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Vittorio Bertello
Leggi i suoi articoliAnche a Pompei i grandi palazzi delle famiglie emergenti potevano essere dotati di torri, quali simboli del potere e della ricchezza dell'élite locale, proprio come sarebbe successo nell’Italia dei Comuni più di mille anni dopo. È l’ipotesi che viene sostenuta in un nuovo articolo: «La torre della casa del Tiaso. Un nuovo progetto di ricerca per la documentazione e la ricostruzione digitale della Pompei “perduta”», pubblicato oggi sull’E-journal degli scavi di Pompei.
La ricerca fa parte di un progetto di «archeologia digitale» che mira a ricostruire i piani superiori di Pompei, perlopiù andati perduti. Nella fattispecie, gli esperti, guidati dal direttore del Parco archeologico Gabriel Zuchtriegel e dalla professoressa Susanne Muth del Dipartimento di Archeologia Classica dell’Università Humboldt di Berlino (Winckelmann-Institut) in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, si sono fatti ispirare da una scala monumentale nella casa del Tiaso che sembra portare al nulla.
Di qui l’ipotesi che servisse per raggiungere una torre per osservare la città e il golfo, ma anche le stelle di notte, come è attestato sia nella letteratura (nei brani in cui si descrive ad esempio la torre di Mecenate, da cui Nerone avrebbe osservato l'incendio di Roma), sia nell'arte. Infatti, molti dipinti pompeiani di ville mostrano delle torri.
«La ricerca archeologica a Pompei è molto complessa. Oltre a quella sul campo con gli scavi che restituiscono contesti intatti sulla vita nel mondo antico e nuove storie da raccontare sulla tragedia dell’eruzione, esiste anche la ricerca non invasiva, fatta di studio e di ipotesi ricostruttive di ciò che non si è conservato, ma che completa la nostra conoscenza del sito», ha dichiarato Gabriel Zuchtriegel.
Nel contributo sull’E-journal oggi pubblicato si presentano i primi risultati di un progetto di ricerca non invasivo, «Pompeii Reset», che ha come scopo quello di utilizzare le tecniche digitali per illustrare dapprima ciò che è stato conservato degli edifici sotto forma di modello 3D e, in una seconda fase, di ricostruire ciò che è andato perduto sulla base della versione digitale e con l’uso della ricostruzione e della simulazione virtuale. La Pompei perduta consiste soprattutto nei piani superiori, che sono essenziali per comprendere la vita nella città antica. «Mettendo insieme i dati in un modello digitale 3D possiamo sviluppare ipotesi ricostruttive che ci aiutano a comprendere l’esperienza, gli spazi e la società dell’epoca», evidenzia Zuchtriegel.
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