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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliRisonanze con un mondo attraversato da tensioni e conflitti, più forti e più vicini che mai rispetto agli ultimi ottant’anni di storia nel nostro continente. Opere che fanno riflettere, che raccontano di eventi drammatici, di violenze e soprusi, «la cui superficie pittorica, sono parole di Emma Lavine, sembra sanguinare, opere che raccontano di situazioni del passato che mai avremmo pensato di ritrovare nel nostro presente».
Sono le risonanze generate dalle opere degli artisti scelti per la doppia coppia di mostre che si apre al pubblico dal 29 marzo negli spazi veneziani della Pinault Collection: a Palazzo Grassi con l’anglo-keniota Michael Armitage e l’indiano Amar Kanwar fino al 10 gennaio, entrambe a cura di Jean-Marie Gallais; a Punta della Dogana con la nordamericana Lorna Simpson, a cura di Emma Lavigne, e il brasiliano Paulo Nazareth, a cura di Fernanda Brenner, fino al 22 novembre. Bruno Racine, direttore della Collezione, ha spiegato così la scelta dei quattro artisti, provenienti dai quattro angoli della Terra, che si differenzia dalle scelte percorse negli anni scorsi, quando negli spazi veneziani abbiamo trovato mostre monografiche o collettive. Una scelta radicata proprio nella ricerca di risonanze con questo nostro tempo, ma anche con la Biennale Arte di Koyo Kouoh, «In minor keys», che si avvicina all’inaugurazione già carica di complessità. «In questa situazione turbolenta, ha aggiunto Emma Lavine, le collezioni Pinault risuonano con lo stato del mondo».
Amar Kanwar, «The Torn First Pages», 2004-08, collezione dell’artista. Foto: Marco Cappelletti Studio. © Palazzo Grassi, Pinault Collection
Da sinistra: Michael Armitage, «Conjestina», 2017, San Francisco Museum of Modern Art; «Curfew (Likoni March 27 2020)», 2022, New York, Museum of Modern Art; «Necklacing», 2016, The Metropolitan Museum of Art. Foto: Marco Cappelletti Studio.
Non si visitano a cuor leggero, dunque, le quattro mostre. L’incontro con Lorna Simpson (1960, Stati Uniti), avviene a partire da alcune delle opere esposte alla Biennale di Venezia del 2015, come «Three Figures» del 2014, quando l’artista, già attiva dagli anni ’80, fu scoperta in Italia. Opere realizzate sulla base di fotografie storiche scattate su movimenti di protesta e «race riots» che grondano letteralmente di una pittura liquida, in cui segni e immagini «esplodono» in tutte le direzioni. Ma il percorso si evolve attraverso le opere delle serie «Earth and Sky e Ice», paesaggi artici che galleggiano in blu profondi, memorie di viaggi di esplorazione, dove l’interazione sonora dei visitatori amplifica l’effetto di sospensione, lirismo e surrealtà. Gli «Special Characters» compongono una galleria di figure femminili, solitarie sulle tele giganti, nelle quale il blu è ancora protagonista, capaci di abitare il grande cubo di Tadao Ando, nel cuore di Punta della Dogana, in una ricerca di bellezza che passa attraverso il colore, che resti come chiave di lettura infine del mondo. Una sala raccoglie un’unica installazione di collage, tecnica attraverso la quale Lorna Simpson sovrappone frammenti di memoria collettiva e personale.
Lo stesso intreccio si respira anche al livello superiore di Punta della Dogana, dove le tracce di sale poste da Nazareth sul pavimento rievocano memorie storiche, contenute tra le mura in mattoni, quelle legate al dominio commerciale della Serenissima che passava anche attraverso la schiavitù: la linea di sale compone il profilo di un vascello negriero fantasma che attraversa le stanze come i mari del mondo. Ma gli elementi storici si sovrappongono a quelli legati alle vicende personali dell’artista che sviluppa il suo percorso a partire dalla drammatica storia della nonna di cui non sono mai stati reperiti nemmeno i resti dopo che fu reclusa per vent’anni in un istituto per malati mentali di Barbacena, uno dei luoghi simbolo di ciò che i nativi chiamano l’Olocausto brasiliano.
A Palazzo Grassi la prima grande tela di Armitage (Nairobi, 1984) non lascia molto spazio alla speranza, quelle cui il titolo «The Promise of Change» sembra illuderci, precipitandoci nelle violenze perpetrate durante la pandemia a Mombasa, all’attracco dei battelli, verso chi non aveva fatto in tempo a imbarcarsi prima del coprifuoco. E mentre si scopre che le promesse del titolo sono solo purtroppo le bugie della propaganda, il precipizio prosegue con le tele dedicate alle Migrazioni: il linguaggio pittorico, su supporto di corteccia, un materiale della tradizione, è qui diretto ed esplicito, amplificato dalle scelte cromatiche di grande impatto, visivo ed emotivo. Solo al piano superiore i contenuti si stemperano in una traduzione pittorica più astratta, a tratti lirica, dove anche i temi si aprono alla mitologia e al paesaggio. La ricerca di un equilibrio tra documento e visione si alterna anche nelle video installazioni di Kanwar: si sciolgono in poesia nei racconti dall’aldilà che compongono «The Peacock’s Graveyard», mentre pendono di più verso la drammatica testimonianza in «The Torn First Pages», entrambe del 2023, dedicata alla difficile lotta per la democrazia in Birmania e ai drammatici soprusi del potere.
Paulo Nazareth, «Mama-Monumento à mãe do mundo», 2023-26, courtesy of the artist, nella mostra «Paulo Nazareth. Algebra», 2026, a Punta della Dogana, Venezia. Foto: Jacopo Salvi. © Palazzo Grassi, Pinault Collection