie artistiche per espandere le pratiche dell’arte femminista e concettuale. Le abbiamo rivolto qualche domanda sulla sua ultima produzione e sul dialogo tra le diverse fasi della sua ricerca artistica, dalle opere storiche ai cicli più recenti, con particolare attenzione ai temi del corpo, del potere e della rappresentazione dell’esperienza femminile.

Quali fili invisibili collegano queste diverse fasi della sua ricerca e in che modo il nuovo ciclo «Judy Chicago: Lilies/Goddesses» si rapporta ai temi storici del suo lavoro, quali il corpo, il potere e la rappresentazione dell’esperienza femminile?
Si tratta in realtà di una domanda di storia dell’arte, che richiede più spazio per una risposta di quello a disposizione in questa intervista. Sebbene abbia lavorato su una varietà di soggetti attraverso una miriade di mezzi espressivi, direi che ci sono alcuni temi che sono alla base di tutto il mio lavoro: un profondo impegno per la giustizia e l’equità, una sfida al modo in cui le donne sono state viste; un interesse costante per le assenze storiche e artistiche (come la storia delle donne, la nascita, il costrutto della mascolinità, l’Olocausto da una prospettiva globale, la mortalità, l’estinzione e, più recentemente, la fragilità e la gloria della natura). Inoltre, il mio uso specifico del colore per esprimere stati emotivi attraversa i decenni.

Le opere della serie «Judy Chicago: Lilies/Goddesses», sculture in vetro, bronzo e alluminio, sono state sviluppate a partire dal progetto «An Homage to Arles» (2024), commissionato da LUMA Arles. Può spiegare come questo progetto si sia evoluto fino a dare origine a queste ultime opere e quali trasformazioni formali e simboliche si siano verificate nel passaggio da un contesto site-specific a un nuovo corpus autonomo?
Ho creato «An Homage to Arles» nel 2024 nell’ambito della mia mostra al LUMA. Si trattava di una «Smoke Sculpture» site-specific commissionata da Maja Hoffman (fondatrice della Fondazione LUMA, Ndr) per essere presentata nel giardino. Il mio obiettivo era trasformare quello splendido spazio in un dipinto impressionista, senza rendermi conto che era il 150mo anniversario dell’Impressionismo, che avevo studiato a fondo da bambina all’Art Institute di Chicago. Ho progettato 10 gigli in alluminio come supporti per i fuochi d’artificio utilizzati nel finale in omaggio a Monet. Mentre il fumo colorato eruttava, ho deciso di esplorare il motivo del giglio ma di renderlo mio, da cui la serie «Judy’s Lilies», realizzata come disegni, sculture in bronzo, vetro e alluminio e presentata in anteprima alla Galerie Alberta Pane. All’epoca non sapevo che esistesse un legame storico tra i gigli e l’immaginario delle dee, che ricorre in tutta la mia carriera. Ma è qualcosa che sto esplorando ora.

Nel suo lavoro ha costantemente sovvertito le gerarchie tra arti maggiori e arti applicate utilizzando materiali come tessuti, ceramica e vetro. In che modo questa materialità può essere letta oggi non solo attraverso una lente femminista ma anche come una critica più ampia ai sistemi di valore dell’arte contemporanea?
La mia intera produzione artistica può essere vista come una critica non solo ai sistemi di valori dell’arte contemporanea ma al sistema patriarcale che essa riflette, un sistema basato sullo sfruttamento, l’oppressione, l’ingiustizia e l’«estrazione» di valore sia dagli esseri umani, sia dalla terra e dalle altre creature. Potrebbe sembrare inverosimile attribuire tali valori, ad esempio, alla genderizzazione dei media o dei temi trattati (ovvero, certi materiali o argomenti associati alle donne vengono svalutati), ma questa tendenza riflette i più ampi valori patriarcali che dominano il nostro pianeta. E, specificamente per quanto riguarda l’arte, si potrebbe dire che la soppressione delle emozioni richiesta agli uomini come parte dell’ideologia patriarcale sia visibile in alcune delle opere d’arte eccessivamente astratte e dal minimo contenuto che vengono apprezzate nel mondo dell’arte.

