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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliMarina Abramović che sbarca a Venezia per la prima volta a quattordici anni per restare per sempre ammaliata dalla sua bellezza. Marina Abramović che balla il tango di notte in piazza San Marco ebbra di gioia per il Leone d’Oro conquistato alla Biennale di Venezia nel 1997. Il primo assegnato a una donna nella storia della manifestazione. Sono i ricordi attraverso i quali l’artista serba, nata a Belgrado nel 1946, ha raccontato ieri pomeriggio, 16 gennaio, del suo rapporto con Venezia in occasione della presentazione in anteprima della sua mostra «Transforming Energy», prevista alle Gallerie dell’Accademia dal 6 maggio, in concomitanza con la Biennale d’Arte, fino al 19 ottobre, proprio nell’anno del suo ottantesimo compleanno. «Compio 80 anni e ci sono ancora, e continuo a fare performance, ha commentato l’artista, certo, entro i miei limiti fisici: non posso fingere di avere 20, 30 o 40 anni. Lavorare con il corpo è così difficile, sotto molti aspetti, essere adeguata per così tanto tempo, mantenersi in forma, avere questa energia per continuare a lavorare in questo modo. Essere al sicuro in uno studio, be’, è molto più facile, nessuno ti disturba. Ma essere costantemente esposti a un vasto pubblico, è davvero difficile da sostenere e da gestire».
Abramović era in dialogo con il curatore della mostra, Shai Batel, direttore artistico del Modern Art Museum di Shangai con cui la mostra è organizzata. Ed è stato il curatore a spiegare che il percorso espositivo a Venezia non sarà solo negli spazi riservati agli eventi temporanei, ma «per la prima volta, il direttore Giulio Manieri Elia e tutto il fantastico team che desidero ringraziare, ci hanno permesso un confronto diretto con alcuni dei capolavori del Rinascimento veneziano. Opere in cui il corpo è centrale: e questo è esattamente il punto in cui si concentra il lavoro di Marina. E mentre le Gallerie celebrano i 450 anni di un’opera fondamentale della loro collezione, la “Pietà”, ultimo dipinto di Tiziano realizzato tra il 1575 e il 1576, Marina ha recuperato la “Pietà” che aveva realizzato con Ulay nel 1983». «Per me era davvero importante creare la mia versione della Pietà, ha raccontato Abramović, un tema così classico nella storia dell’arte. Quel giorno mi sono vestita di rosso e ho tenuto in braccio per circa tre ore Ulay, vestito di bianco, i colori che nella filosofia indiana e cinese rappresentano l’inizio del tutto… Per qualche ragione durante la performance, prima che la foto venisse scattata, ho avuto la febbre, e avevo le lacrime agli occhi. Quell’opera in qualche modo ha avuto un potere di predizione, perché quattro anni fa Ulay è morto, e non è più con noi. E in questa occasione, che la mia opera sia messa in dialogo con l'opera incompiuta di Tiziano… insomma per me è un onore estremo».
Una mostra che è nata a Shangai, ma che a Venezia arriva arricchita di molti altri lavori e che poi si sposterà da novembre a Roma, nata per quella Cina dove si è svolta una delle performance più note della coppia, nella vita e nell’arte, Abramović-Ulay: la camminata sulla Grande Muraglia che i due artisti hanno percorso per tre mesi nel 1988, partendo da estremi opposti, per poi incontrarsi nel punto dove si sono abbracciati e lasciati per sempre. «La Cina di allora, dove ci sono voluti otto anni per ottenere il permesso di fare questa performance, ha raccontato l’artista, era tutta un’altra cosa, non c’erano auto, non c’era niente di minimamente paragonabile al progresso che oggi il Paese vive. Mi ha colpito l’incredibile spirito dei giovani che conoscevano il mio lavoro, attraverso Tik Tok, Instagram e altri media, capivano davvero di che cosa tratta, e partecipavano davvero. Credo di aver avuto un record di visitatori».
«Una mostra, ha ricordato Shai Batel, nata durante il tempo del Covid, quando Marina mi raccontava di come desiderasse da anni organizzare una mostra in Cina, per comunicare le sue idee e la sua filosofia. Ciò che volevamo davvero trasmettere al pubblico è l'energia, tutto ciò che Marina ha sentito e ricordato durante la Camminata sulla Grande Muraglia». «E siamo arrivati così all’idea di una mostra, ha aggiunto Abramović, che non avrebbe offeso la sensibilità di nessuno con i suoi contenuti, la nudità o altro: così è nata “Transforming Energy”, dove non mostro tanto il lavoro, ma piuttosto il metodo, in una mostra interattiva. Il pubblico è al centro, in modo che possa non solo capire il significato delle performance, ma anche intraprendere un suo viaggio personale».
Marina Abramović, «Transforming Energy» al Modern Art Museum di Shanghai. Foto: Yu Jieyu
Marina Abramović, «Transforming Energy» al Modern Art Museum di Shanghai. Foto: Yu Jieyu