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Camera con vista | III. La prima comunione in quarantena

Quale racconto più appropriato da leggere in quarantena che il «Voyage autour de ma chambre» di Xavier de Maistre?

A sinistra, Pierre François Basan da Carlo Dolci «Cristo benedicente» acquaforte e bulino. A destra, da Carlo Dolci «Cristo benedicente» stampa colorata, da qualche parte sull’Appennino tosco-emiliano

«Non so per quale ragione, ma da un po’ di tempo a questa parte le mie pagine hanno preso una piega malinconica». A dispetto del lockdown, la riflessione non è di chi scrive bensì di Xavier de Maistre (1763-1852), in apertura alla ventiquattresima giornata di quel diario della quarantena che è il suo Voyage autour de ma chambre (1794): «Quando mi metto a scrivere, prosegue, invano fisso lo sguardo su qualcosa di piacevole, invano m’imbarco quando il mare è calmo, quando d’un tratto mi travolge una burrasca che mi manda alla deriva. Per porre fine a questa agitazione, che non mi lascia padrone delle mie idee, e per placare il battito affannoso del mio cuore, troppo scosso da così tante immagini toccanti (e sì che nella sua “cella” torinese l’ufficiale savoiardo non aveva il televisore), non vedo altro rimedio che formulare una tesi. Parleremo di pittura; poiché, in questo momento non riesco a pensare ad altro».

Occorre tenere a mente che, a quel tempo, l’educazione di un gentiluomo procedeva ancora lungo i binari tracciati da John Locke, secondo i quali «un fanciullo di buona Nascita (tra le altre discipline) deve imparare un poco a dipingere» (Educazione dei Fanciulli del Signor Locke, Venezia 1775). E quali migliori svaghi, per un giovane di belle speranze, che «leggere, dipingere, perder tempo e andare a caccia», come concedeva Laurence Sterne nel libro cult dell’epoca A Sentimental Journey Through France and Italy (1768), citato proprio nel XXIV capitolo del Voyage?

Stanco di leggere e rileggere i soliti libri, di delineare a matita il profilo dei tetti dalla sua finestra, e nell’impossibilità di andare a pernici sul colle di Superga, doppietta in spalla, intrappolato come un leone in gabbia (lo scrivo mentre osservo il gatto che si affaccia alla finestra attratto dal garrire di un passero), de Maistre propone a questo punto al lettore il quesito ozioso sul primato tra pittura e musica. Da «peintre du dimanche» (ossia da dilettante) lo risolve a favore della prima perché, spiega, a differenza della pittura, la musica è soggetta alle mode, e ciò che piace oggi non piacerà più domani, mentre le opere di Raffaello (uno a caso) «continueranno a incantare i posteri così come hanno deliziato i nostri avi».

Appare chiaro che, oltre al televisore, al recluso savoiardo mancava anche un giradischi che gli rinfrescasse la memoria sulle arie del «Don Giovanni» (1787), per dirne, appunto, uno a caso.

Alzo gli occhi dal Voyage chiedendomi se lo spirito di Raffaello non sia da qualche parte anche tra queste rustiche mura. Avrà deliziato e delizierà, ma non è certo stato il pittore più copiato. E mentre ci penso su, il mio sguardo incrocia una cornicetta laccata di verde appesa in un angolo. È il ricordo d’una prima comunione celebrata «nella Chiesa dei Santi Vitale e Agricola». L’immaginetta cromolitografica che la decora mostra un Cristo benedicente con il pane e il calice del suo sangue. Non si dice chi ne sia l’autore, ma ricorda la tela del fiorentino Carlo Dolci (1616-86) oggi a Dresda. Direi che copia l’acquaforte tratta da quel dipinto, incisa da Pierre-François Basan (1723-97) e contenuta in un volume con le riproduzioni dei dipinti più celebri della Galleria Reale di Dresda (Recueil d’Estampes d’après les plus célèbres Tableaux de la Galerie Royale de Dresde, 1753).

«Carlino» Dolci fu inventore di immagini votive di grande successo e le copie delle sue Madonne velate riempiono ancora oggi chiese e altarini domestici in ogni parte del mondo cattolico. Che il suo sarebbe stato un successo duraturo lo aveva già intuito Filippo Baldinucci, che nelle Notizie de’ Professori del Disegno (1681) pronosticava che le sue opere «piaceranno sempre in estremo ai dotti ed agli idioti», ossia a tutti quanti. Il segreto sta in un’immagine semplificata, ripulita d’ogni dettaglio fino a renderla iconica, così da risultare comprensibile a colti e incolti e, quindi, universale ed eterna. È proprio il caso di dire non passa mai di moda e, da questo punto di vista, ebbe più successo di Raffaello.

Dov’eravamo rimasti? Ah si, al paragone tra le arti. Direi che dove mi trovo dovrò far a meno tanto di Raffaello quanto di Mozart (se mi mettessi a canticchiare «non più andrai, farfallone amoroso...» sotto la doccia rischierei di restare senza cena).

A proposito: è ora di andare a tavola. Vedo un piatto d’insalata e il mio occhio cade sulla mensa del quadro di «Carlino», quando mi torna in mente un vecchissimo motivetto che faceva più o meno così: «pane e vin non ti mancava, l’insalata era nell’orto, Maramao...» e, visti i tempi, mi affretto a toccar ferro.

CAMERA CON VISTA
Capitolo I. Albert e Charlotte
Capitolo II. Un tableau parfait
Capitolo III. La prima comunione in quarantena
Capitolo IV. The dinner game

Marco Riccòmini, edizione online, 17 aprile 2020



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