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Gruppo di bambole, 1900

Photo: Ellen McDermott Photography

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Gruppo di bambole, 1900

Photo: Ellen McDermott Photography

Quello che le bambole ricordano

Da oltre trent'anni, dalla sua casa in Connecticut, Deborah Neff colleziona e studia le black dolls, testimonianze di una storia americana spesso assente dagli archivi ufficiali

Valentina Casacchia

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Aloïs Riegl (1858–1905), pilastro della Scuola di Vienna, scriveva già alla fine dell'Ottocento che fosse nelle arti decorative che un'epoca rivelava la propria sensibilità più autentica. Nel fondamentale Problemi di stile (Stilfragen, 1893), ornamenti, tessuti e manufatti non erano semplicemente arti «minori», ma luoghi nei quali si esprimeva il Kunstwollen, la «volontà d'arte» di una società. Un’attenzione analoga è riemersa nel pensiero di Okwui Enwezor (1963–2019), tra i più influenti curatori africani contemporanei. Enwezor ha mostrato come la modernità occidentale abbia costruito il proprio racconto eludendo interi patrimoni di esperienza, in particolare quelli legati alla diaspora africana. Fotografie di famiglia, archivi personali e tradizioni vernacolari sono diventati così alleati essenziali per rileggere il passato da ottiche alternative. Le black dolls americane ne sono un esempio eloquente. Molte nacquero nel contesto della schiavitù e della successiva segregazione razziale. Negli anni delle leggi Jim Crow, donne e uomini afroamericani iniziarono a realizzare bambole per i propri figli utilizzando stoffe, legno, bottoni e materiali di recupero: figure riconoscibili e dignitose, capaci di offrire un'alternativa agli stereotipi dominanti. A queste bambole Deborah Neff, dal Connecticut, dedica da oltre trent'anni la propria ricerca. Presidente del Louis-Dreyfus Family Office fino al 2017, ha riunito dagli anni Novanta una delle più importanti collezioni esistenti. Cresciuta lontano dalle logiche del mercato, la raccolta ha attirato studiosi e istituzioni, fino alla mostra Black Dolls organizzata nel 2022 dalla New-York Historical Society.
Le abbiamo chiesto di accompagnarci al suo interno.
 

Che cosa rappresenta per lei, personalmente, l'atto del collezionare?
Colleziono perché vedo qualcosa che mi affascina, o che mi tocca il cuore, e sento semplicemente di doverla portare nella mia vita. Di solito la decisione di acquisire una bambola è istantanea. Occasionalmente esito, per poi ritrovarmi a pensarla involontariamente, per giorni o settimane, finché non mi rendo conto che il mio subconscio mi sta dicendo che appartiene al resto delle mie bambole. L’accoglienza entusiasta che la collezione ha ricevuto è stata per me una conferma, ma avrei continuato a collezionare anche se non fosse stata ben accolta.

Ha spesso condiviso di essersi affezionata a queste bambole. C'è stata una bambola o un episodio che ha cambiato il suo rapporto con la collezione?
Il mio rapporto con la collezione non è cambiato molto. Sono ancora riluttante a separarmi dalle bambole. Mi preoccupa l’usura dovuta alla movimentazione necessaria per la spedizione e l’allestimento di una mostra. E mi piace vivere con loro. All’inizio della pandemia ho creato quella che chiamo la mia “parete delle bambole”, con supporti che possono ospitarne 45. Quelle esposte cambiano di volta in volta, man mano che le ruoto dentro e fuori dal deposito. La parete mi coinvolge quando sono installate e mi lascia una sensazione di mancanza quando sono in prestito. (Faccio la stessa cosa, su scala minore, con una scaffalatura dedicata alle fotografie d’epoca correlate che ho radunato.) Mi chiedo se la sua domanda presupponga che a un certo punto io abbia deciso di promuovere attivamente la raccolta e di avvicinare i musei. Non è andata così. Al contrario, gli eventi si sono sviluppati in modo organico. Frank Maresca, il mercante che ha curato il libro a essa dedicato, venne a sapere che collezionavo bambole nere quando mi rivolsi a lui per avere consigli su come realizzare dei supporti espositivi. Il libro Black Dolls, progettato e pubblicato da Radius Books nel 2015, è stata una sua idea. Fu lui a menzionare il progetto anche al Mingei International Museum, il cui Direttore delle mostre (Christine Knoke, oggi Hietbrink) mi ha corteggiata con gentilezza ma costanza per molto tempo, finché non ho accettato di realizzare la prima mostra. Da allora è sempre andata così: persone e istituzioni vengono da me, non viceversa, proprio come ha fatto lei. Penso a tutto questo come alla magia delle bambole. Non ho mai bisogno di promuoverle: attirano l’attenzione da sole. Se c’è stato un momento chiave, forse è stato quando ho capito che la mostra al Mingei sarebbe stata la prima del suo genere in un museo. Essere coinvolta nel debutto museale delle prime bambole nere artigianali mi è sembrato un contributo significativo. Da allora ho capito quanto io stessa abbia beneficiato delle mostre; vedere le bambole attraverso gli occhi dei curatori e dei visitatori ha ampliato la mia comprensione e il mio apprezzamento.

