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È scomparso oggi a Bologna a 87 anni Carlo Ginzburg, storico fra i più originali dei nostri tempi e influente innovatore metodologico, autore di opere fondamentali con le quali ha recuperato e gettato nuova luce sulle credenze popolari nell’Europa del XV e XVI secolo. Era nato a Torino il 15 aprile 1939, da Leone, antifascista del gruppo Giustizia e Libertà, e dalla scrittrice Natalia. Studente presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, si era laureato in Lettere e Filosofia presso l'Università di Pisa nel 1961. In seguito avrebbe insegnato Storia moderna presso numerosi atenei, in Italia e all'estero: alle Università di Bologna e di Lecce, Princeton, Harvard e Yale, e all’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi. Svolse attività di ricerca all’Institute for Advanced Study, Princeton, al Getty Center di Santa Monica, e al Warburg Institute di Londra. Dal 1988 al 2006 fu Franklin D. Murphy Professor of Italian Renaissance Studies alla University of California, Los Angeles. Dal 2006 al 2010 tornò alla Normale come professore di Storia delle Culture Europee.
Autore di ricerche di amplissima portata, i suoi vasti studi hanno spaziato dalla spiegazione e valutazione delle credenze e della pratica della stregoneria (I benandanti, 1966; Storia notturna, 1989, il saggio Folklore, magia, religione, pubblicato nel primo volume della Storia d’Italia di Einaudi). Per la casa editrice dello struzzo negli anni Ottanta aveva diretto con Giovanni Levi la collana «Microstorie», dedicata al recupero delle credenze e dei comportamenti della gente comune di cui sarebbero altrimenti rimasti ignoti la vita e il punto di vista. Da questo interesse sarebbe scaturita una delle sue opere più conosciute e tradotte, Il formaggio e i vermi (1976) in cui, a partire da documenti dell’Inquisizione, è riuscito a ricostruire l’idea che del mondo aveva Domenico Scandella detto Menocchio, un mugnaio friulano del Cinquecento. Lavoro innovativo, letto retrospettivamente come un esempio di microstoria (e come tale molto imitato), lo scopo di quell’esperimento di scrittura della storia, era, come ha chiarito lo stesso Ginzburg nella postfazione all'edizione del 2019, di far arrivare al lettore la voce di Menocchio: «Io ho detto che, quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli...».
È del 1981 Indagini su Piero, incentrato sull’iconografia di Piero della Francesca, dove, da non storico dell’arte, si proponeva di confutare sulla base di elementi esterni, legati a committenti e iconografia, la data precoce (avanzata da Roberto Longhi) di un’opera capitale come la «Flagellazione».
Nelle sue opere storiche ha sottolineato l’importanza delle connessioni tra antropologia sociale e storia culturale. Ha scritto della natura delle testimonianze storiche in Miti emblemi spie (1986) e nel 1991 il pamphlet Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri. In Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, del 1999, ha delineato una teoria della scrittura storica che prende le mosse dall’indagine della complessa relazione tra verità, finzione e menzogna. In No Island is an Island (Nessun’isola è un’isola, 2000) tratta di quattro momenti della letteratura inglese, dove l’interpretazione di un testo classico, tra cui l’Utopia di Tommaso Moro, si trasforma nella comprensione del suo contesto internazionale.
Durante la sua vita ha ricevuto numerosissimi premi tra cui il Premio Aby Warburg nel 1992 e, nel 2005, il Premio Feltrinelli dell'Accademia dei Lincei, per le scienze storiche, nel 2010, all'Accademia dei Lincei, gli è stato conferito il Premio Balzan. Nel 2019 il premio èStoria e il premio letterario internazionale Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Nel 2023 il Premio Gentile da Fabriano.
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