Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Un rendering dell’opera di Angel Hui per il partecipazione di Hong Kong alla 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Image

Un rendering dell’opera di Angel Hui per il partecipazione di Hong Kong alla 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Tutti i dettagli dei dodici Paesi asiatici alla Biennale Arte 2026

Tra padiglioni nazionali ed eventi collaterali, parteciperanno Cina, Corea del Sud, Filippine, Giappone, Hong Kong, India, Macao, Pakistan, Singapore, Taiwan, Thailandia e Timor-Leste

Micaela Zucconi

Leggi i suoi articoli

Un recente viaggio Bangkok, con la sua vibrante scena artistica contemporanea, si è rivelato una succulenta anticipazione all’universo creativo orientale che sbarcherà alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (9 maggio-30 novembre), dal titolo «In minor Keys», eredità della compianta curatrice Koyo Kouoh. La partecipazione asiatica (Subcontinente asiatico, Sud-est asiatico, Asia orientale) tra padiglioni nazionali ed eventi collaterali conta 12 presenze (Cina, Corea del Sud, Filippine, Giappone, Hong Kong, India, Macao, Pakistan, Singapore, Taiwan, Thailandia e Timor-Leste) specchio di un panorama in evoluzione, forte di nuovi poli di attrazione, artisti riconosciuti e curatori cosmopoliti.

Arsenale

Il Padiglione di Timor-Leste, per la seconda volta alla Biennale, presenta il progetto «Across Words», curato da Loredana Pazzini-Paracciani, di base a Bangkok, specializzata da oltre 25 anni nell’arte contemporanea di quest’area geografica in cui Paesi come la Thailandia, l’Indonesia e le Filippine sono importanti mercati internazionali d’arte. «Timor-Leste è la più giovane nazione del Sud-est asiatico, colonia portoghese fino al 1975, poi occupata dall’Indonesia e solo dal 2002 indipendente. Una realtà ancora abbastanza isolata e poco conosciuta, ma con molto da esprimere. Ho scelto tre artisti: Veronica Pereira Maia, di 95 anni, con le sue opere tessili, Etson Caminha e Juventino Madeira, che lavorano con suono, video e poesia, e insieme esplorano il complesso e antico sistema linguistico di Timor-Leste, dando spazio alle voci minori e alla storia orale. Veronica, pur non sapendo leggere né scrivere (parla solo il tetum, lingua di ceppo austronesiano), ha contribuito a far conoscere il tais, la produzione tessile tradizionale di Timor, usandolo come forma concettuale di storytelling».

Il Padiglione di Singapore, orchestrato dal Singapore Art Museum (Sam), a cura di Selene Yap, curatrice del museo, propone la mostra «A Pause» con l’artista multidisciplinare Amanda Heng Liang Ngim, figura chiave dell’arte contemporanea della città-stato, che affronta il tema del corpo come luogo di memoria, cura e incontro, tra performance, installazioni e gesti quotidiani. 

Tutto marino il Padiglione delle Filippine, dal titolo «Sea of Love», con l’artista e regista Jon Cuyson, residente a Manila, che attraverso video, dipinti e sculture allestisce una storia d’amore oceanica, con il coinvolgimento di un marinaio, di sua madre e dell’amante, ma anche di mitili, «metafora per comprendere l’interdipendenza tra terra e mare», spiega l’artista, radicato nel queer e nelle ecologie postcoloniali. «“Sea of Love” riflette sul lavoro in mare e su storie che spesso restano sconosciute, tradotte in luce, frammenti, superfici». La curatela è affidata a Mara Gladstone, curatrice interdisciplinare che opera in California. «L’acqua è anche il luogo dove ritrovare il senso di casa. Sono figlia della diaspora e la storia filippina è sempre inquadrata nel contesto del viaggio. Il lavoro di Jon si muove attraverso geografie, concetti e materiali», sottolinea Gladstone.

Anche la Repubblica Popolare Cinese ha annunciato la sua partecipazione alla Biennale con la mostra «Dream Stream», patrocinata da China Arts & Entertainment Group Ltd. (Caeg) e curata da Yu Xuhong, direttore dell’Art Museum of China Academy, con una folta schiera di espositori.