Judy Chicago, «Creation of the World, Petit Point 2», 1984. © Chicago Woodman LLC, Judy Chicago/Artist Rights Society (ARS), New York; Foto © Chicago Woodman LLC; Donald Woodman/Artists Rights Society, New York

Dai lavori atmosferici che coinvolgono fuoco, fumo e ghiaccio secco a progetti più recenti come «The End: A Meditation on Death and Extinction», emerge una dimensione apocalittica sempre più esplicita. In che misura questa svolta riflette un cambiamento personale e in che misura risponde invece alla responsabilità politica dell’artista nel contesto del fragile equilibrio del pianeta?
Si tratta di una domanda complessa perché ho sempre evitato soggetti apertamente politici, in quanto inevitabilmente legati al tempo. Piuttosto, ho cercato di creare arte da una prospettiva incentrata sulla donna che potesse diventare una via d’accesso all’universale, come si presume sia l’arte incentrata sull’uomo. Di conseguenza, ho scelto soggetti che riguardano esperienze umane fondamentali, come chi controlla la storia, la nascita come esperienza universale e, naturalmente, la mortalità, non solo a livello personale ma anche come crescente minaccia per tutte le creature viventi e per il pianeta, conseguenza del paradigma patriarcale. 

Progetti come il «Birth Project» e «PowerPlay» dimostrano un interesse per la costruzione culturale dei generi. Oggi, in un contesto in cui il dibattito sull’identità e la rappresentazione è diventato ancora più complesso, come reinterpreti quei cicli storici?
Il «Birth Project» si concentra su un tema universale, in quanto tutti nasciamo, eppure, fino a poco tempo fa, non c’erano molte opere d’arte di rilievo che fossero entrate nel discorso culturale. Infatti, nel 1980, quando ho iniziato il progetto (quando «My Birth» di Frida Kahlo era relativamente sconosciuta), avevo l’impressione che non ci fossero immagini della nascita nell’arte contemporanea. L’incredibile mostra di Massimiliano Gioni «The Great Mother» ha sfidato quell’idea e mi ha anche fatto capire che non erano solo determinati mestieri ad essere sessisti e messi da parte ma anche i temi che nascevano dalle esperienze delle donne. Data la minaccia globale della mascolinità tossica, direi che «PowerPlay» è purtroppo più attuale che mai. 

Se dovesse aggiornare oggi la sua famosa opera «The Dinner Party», potente celebrazione della storia femminile spesso dimenticata, quali nuove figure includerebbe per rappresentare le lotte e le conquiste delle donne nel XXI secolo?
«The Dinner Party» è una storia simbolica delle donne nella civiltà occidentale. In quanto tale, per ognuna delle 1.038 donne rappresentate o citate, ce ne sono molte, molte migliaia di altre, che devono ancora essere rivendicate e acclamate, e questo vale solo per l’Occidente, poiché altri paesi sono molto indietro nel riconoscimento dei contributi delle donne. Il numero di progetti in tutto il mondo ispirati a «The Dinner Party», in cui le comunità hanno onorato le proprie storie femminili, attesta la natura viva dell’opera che ispira questo tipo di attività.

Può darci un’anteprima dei suoi prossimi progetti artistici?
Sono entusiasta del mio nuovo lavoro, «Judy’s Lilies». Come ho accennato prima, diverse nuove opere di questa serie fanno parte della mostra veneziana e non sono mai state viste prima. Ho ancora altri lavori in corso che mi terranno impegnata almeno fino alla fine del 2026 e probabilmente fino al 2027. Inoltre, sono impegnata in una serie di altri progetti  ma non mi piace parlare di ciò che sto facendo finché non è completato. Grazie per l’interesse dimostrato nei confronti del mio lavoro e per aver sollevato questioni così stimolanti.

Judy Chicago, «Bigamy Hood», 2022. © Chicago Woodman LLC, Judy Chicago/Artist Rights Society (ARS), New York; Foto © Chicago Woodman LLC; Donald Woodman/Artists Rights Society, New York

Monica Trigona, 06 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Judy Chicago da Alberta Pane: «La mia intera produzione artistica è una critica al sistema patriarcale» | Monica Trigona

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