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Valentina Casacchia
Leggi i suoi articoliNella nostra ricognizione sulle grandi collezioni in circolazione, quelle che pur restando spesso lontane dai riflettori influenzano concretamente la programmazione culturale, le acquisizioni, le commissioni, le mostre e perfino le traiettorie di molti artisti, ci siamo fermati da Swiss Re, uno dei principali gruppi mondiali di assicurazioni, riassicurazioni e gestione del rischio. Una scelta meno insolita di quanto sembri. In fondo assicurare e collezionare condividono la stessa ossessione, il tempo lungo e la protezione di ciò che potrebbe andare perduto in un futuro prossimo. Abbiamo approfittato dei dieci giorni dell'arte svizzera, iniziati con la Zurich Art Weekend e confluiti pochi giorni dopo in Art Basel, per visitare alcuni luoghi normalmente inaccessibili. Tra questi il campus di Mythenquai, sulle rive del lago di Zurigo, aperto eccezionalmente con visite guidate condotte dalla gentilissima curatrice Rahel Robert.
Le origini della raccolta risalgono ai primi anni Cinquanta, quando la biblioteca aziendale cominciò ad acquisire incisioni all'interno di un più ampio nucleo storico. Il primo acquisto documentato risale al 1951. Allora si trattava soprattutto di immagini di incendi, incidenti, eruzioni vulcaniche e altri eventi catastrofici che riflettevano la storia dell'assicurazione e il suo ruolo nell'affrontare il pericolo e la perdita. A guidarne la nascita non fu una singola personalità ma la biblioteca stessa, che disponeva delle risorse necessarie per coordinare un corpus comprendente libri, atlanti e materiali documentari.
La svolta arrivò nel 1969, allorché Walter Diehl, futuro presidente del Consiglio di amministrazione della società, e Roger Hauri, responsabile della biblioteca, ne presero in mano lo sviluppo. La sua crescita accompagnò quella del nuovo stabilimento di Mythenquai, fino a diventare parte integrante dell'identità visiva dell'azienda. Nel 1981 una linea guida interna sancì definitivamente il cambio di paradigma: «Non collezioniamo più per decorare le pareti di Swiss Re; collezioniamo per la collezione». Attualmente i beni ammontano a oltre 3.600 unità ripartite nelle sedi del gruppo in tutto il mondo. Ma più dei numeri interessa il metodo. Il cuore del progetto è il dialogo tra arte e architettura. L'esempio più compiuto è Swiss Re Next, inaugurato nel 2017. Qui gli artisti parteciparono all’ideazione fin da subito, collaborando con architetti e committenza per immaginare come gli spazi sarebbero stati percorsi e vissuti ogni giorno.
Wade Guyton, Kelley Walker, «Untitled», 2013-17. Courtesy: Swiss Re
Kristin Bratsch, «Stragate», 2007-13 (dettaglio). Courtesy: Swiss Re
Martin Boyce (Hamilton, 1967) diede vita a «All the Gravity, All the Air»come se l'intero complesso sorgesse sopra un giardino geometrico. Arredi, sculture e il monumentale banco reception in marmo di Carrara fanno dell’ingresso un paesaggio artificiale che ricorda più un parco che un sito aziendale. Un degno debutto di giornata. Heimo Zobernig (Mauthen, 1958) scelse invece il colore come strumento di orientamento e disorientamento: le pareti, rivestite con vernici interferenti, mutano tonalità al variare della luce e del punto di osservazione, mentre un colossale coffee bar in acciaio ripensa la convivialità tra colleghi.
Anche l’illuminazione è considerata materia plastica. Willem de Rooij (Beverwijk, 1969) escogitò quasi tremila metri di tende in lana naturale distribuite lungo le facciate degli uffici. Le sfumature cromatiche brillano lungo il perimetro del complesso, modificando la percezione dell’ambiente senza mai imporsi. Sul lato nord dell'atrio sud-occidentale Kerstin Brätsch (Amburgo, 1979) realizzò, insieme a un maestro dello sgraffito dei Grigioni, un imponente intervento di 23 metri per 13 ottenuto incidendo gli strati dell'intonaco secondo la tradizionale tecnica engadinese. Da lontano appare come una presenza quasi evanescente; avvicinandosi emerge un delicato disegno lineare che riprende il profilo della finestra sovrastante e del collegamento tra la parte antica e Swiss Re Next. Approccio che ricorre nel Klubhaus, rinnovato nel 2020, dove Jorge Pardo (L'Avana, 1963), Tobias Rehberger (Esslingen am Neckar, 1966) e Pae White (Pasadena, 1963) fanno della mensa, per quasi tremila impiegati, un gigantesco locale.
Anche le acquisizioni seguono una logica distante da quella del collezionismo speculativo. Oggi le decisioni sono affidate al team Art at Swiss Re, che lavora con consulenti ed esperti esterni per garantirne la coerenza. Gli acquisti provengono specialmente da gallerie di conoscenza o direttamente dagli artisti, non di rado seguiti per anni prima di essere chiamati. Sorprende la dimensione della struttura che gestisce un patrimonio di questa portata. Il team è composto da sole tre persone. «Le acquisizioni sono guidate da una forte attenzione all'arte contemporanea e alla sua abilità di instaurare un legame significativo con i luoghi in cui Swiss Re opera. Più che ampliare la raccolta in modo indiscriminato, cerchiamo opere che risuonino con il contesto culturale delle singole sedi e contribuiscano a creare un'identità riconoscibile per dipendenti, clienti e visitatori in tutto il mondo», ci racconta Rahel insistendo che «una priorità fondamentale riguarda la cura a lungo termine della collezione: conservarla, garantire che le opere siano collocate e curate con attenzione nei diversi posti e rafforzare il modo in cui viene comunicata e vissuta da dipendenti, clienti e pubblico».Nel panorama odierno, che produce allestimenti temporanei e immagini consumate alla velocità di uno scroll, Swiss Re continua a investire in opere concepite per durare. La sua lungimiranza risiede nella committenza e nella capacità di agire sul reale modellando una diversa prospettiva del quotidiano.
Valentin Carton, «Untitled», 2013-17. Courtesy: Swiss Re
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