Presente per la prima volta dal 2019 il Padiglione dell’India, con la mostra collettiva «Geographies of Distance: remembering home». Il curatore è Amin Jaffer, direttore dell’Al Thani Collection a Parigi, una delle più prestigiose collezioni d’arte al mondo. «Ho scelto il motivo della casa proprio meditando sul tema scelto da Koyo Kouoh per questa Biennale. Il punto di partenza è stato il lavoro dell’artista Sumakshi Singh, ispirato dal ricordo della casa della nonna a New Dehli, abbattuta dopo la sua scomparsa, ma documentata in tutti i dettagli dalla nipote prima della demolizione». Sentimenti che Jaffer sente anche suoi: nato in Rwanda da genitori originari del Gujarat, ha vissuto in Kenya, Belgio, Canada, Inghilterra e Stati Uniti. «Ho pensato al boom demografico ed economico indiano, alle nuove architetture e agli spazi che vengono cancellati, alla diaspora che vede noi indiani ovunque nel mondo. Che cosa è casa per noi? Una memoria, un luogo dove tornare, un’idea legata a uno spazio fisico o a ricordi famigliari? Per me è il profumo del giardino della casa di famiglia in Africa, dove la nonna e le zie cucivano insieme». Oltre a Singh, che vive a New Dehli, fa parte della squadra Ranjani Shettar, attiva nel Karnataka, che esplora il mondo dell’artigianato traducendolo in sculture eteree. Ci sono poi Alwar Balasubramaniam (Bala) del Tamil Nadu, con opere in dialogo con il mondo naturale e il paesaggio che lo circonda, Asim Waqif, originario di Hyderabad, attivo a New Dehli, architetto che nei suoi lavori utilizza materiali di recupero; e infine Skarma Sonam Tashi, che si ispira al Ladakh nativo, utilizzando materiali organici riciclati e tecniche tradizionali. Approcci che sono il riflesso della diversità dell’India e del risveglio culturale che sta vivendo (testimoniato da importanti biennali e dall’arrivo di nuovi musei). Il progetto ha avuto il supporto del Nita Mukesh Ambani Cutural Centre e della Serendipity Arts Foundation, che porterà un progetto di musica, danza e letteratura in tutta Venezia.

Work-in-progress di «Bearing», 2026. Courtesy di 2026 Korean Pavilion. Foto Orlando Thompson

Giardini

La Corea del Sud partecipa con il progetto «Liberation Space: Fortress/Nest», a cura di Binna Choi, direttrice del Casco Art Institute, a Utrecht, nei Paesi Bassi. Pioniera molto attenta al paesaggio sociopolitico del suo Paese natale, ha chiamato a collaborare Goen Choi, di Seul, e Hyeree Ro, residente a New York. La prima lavora soprattutto con metalli duri e sculture prevalentemente site specific; la seconda, oltre alle performance, realizza a mano oggetti e strutture scultoree con riferimenti a storie di famiglia, luoghi, linguaggio e corpo. Nel padiglione si ripercorrono anche eventi storici cruciali della nazione: dalla liberazione dal dominio giapponese fino al 2024-25, con la creazione di un «Liberation Space». «Inoltre, per la prima volta nella storia, collaboreremo in termini di apertura e programma con il Giappone. Siamo le due uniche nazioni asiatiche presenti ai Giardini».

Quest’anno il Paese del Sol Levante celebra tra l’altro i 70 anni del suo padiglione con una «prima» assoluta nella sua storia: sia l’artista designato dalla Japan Foundation sia i curatori non risiedono in Giappone. Ei Arakawa-Nash, artista queer noto per le sue performance e nato a Fukushima, risiede a Los Angeles, mentre i cocuratori della mostra, Lisa Horikawa e Mizuki Takahashi, sono senior curator nonché direttrice della National Gallery di Singapore la prima, direttore esecutivo e capo curatore del Centre for Heritage, Arts and textile di Hong Kong la seconda. Nella mostra «Grass Babies, Moon Babies», Arakawa Nash ha tratto ispirazione dai suoi due figli gemelli. Esposte più di 200 bambole bebé (che i visitatori possono prendere in braccio) con la domanda: come possiamo festeggiare le prossime generazioni mentre il lavoro di riparazione e riconciliazione, che darà forma al mondo che li accoglie, è ancora incompiuto?

