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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliUn edificio che si scioglie nel marmo, una nuvola intrappolata nel vetro, un albero che termina in piedi umani. Non sono immagini isolate: indicano piuttosto un punto preciso in cui le forme smettono di essere stabili e l’abitare perde la sua naturalezza. Perché – come afferma Dipesh Chakrabarty, storico indiano e professore all’Università di Chicago – «siamo diventati agenti geologici, capaci di cambiare il clima del pianeta tanto quanto i processi naturali». Una trasformazione che prende forma tra le pareti del Negozio Olivetti a Venezia, nella mostra «Hybrids» di Leandro Erlich, a cura di Marcello Dantas. Costruito tra il 1957 e il 1958 su progetto di Carlo Scarpa, lo spazio di Piazza San Marco è insieme ambiente espositivo e dispositivo culturale, dove l’idea di prodotto industriale si intreccia fin dall’origine con una dimensione estetica e simbolica.
Le circa venti sculture in mostra – alcune inedite – costruiscono un ambiente in cui ogni elemento entra in relazione diretta con lo spazio, trasformandolo in una struttura attiva. Ibridi che non descrivono semplicemente il mondo, ma lo rimettono in tensione, delineando l’arte quale forma di evoluzione parallela ai processi geologici e biologici. Come scrive Emanuele Coccia, «le forme vivono solo nella misura in cui possono passare da un corpo all’altro», e l’intero progetto sembra muoversi proprio su questa soglia di passaggio continuo tra materiali, organismi e architetture.
Il centro del lavoro è «l’abitare». In Erlich questo concetto non coincide con la stabilità, ma con una condizione esposta, continuamente attraversata da trasformazioni. In «Pulled by the Roots» (2015), ad esempio, una casa viene rappresentata sospesa, con le radici che emergono dalla sua base: l’idea di fondamento si ribalta, e l’abitare diventa una forma di sradicamento visibile. Accanto a questo, altre opere aprono ulteriori fratture. «Maison Fond» (2022) suggerisce un’architettura che si scioglie, come se la solidità fosse solo una fase temporanea della materia. «Draft – Bozza» (2026) insiste invece sullo stato intermedio tra idea e forma, dove nulla è ancora definitivo e tutto resta potenzialmente reversibile. Le figure ibride come «Papillon» (2021), «Pies Tronco» (2021) e «Caracol – The pace of evolution» (2021) spostano l’attenzione sul rapporto tra specie.
Installation view «Leandro Erlich. Hybrids» al Negozio Olivetti. Credits Luca Chiaudano.
Donna Haraway ha proposto l’idea di una «parentela estesa tra forme di vita diverse», oltre la separazione tra umano e non umano. E le sculture di Erlich si muovono dentro questa logica: una farfalla con orecchie, un tronco con piedi, un cervello che diventa lumaca non funzionano come deformazioni, ma come ipotesi di coesistenza tra organismi.
In alcuni casi però le entità – come il clima o gli ecosistemi globali – sono troppo estese per essere percepite nella loro interezza. Timothy Morton le ha definite «iperoggetti». E «The Cloud – Bell» (2024) ne è una testimonianza: una nuvola, frammentata in vetro e contenuta in una teca, viene sottratta alla sua dispersione atmosferica e resa osservabile. L’atmosfera diventa struttura, il cielo si trasforma in sistema. In questa stessa logica si inserisce la lettura dell’Antropocene, in cui la distinzione tra storia naturale e storia umana si assottiglia fino a diventare una linea unica.
Le opere di Erlich rendono percepibile questa trasformazione attraverso il modo in cui le forme si costruiscono e si deformano nello spazio. In «White Coral» (2025) e «Concrete Coral» (2025), il passaggio diventa immediato: crescita biologica e sviluppo urbano si sovrappongono, si rispecchiano, si scambiano le logiche. Il corallo assume geometrie urbane, mentre la città si comporta come un organismo che cresce, si ramifica, si adatta. In «Serpent» (2021) la torsione è continua, quasi una grammatica della metamorfosi, mentre «Quartz» (2023) porta la trasformazione nella dimensione minerale del tempo. «Pixel Tree» (2026) frammenta invece l’organico nel linguaggio digitale, riducendo la natura a unità minime di informazione.Il confine tra naturale e artificiale perde consistenza, e ciò che resta è un unico processo continuo, in cui le forme passano dall’una all’altra senza soluzione di continuità.
Il fulcro della riflessione è infatti il modo in cui si abita un luogo. Abitare significa entrare in un sistema di relazioni in trasformazione continua, in cui ogni elemento modifica gli altri. E «Hybrids» rende visibile questa condizione e la mantiene aperta. Perché il risultato non è una definizione del reale, ma la sua instabilità in atto.
Installation view «Leandro Erlich. Hybrids» al Negozio Olivetti. Credits Luca Chiaudano.