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ARTE e CINEMA | Rocco Schiavone

Il fermo immagine su film e serie TV

«Rocco è di nuovo ad Aosta, ormai solo, a fare i conti con quello che è successo: il suo migliore amico Sebastiano è agli arresti domiciliari, Furio e Brizio non lo chiamano più, Caterina, di cui si era innamorato, si è rivelata una spia. A Rocco è rimasta solo Marina…». Così si apre il riepilogo di «La vita va avanti», la prima puntata della terza stagione della serie televisiva con l’indisciplinato investigatore romano in Loden e Clarks ideato da Antonio Manzini e interpretato sul piccolo schermo da Marco Giallini.

«E poi, ovviamente, il suo lavoro che lo porta a investigare su un delitto avvenuto in Valpelline». Per farla breve e senza rivelare nulla ai lettori, Rocco Schiavone si trova a indagare in smart working, ossia senza mai uscire dal suo appartamento con la scusa d’una febbre immaginaria, sulla morte di un ex prete (che presto si scoprirà violenta). Come sempre la storia è complessa e al filone che porterà il vice questore aggiunto di Aosta a smascherare l’omicida, se ne lega un secondo che, inizialmente, parrebbe il principale. Ed è quello che segue il filo rosso di un dipinto scomparso dall’appartamento dove è stato rinvenuto il cadavere del vecchio sacerdote.

Concentrandosi sul dipinto, come accadrebbe nella realtà, per capire di che cosa si trattasse e pesarne il valore venale, la polizia si rivolge a un perito, in questo caso il professor Agenore Cocci, esperto di arte moderna. «Fu ritrovato in una chiesa sconsacrata», spiega agli investigatori riconoscendo immediatamente il dipinto dalla foto che gli mostrano. «Feci le mie ricerche, prosegue. È un quadro di un certo valore: Francesco Albani. Conoscete?»,
«No, mai avuto il piacere», risponde serio un poliziotto.

Alla domanda su quanto pensasse potesse esserne il valore, l’esperto valdostano risponde pronto: «almeno 150mila euro». Valore congruo per giustificare un omicidio, si direbbe, anche se poi si scoprirà che la pista del dipinto non porterà all’assassino.

La questione che a noi interessa, però, è come sempre relativa al quadro. La prima domanda che viene da porsi è assai semplice. Perché consultare un esperto d’arte moderna quando si ha a che fare con un dipinto che moderno chiaramente non è, anche agli occhi di chi esperto non è?

La seconda domanda, invece, la pone proprio l’esperto. Ed è la seguente: perché, pur nel tessuto narrativo di una fiction dove l’elemento artistico non ha alcuna rilevanza, lo sceneggiatore non ha scelto di chiamare quel dipinto col vero nome del suo autore ed è ricorso, invece, a quello, egualmente sconosciuto al grande pubblico, di Francesco Albani? Non ne vedo la ragione.

Il quadro scomparso, che viene ripetutamente mostrato agli spettatori, è infatti la «Madonna della Divina Provvidenza», opera iconica dipinta attorno al 1594 da Scipione Pulzone, detto Scipione da Gaeta (Gaeta, circa 1544 – Roma, 1598), «scoperto» da Federico Zeri in Pittura e Controriforma. L’«arte senza tempo» di Scipione da Gaeta (1957). L’originale della «Madonna della Divina Provvidenza» si trova presso il Convento di San Carlo ai Catinari a Roma e, grazie alla sua semplicità (Madonna e Bambino contro sfondo neutro) è stata tra le opere più copiate di quel periodo, tanto che appare frequentemente anche sui santini che si trovano tra i banchi delle chiese o nelle sacrestie (per questo motivo l’immagine può essere nota al pubblico, anche se solo in pochi sarebbero in grado di riconoscerne l’autore).

Perché, allora, ingannare gli spettatori col nome di un pittore in realtà «più famoso per i quadri a tema mitologico» come Albani, e non arricchire, invece, il racconto con un particolare per una volta «vero»?

Dettagli naturalmente, che per un appassionato come me richiedono un improvviso fermo immagine, a dispetto di chi mi sta accanto sul divano che vorrebbe soltanto godersi il film.

Marco Riccòmini, edizione online, 12 giugno 2020



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