Particolare di «Phantasmagoric» nella mostra «Faiza Butt “Punj•AB-A Sublime Terrain”» del Padiglione pakistano

Eventi collaterali

Il Padiglione di Hong Kong, in Campo della Tana, organizzato dall’Hong Kong Museum of Art, espone una selezione di opere di Kingsley Ng, media artist noto per le sue installazioni site specific, e di Angel Hui, artista emergente che sposa elementi culturali cinesi al linguaggio artistico contemporaneo, entrambi hongkonghesi. Un’esplorazione poetica di momenti famigliari e della vita di tutti i giorni nell’ex colonia britannica, in un percorso di scoperta di sé, interpretata attraverso suoni, luci e installazioni. Allo stesso indirizzo anche Macao, con «Jacone’s Polyphony», organizzata dal Macao Art Museum.

Taiwan espone invece al Palazzo delle Prigioni, come da 25 anni a questa parte. Coordinata dal Taipei Fine Arts Museum, la mostra vede l’artista Li Yi-Fan e il curatore Raphael Fonseca impegnati in un progetto che riflette (anche con un certo black humor) sul sovraccarico di informazioni e immagini tipico del nostro tempo, sui legami complessi tra umanità e tecnologia, con video di diversi livelli di complessità e gruppi di sculture (realizzate a Taiwan in 3D) tipici della pratica di Yi-Fan. «Screen Melancholy» risponde all’ansietà e alla percezione di appiattimento di fronte a un mondo ormai modellato dall’ambiente digitale. «Quando non riusciamo a comprendere tutto attraverso la ragione o la scienza, forse la malinconia è tutto ciò che resta per rispondere alle nostre esperienze presenti», riflette Yi-Fan, classe 1989, attualmente artist-in residence alla Rijksakademie di Amsterdam. «Del resto, “malinconia” è un termine largamente usato nella storia dell’arte. Credo che il lavoro di Li sia enciclopedico e parli di come si vive oggi. Finora per Venezia venivano preferiti artisti istituzionalizzati e noti, per la prima volta invece viene dato spazio a un millennial», spiega Fonseca, stessa generazione, nato in Brasile, curatore e direttore del dipartimento di Arte Moderna e Contemporanea latino-americana al Denvert Art Museum. «Con Li, che dal 2019 utilizza riprese dal vivo e sistemi di modellazione dinamica, abbiamo condiviso una visione artistica. Il lavoro si è trasformato in amicizia», conclude il curatore.

La Thailandia ritorna con «The Spirits of Maritime Crossing 2026», della Bangkok Art Biennale Foundation. Una mostra collettiva internazionale curata da Apinan Poshyananda, direttore esecutivo e artistico della Biennale di Bangkok: in quest’edizione, ospitata a Palazzo Rocca Contarini Corfù, 20 artisti del Sud-est asiatico, Serbia e Irlanda, indagano identità, diaspora, memoria e resistenza spirituale in un mondo segnato da cambiamenti e flussi migratori. Al centro della presentazione la performance «Sea Punishing» di Marina Abramović, allestita con centinaia di assistenti.

Infine, il Pakistan, per la seconda volta a Venezia, affida il suo Padiglione a una delle artiste pachistane più significative: Faiza Butt esplora fotografia, ricamo e tematiche di genere ed è nota per aver portato forme d’arte confinate ai margini nel contesto dell’arte contemporanea. Nella mostra «Punj-AB. A Sublime Terrain», nell’ex Farmacia Solveni, a Dorsoduro, le opere di Butt risvegliano l’attenzione sull’eredità culturale del Punjab, regione divisa tra Pakistan e India dopo la spartizione del 1947. «Il padiglione risponde al tema della Biennale prestando attenzione a forme espressive plasmate dall’artigianalità, che resistono nel tempo in modo silenzioso ma potente», spiega la curatrice Beatriz Cifuentes Feliciano, specializzata in Sud Globale, con focus sull’arte contemporanea dell’Asia del Sud e regioni Himalayane, ricercatrice al Victoria and Albert Museum di Londra.

Etson Caminha nell’installazione sonora immersiva «Cuale (Flow)», 2025-26. Per gentile concessione dell’artista e del Padiglione Timor-Leste alla 61ma Biennale di Venezia

Micaela Zucconi, 12 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Tutti i dettagli dei dodici Paesi asiatici alla Biennale Arte 2026 | Micaela Zucconi

Tutti i dettagli dei dodici Paesi asiatici alla Biennale Arte 2026 | Micaela Zucconi