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Alexey Morosov, video-proiezione con dighe kirghise e sequenze di kok-börü, fotogramma di dettaglio con cavallo e centauro-giocatore di kok.

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Alexey Morosov, video-proiezione con dighe kirghise e sequenze di kok-börü, fotogramma di dettaglio con cavallo e centauro-giocatore di kok.

600 metri quadrati di cime innevate, pascoli e memorie. Il Kirghizistan a Venezia, tra ingegneria idraulica e tradizioni nomadi

Acqua, memoria e nomadismo: «BELEK» di Alexey Morosov al Padiglione del Kirghizistan alla Biennale di Venezia

Nicoletta Biglietti

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L’acqua scorre. E racconta. Non solo fiumi e ghiacciai, ma storie di uomini, comunità, un popolo che si muove al ritmo del paesaggio. Da questa fluidità nasce «BELEK», il progetto di Alexey Morosov al Padiglione della Repubblica del Kirghizistan alla Biennale di Venezia, a cura di Geraldine Leardi. Un’installazione immersiva che prende il paesaggio montano come punto di partenza, intrecciando memoria culturale, ingegneria idraulica e tradizioni nomadi, trasformando lo spazio espositivo in un organismo vivo. Storia, natura e arte contemporanea si incontrano.

Montagne. Ghiacciai. Fiumi. Dighe brutaliste. Strutture idro-ingegneristiche che hanno rimodellato il territorio nel Novecento. Morosov parte da qui. E porta lo spettatore altrove. «BELEK» mette in relazione la potenza della geografia con la memoria culturale dei Kirghisi. L’antico gioco equestre Kok-Boru diventa simbolo. Non solo sport tradizionale, ma energia collettiva. Unione tra uomo e cavallo, ritmo e respiro del paesaggio. Ogni movimento rivela legami profondi tra cultura, natura e identità.

Il padiglione si apre come un ambiente stratificato. Video. Scultura. Pittura. Suono. Ogni elemento dialoga con l’altro. Lo spazio dell’ex chiesa di Santa Caterina a Cannaregio, edificio storico del XIV secolo, non è contenitore: è parte dell’opera. L’architettura interagisce. Diventa protagonista. «BELEK» significa «dono». L’acqua come dono primordiale della natura. Fondamento della vita. Ma anche il patrimonio immateriale: tradizioni, memoria, esperienze condivise. Tutto ciò che si tramanda di generazione in generazione. Morosov mostra che il dono non è solo personale: diventa responsabilità collettiva. Morosov stesso è nomade. Nato in Kirghizistan, cresciuto tra montagne e fiumi, ha percorso il mondo. Vive tra culture diverse. Tra paesaggi diversi. Questa esperienza plasma il suo lavoro. La memoria dei luoghi diventa materia visiva. L’identità culturale diventa esperienza immersiva. In «BELEK» il paesaggio kirghiso entra in dialogo con Venezia. Montagna e città si toccano. Si confrontano.
L’arte diventa flusso. Movimento continuo. Presenza.

Geraldine Leardi, curatrice del progetto, descrive così il Kirghizistan: «Una terra modellata dalle cime innevate, dal terreno vulcanico, ma soprattutto dalla resilienza di un popolo nomade. Attraversarla significa riscoprire ciò che sta all’origine della vita: l’acqua come fonte, il movimento dei popoli, la formazione della comunità, il rispetto per la natura». «BELEK» occupa circa 600 metri quadrati. Video-affreschi monumentali. Sculture. Pittura. Suono. Ogni elemento è parte di un ecosistema sensoriale. L’architettura storica diventa struttura vivente. Lo spettatore si muove, osserva, ascolta. Entra nel flusso dell’opera. Morosov dichiara: «Per me, “BELEK” non è un ritorno al passato. È un movimento attraverso di esso. L’eredità dei miei antenati scorre con me, come l’acqua che modella il paesaggio. Il dono non è personale. È responsabilità che non può essere trasferita né annullata». Perché in «BELEK» l’acqua scorre, il paesaggio respira e la cultura pulsa. E lo spettatore percepisce il dono nella sua forma più pura: collettiva, responsabile e senza tempo.

Alexey Morosov, video-proiezione con dighe kirghise e sequenze di kok-börü, fotogramma di dettaglio con allenamento di kok-börü.

Nicoletta Biglietti, 06 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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