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Opinioni

A small fry

A chi può essere venuto in mente di rubare ad Oxford tre dipinti impossibili da rivendere sul mercato internazionale?

Annibale Carracci, «Giovane che beve» (particolare). Oxford, Christ Church Picture Gallery

Oxford, sabato 14 marzo, ore 23 circa. Dallo scarno comunicato di Scotland Yard sembrerebbe che i ladri se la siano filata in barca, lungo un canale: «la Christ Church Picture Gallery è poco distante dal Magdalen Bridge sul fiume Cherwell; pensiamo che possano avere usato quella via di fuga», dichiarava a un quotidiano l’ispettore James Mather. Mi immagino, allora, diciamo tre loschi figuri vestiti di nero con passamontagna calati sulla testa, due buchi per gli occhi e uno per la bocca, camminare a passo lesto ognuno con una tela sottobraccio fino a raggiungere un quarto complice, pure quello vestito di nero, il passamontagna ancora arrotolato in testa a mo’ di berretto, una sigaretta che gli penzola dalle labbra, la mano destra sul timone, pronto a dare gas.

Non è chiaro, al momento, se i ladri abbiano tagliato le tele e lasciato indietro le cornici, per alleggerirsi la fuga, o se abbiano staccato le tele dalle pareti senza perdere tempo. Sospetto che sia uno di quei particolari che la polizia non rivela alla stampa. Né è chiaro neanche se l’allarme non abbia funzionato oppure se sia stato manomesso, o se vi fossero telecamere a riprendere il furto.

Nel silenzio della notte la barca si avvia lentamente scoppiettando e i quattro trattengono il respiro fino a quando, dopo una svolta, la prua incontra la corrente del fiume. A quel punto il pilota gira la manopola, la barca s’impenna, l’acqua gelida schizza in faccia tra le imprecazioni, la tensione d’improvviso si allenta e scompaiono nel buio della notte. Approdano a un miglio di distanza sulla riva opposta. Ad attenderli c’è un vecchio Ford Transit azzurro senza insegne e con qualche ammaccatura, rubato la mattina stessa in un deposito di Brixton, al quale hanno sostituito la targa.

Questo potrebbe essere l’inizio del racconto sul furto dei tre dipinti di Oxford. O anche la prima scena di un film, di quelli ambientati in Inghilterra, in cui i cattivi parlano con accento «cockney» e i buoni (ma non i poliziotti, sia chiaro, bensì il primo ministro o il capo dei servizi segreti) con accento «upper class»; sottigliezze che, in genere, si perdono nel doppiaggio. A questo punto ci sarebbe da chiedersi come prosegue la storia. In effetti, è proprio questa la domanda che a Scotland Yard si devono essere chiesti.

A chi verrebbe in mente di rubare tre «important cultural artefacts» che, per usare le parole del dealer londinese Philip Mould, è impossibile rivendere sul mercato internazionale? Perché furti come questo o sono su ordinazione o sono eseguiti allo scopo di riscuotere un riscatto (cosa che riesce raramente), oppure servono a garanzia di transazioni nell’«underworld» (mercato nero). Mi metto, allora, nei panni di un investigatore britannico: abito grigio stazzonato (un po’ un cliché), calzini corti (come sa solo chi ha vissuto in Inghilterra), una cravatta a pois di Tie Shop, allentata su una camicia bianca.

E provo a ricapitolare, tenendo una penna Bic in bocca mentre guardo fuori dalla finestra del mio ufficio (dal quale vedrei una scala antincendio verniciata troppe volte di nero contro un muro di mattoni color caffelatte). Mettiamoli in ordine. Sono «Soldato a cavallo» di Anton Van Dyck, definito dalla Bbc come un «Maestro del Seicento, primo pittore di corte durante il regno di Carlo I», «Paesaggio costiero con soldati che studiano un piano di battaglia» di Salvator Rosa e «Giovane che beve» di Annibale Carracci. Rispettivamente un bozzetto di un pittore olandese, che gli inglesi considerano a buon diritto uno di loro, un paesaggio di un napoletano (nasce ad Arenella) che conobbe fortuna immensa nell’Inghilterra del Sette e Ottocento, e una tela di genere del più celebre dei tre Carracci, dipinta sul finire del Cinquecento. «An unusual group to steal - neither priceless nor small fry» («un gruppo insolito da rubare, né inestimabile né poca roba»); insomma, né carne né pesce (piccolo, come «small fry» andrebbe tradotto), diremmo noi.

Per chi hanno agito quei quattro balordi (e sia chiaro che il numero di quattro è ipotesi di chi scrive e che, magari, erano tre oppure cinque, chissà)?

Come investigatore mi chiederei se non siano già alle pareti di una villa di un boss della mala a Holland Park, circondata da un alto muro bianco, che se li rimira fumandosi un Montecristo sprofondato in poltrona. Dopotutto non bisognava dimenticare che, come diceva perplesso quel dealer che sembra saperla lunga, il gusto di quei tre dipinti è un po’ passé, ossia fuori moda, specialmente quel paesaggio di Rosa. Allora bisognerà chiedersi se il committente non sia un uomo d’altri tempi, che moriva dalla voglia di avere proprio quei tre quadri perché gli ricordavano le case dei benestanti quando lui era senza un soldo in tasca. Già. O, magari, in questo momento, sono nascosti nel doppiofondo di un Tir diretto a Varna sul Mar Nero per poi scomparire per sempre.

Le piste da seguire non mancano. Forse bisognerà mandare qualcuno in Marocco. Non era lì che era finita quella tela del Guercino rubata in Italia? E poi magari anche in Ucraina. Non che ne avesse alcuna voglia, di questi tempi, però c’era da chiedersi se il colpo non fosse ancora opera di quella banda di moldavi, che avevano nascosto i dipinti rubati a Verona su un’isola sul fiume Dnestr, vicino a Odessa. Sarà coperta di neve, pensò rabbrividendo. La tazza di tè a questo punto s’era freddata, la bustina di PG ancora immersa, il cartone del latte dimenticato fuori dal frigo. Ora di andare a casa, farsi una doccia, e riposare qualche ora.

Un commento a caldo, ispettore? chiede il cronista del Sun fuori dalla stazione di polizia. «This is a serious theft at a time when we have other things to worry about» («Questo è un furto grave in un momento in cui abbiamo altre cose di cui preoccuparci»). Altro che.

Marco Riccòmini, edizione online, 23 aprile 2020



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