Quali sono le principali fonti a cui attinge?
Non posso indicare una fonte particolare. Le bambole compaiono nelle aste di folk art e nelle aste di bambole. Compaiono nelle fiere di antiquariato, nei mercatini e online. Alcuni mercanti mi contattano direttamente. Non più del 5% circa della collezione proviene da una stessa fonte.

Come è organizzata la raccolta?
Non organizzo la collezione secondo categorie. Ogni bambola è unica e la grande varietà è parte del fascino dell’insieme. È una testimonianza della straordinaria abilità e immaginazione di chi le ha realizzate. Esistono però caratteristiche che un curatore o uno studioso potrebbe utilizzare per creare dei gruppi. Un raggruppamento evidente è quello delle topsy-turvy dolls. Le miniature – che siano da chiesa o da casa delle bambole – costituiscono un altro gruppo. Poi ci sono quelle con tratti bianchi: capelli biondi o rossi, occhi azzurri. Altre nacquero come bambole bianche e furono successivamente trasformate in bambole nere. Ci sono esemplari del XIX secolo e dei primi decenni del XX, maschili e femminili, giovani e anziani, dettagliati e minimali, raffinati e realizzati con ciò che si aveva a disposizione. Esistono inoltre gruppi di autori noti, come Leo Moss o Nellie Mae Rowe, e altri realizzati dalla stessa mano anonima. Quando incontro una bambola che credo sia stata realizzata dalla stessa persona che ne ha creata un’altra presente nella collezione, mi domando: erano una coppia poi separata (forse una è andata ai discendenti di un bambino e l’altra a quelli di un fratello o di una sorella) e ora casualmente riunita nella mia collezione? Oppure la loro autrice utilizzava le proprie capacità di cucito per mantenersi, vendendo le sue caratteristiche creazioni alle fiere di contea, agli eventi della chiesa o in contesti simili? Mi affascinano i lunghi e diversi percorsi compiuti da queste bambole, dal cestino del cucito fino alla mia collezione.

 

Il «Doll Wall». Photo: Pamela R Cook

Doll, ca 1870-1910. Photo: Ellen McDermott Photography

Ha detto di sperare che queste bambole possano un giorno restare insieme in una collezione pubblica. Dove le immagina?
Mi augurerei che un museo d'arte ne valorizzasse l'aspetto artistico senza ignorarne la storia e che un museo storico ne valorizzasse la storia senza ignorarne l'aspetto artistico. Fare altrimenti significherebbe privare i visitatori di una parte importante dell'esperienza. A questo punto la collezione è cresciuta fino a raggiungere dimensioni tali da poter essere suddivisa in due o persino tre raccolte separate, di pari qualità e varietà; forse, quindi, la difficile scelta che lei prospetta non sarebbe nemmeno necessaria.

Se ha visto la Biennale di Koyo Kouoh, vi ha colto risonanze con il suo progetto?
Purtroppo, non sono riuscita a vedere la Biennale.
La sua domanda mi ricorda però un articolo di Patricia Williams pubblicato nel 2018 su The Nation (Encountering Ghosts in Family Photos, Historical Dolls, and “Black Panther”). È un testo profondamente riflessivo ed eloquente. L’ultimo paragrafo mi commuove fino alle lacrime ogni volta che lo leggo.

È coinvolta oggi nella gestione della collezione e quali sono le principali attività che ne accompagnano la vita pubblica?
Sì, me ne occupo personalmente. Quando acquisisco una bambola, la aggiungo all’inventario che ho creato agli inizi della mia attività di collezionista. Successivamente faccio realizzare un supporto su misura e, se necessario, eseguire interventi conservativi (come fissare un braccio penzolante o applicare una rete di rinforzo a un abito che si sta disgregando). In alcuni casi ho fatto realizzare casse di trasporto personalizzate. Ogni anno circa organizzo una sessione fotografica con Ellen McDermott Photography (la fotografa del libro pubblicato da Radius). Ellen ha uno straordinario modo di fotografare le bambole come persone piuttosto che come oggetti e comprende che un filo allentato o un’altra imperfezione possano rappresentare un valore aggiunto, anziché una distrazione, nel catturare l’essenza di una bambola. Mi incontro inoltre periodicamente con Madelyn Shaw, studiosa indipendente di tessuti. Esaminiamo insieme ogni bambola nel minimo dettaglio per identificare i materiali utilizzati, datarla ed esplorarne le caratteristiche insolite o i dettagli costruttivi. Le sessioni con Madelyn rappresentano per me un’opportunità per affiancare al mio amore istintivo per le bambole un’osservazione e un’analisi rigorose. Mi assicuro di conservare nel mio inventario tutte le informazioni, le intuizioni e le domande che emergono da questi incontri.

Valentina Casacchia, 23 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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