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Alessandra Ruffino
Leggi i suoi articoliFino al 6 settembre il Muda-Museo Diffuso di Albissola e il Museo della Ceramica di Savona espongono 35 nuove opere in ceramica di Ugo Nespolo, realizzate presso la storica manifattura Ceramiche Pierluca di Albissola. Curata da Riccardo Zelatore e promossa da Fondazione Museo della Ceramica di Savona Ets e Comune di Albissola Marina, la rassegna celebra il legame tra il maestro torinese e la terra ligure.
Artista di grande versatilità, in contatto con le maggiori avanguardie del secondo Novecento, Nespolo ha presentato i suoi lavori in importanti sedi internazionali: dagli Stati Uniti alla Cina, dal Sudamerica all’Europa. In occasione di questa mostra ligure ci ha aperto il suo studio: una casa popolata di libri (disposti con ordine degno d’una biblioteca istituzionale), nei cui ampi spazi sono ospitate le tante declinazioni della sua creatività: cinema, pittura, scultura, arti applicate, scrittura. Un allestimento che è a sua volta un’opera d’arte.
Maestro Nespolo, lei ha sempre sperimentato tecniche e linguaggi differenti: la ceramica che posto ha?
Ho fatto esperimenti con la ceramica fin dagli anni Sessanta, insieme agli amici Lucio Fontana, Enrico Baj, Asger Jorn... Ma il momento più importante è stato intorno al 1990, quando ho preparato una mostra per il Museo Internazionale della Ceramica di Faenza: una quarantina di pezzi realizzati alla Bottega Gatti, poi esposti anche a New York. Sono stato io a presentare a Davide Gatti Baj, Mimmo Paladino, Alberto Burri…, contribuendo a far diventare la sua bottega un atelier di fama internazionale per la ceramica d’artista.
Rispetto ad altre tecniche e ad altri medium che cosa apprezza della ceramica?
A differenza, per esempio, del vetro, la ceramica è molto manuale, molto umana. E poi c’è il divertimento nel colorarla dopo averla modellata e la sorpresa, ogni volta nuova, quando esce dal forno dopo la cottura.
Giocosità, stupore e ironia sono caratteri distintivi della sua arte. E il tempo e la storia che ruolo hanno?
Il tempo, la storia, lo studio sono importantissimi. La postmodernità ha accelerato tutto, la storia è stata soppressa a vantaggio dell’attualità, il tempo è stato schiacciato in nome dell’immediatezza. Oggi il 99% degli artisti di valore sono dimenticati; viviamo nell’epoca della dimenticanza. Non c’è più neanche storia critica, spazzata via nei decenni scorsi dall’idea che un’opera d’arte dovesse essere un investimento e che il valore di un artista dovesse essere stabilito dal mercato. Per fortuna questo sistema inizia a cedere e restano in pochi a credere che un’opera d’arte debba equivalere a un titolo di Borsa.
Anche il cosiddetto citazionismo, dunque, appartiene alla sua visione del tempo fuori dal tempo e alla sua attitudine ad abbattere i confini tra le arti?
Sì, il citazionismo non è una nostalgica lode dei bei tempi andati, ma ha lo scopo preciso di dare valore al passato. Così come l’eclettismo, per me, è sempre stata una salvezza, un modo per evadere da steccati e classificazioni asfissianti.
A proposito di storia: da un punto di vista storico-artistico, la sua carriera ha avuto uno snodo centrale negli anni Sessanta: con l’incontro con la Pop Art a New York, città dove ha soggiornato a lungo. A Torino in quegli anni il fenomeno di punta era l’Arte Povera.
Ho preso parte a tutte le prime mostre dell’Arte Povera, ma mi annoiavo. Il grosso della mia carriera si è giocato a Milano: il primo contratto l’ho sottoscritto con Arturo Schwartz e quindi in un contesto che aveva maggiore sensibilità per gli scambi culturali e intellettuali. Milano mi ha dato tutto: due mostre a Palazzo Reale, personali al Poldi Pezzoli e molto altro. L’Arte Povera era ignorante, aveva scarsa consistenza culturale e filosofica: purtroppo ha monopolizzato per decenni la scena e la programmazione museale torinese. Noiosa e sfinita, ha chiuso la strada allo sviluppo e all’emersione di nuove esperienze artistiche in città.
La sua personale del 2019 al Palazzo Reale di Milano si intitolava «Fuori dal coro». Si è mai sentito parte di un movimento?
Mi piacevano i gruppi minori: il Situazionismo, la Patafisica, non i fenomeni creati per rispondere e corrispondere a interessi di mercato o all’ultima tendenza della moda.
Chi visita il suo sito web, trova ad accoglierlo due citazioni che sono un po’ anche un programma: il vecchio adagio che Plinio attribuiva ad Apelle, «Nulla dies sine linea» (dove per «linea», nel suo caso, s’intende anche la scrittura critica e teorica, a cui si applica con dedizione da sempre), e una battuta di Heidegger «Was unzeitgemäß ist, wird seine Zeit haben» (Ciò che è fuori moda avrà il suo momento).
La mia arte ha sempre attinto da mondi paralleli (letterari, filosofici, l’arte antica...) ed esplorato in direzioni multiple: l’attualità, l’attualismo mi interessano poco. Ora, ad esempio, mi sto dedicando a una serie su New York, focalizzata su spazi di silenzio, su scorci della città visti in una luce crepuscolare, in contrasto con l’idea che si ha della metropoli che non dorme mai. Un twilight che invita a pensare...
Nelle sue opere un linguaggio immediato ad alto impatto visivo convive con un ricco retroterra culturale: è da cercare in questa sintesi il segreto della sua arte e del suo successo?
È la sintesi che cerco, sì. Per molto tempo ha imperversato il dogma che l’arte contemporanea dovesse essere difficile, misteriosa, accessibile a pochi eletti. L’idea che l’arte avesse tanto più valore quanto meno era comprensibile. L’arte, invece, deve uscire dal concettualismo vuoto e ormai scarico. Oggi come in ogni tempo, l’arte che vuole contare deve porre domande e deve anche mirare al diletto, perfino alla bellezza. L’arte che conta deve essere meditazione e ricreazione, se no, è solo Jeff Koons.
Ugo Nespolo, «Abbecedario 2», 2025. Foto Jorge Felix Diaz Urquiza