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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliDal 19 aprile al 22 novembre le Stanze del Vetro, in collaborazione con la Fondazione Cini, sull’Isola di San Giorgio Maggiore di Venezia, presentano il terzo capitolo del ciclo dedicato al vetro muranese: «1948-1958. Il vetro di Murano alla Biennale di Venezia» è accompagnata da un catalogo a cura di Marino Barovier e Carla Sonego. Al curatore Marino Barovier abbiamo chiesto le ragioni di questa mostra e dell’intero progetto: «La Biennale ha avuto un ruolo molto importante, è stata un trampolino di lancio per le vetrerie a cui fu data la possibilità di presentare i risultati raggiunti attraverso una continua sperimentazione tecnica e una raffinata ricerca formale: un lavoro molto impegnativo quello di pensare, disegnare, progettare e realizzare, ogni due anni, a volte in sovrapposizione all’appuntamento con la Triennale di Milano, sempre nuovi prodotti. Un risultato che si raggiunse proprio spinti dall’ambizione di conquistare, dopo la selezione operata da una giuria, una platea all’interno di una vetrina internazionale come quella della Biennale, dove le vetrerie si mostravano al mondo rivolgendosi a un pubblico attirato delle opere d’arte di grandi artisti. Una situazione unica, che ha avuto un grandissimo impatto sulla produzione vetraria di quegli anni».
Su quale periodo si concentra la mostra?
Premetto che la filosofia che ha motivato il progetto è stata quella di rinfrescare la memoria e conservare traccia della qualità della produzione di quegli anni. Per questo abbiamo diviso il progetto in quattro capitoli: nel primo abbiamo aperto una finestra sulla produzione dal 1912 al 1930, poi dal 1932 al 1942, questo terzo capitolo si occuperà della produzione dal 1948 al 1958, infine l’ultimo sarà dedicato al decennio tra il 1960 e il 1970. Le Stanze del Vetro a San Giorgio hanno un pubblico vasto di appassionati, e ogni mostra, con ingresso gratuito, segna circa 50-60mila presenze. Un risultato che dimostra il valore dei contenuti.
Quale selezione di oggetti è presentata in mostra e di quali autori?
Con quasi 200 pezzi la mostra offre una panoramica su tutta la produzione delle fornaci di quel tempo, dalle più importanti alle più piccole, dopo aver recuperato una serie di oggetti in vetro attraverso un lungo lavoro di ricerca. Naturalmente la parte del leone la fanno le più grandi e note a livello internazionale: Barovier & Toso, Venini, Aureliano Toso, Fratelli Toso... Al di là degli oggetti pensati da diversi designer che ne affidavano ai maestri vetrai la realizzazione, c’è da sottolineare che a collaborare con le vetrerie sono stati anche alcuni artisti che firmavano i prodotti con i loro nomi. Come, ad esempio, Barbini: formatosi come maestro vetrario alla Zecchin Martinuzzi, era di formazione uno scultore, prediligeva le forme plastiche e ricavava dalle masse, lavorate con le pinze, figure umane. Ci sono personalità molto particolari, come Archimede Seguso, che si era messo in proprio nel 1946: inventò le trame e i merletti attraverso sperimentazioni, trasformando la classica canna a filigrana attraverso tecniche molto particolari e raffinate. Per Venini spicca Fulvio Bianconi, designer e illustratore che aveva avuto incarico da una ditta di profumi di disegnare bottiglie: ne realizzò una serie di quattro, ispirate alle quattro stagioni. Paolo Venini gli chiese allora di restare, sia per produrre oggetti da commercializzare sia altri da esporre: sotto questa richiesta, Bianconi concepisce la serie nota delle figurine di commedia dell’arte. La mostra poi è attraversata dal «corridoio della memoria», una raccolta di video che racconta il boom economico degli anni Cinquanta, contestualizzando la produzione di quegli anni in una precisa atmosfera.
Diventa difficile, alla luce di questi intrecci, distinguere tra arti applicate e arte tout court…
In effetti sì, anche perché il concetto di arte decorativa è in fondo all’origine dell’arte stessa. Siamo di fronte a creatori che lavorano sul confine di questa distinzione e ad artisti e pittori veri e propri che scelgono come materia il vetro. Come Vinicio Vianello, esponente dello Spazialismo veneziano, alle cui esplosioni atomiche è dedicata una saletta in questa mostra. E poi il veneziano Ezio Rizzetto, oppure possiamo citare i casi di Vittorio Zecchin, Licata, Tono Zancanaro o Virgilio Guidi, che aveva a disposizione la fornace Ferro Lazzarini al venerdì, insieme ad altri colleghi, tutti artisti che avevano scelto di operare con il vetro. E come non ricordare, in quest’ottica, Egidio Costantini, fondatore, quando si accorse di quanto fossero apprezzati i vetri meno commerciali, della Fucina degli Angeli, dove si trovavano opere di Picasso o Max Ernst. Difficile fare dei distinguo a volte, per me alla fine l’arte è tutto ciò che genera emozione.
Sarebbe pensabile qualcosa di simile oggi?
Purtroppo oggi nelle vetrerie di Murano non si fa più né ricerca né sperimentazione, complici i costi della materia e della manodopera, ma anche le limitazioni negli scarti tossici. Complice anche il disinteresse che cadde sulla produzione vetraria dopo il 1970, giudicata anacronistica. Il nostro desiderio è proprio quello di far rivivere una stagione forse irripetibile.
Ercole Barovier, «Millerighe», 1956, Barovier & Toso, collezioneMartin Kline, collezione privata