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Celeste Dupuy-Spencer

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Celeste Dupuy-Spencer

Addio a Celeste Dupuy-Spencer, fiera avversaria del razzismo e dei disordini sovranisti

Aveva 46 anni. Era esplicita rispetto alla sua identità queer. «Non mi identifico con l’essere una donna», diceva. Nel 2021 aveva raffigurato nelle sue opere l’assalto del 6 gennaio a Capitol Hill (Washington) dei sostenitori di Donald Trump

Gaspare Melchiorri

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All’età di 46 anni è scomparsa il 10 aprile, nella sua casa di Los Angeles, Celeste Dupuy-Spencer, una pittrice il cui lavoro affrontava il razzismo e i disordini in un’America lacerata dalle disuguaglianze. È stata la Jeffrey Deitch Gallery (che a Los Angeles, Santa Monica Boulevard, venerdì 17 aprile inaugura la mostra «Celeste Dupuy-Spencer: Burning in the Eyes of the Maker») ad annunciare la sua scomparsa l’11 del mese, senza tuttavia specificare la causa del decesso.

Era nata a New York nel 1979 da una famiglia in vista di New Orleans. Suo padre, Scott Spencer, era un romanziere; sua madre, Coco Dupuy, si dilettava con la pittura. Era cresciuta a Rhinebeck, nello Stato di New York, e per un certo periodo aveva studiato arte al Bard College, sotto la guida di pittrici come Nicole Eisenman e Amy Sillman. Dupuy-Spencer è stata una delle poche artiste accolte nella Biennale Whitney del 2017, dominata dalla scultura, e ha partecipato anche alla biennale «Made in L.A.» del 2018 dell’Hammer Museum di Los Angeles, che le procurò grandi consensi.

Dupuy-Spencer trattava generi molto diversi nelle sue opere: passava con semplicità da immagini di violente proteste a delicati ritratti intimi. In «Sarah», un dipinto del 2017, l’artista ritrasse sé stessa a letto con la sua ex compagna Sarah Johnson. Tutti i soggetti che dipingeva, ammetteva lei stessa, «sono cose significative per me».

I temi politici erano il più delle volte di facile comprensione. Nel 2021, è stata oggetto di articoli su diverse riviste per aver raffigurato l’insurrezione sovranista dei sostenitori di Donald Trump del 6 gennaio a Washington. L’opera in questione, intitolata «Father, Don’t You See That I Am Burning», è un convulso ammassarsi di figure armate di fucili e bandiere americane davanti al Campidoglio. In mezzo alla folla compare Sigmund Freud; il titolo del dipinto è la citazione di una frase tratta da L’interpretazione dei sogni.

A proposito di quel dipinto, Dupuy-Spencer ha detto che stava pensando alle circostanze nelle quali «i disturbi che avvengono al di fuori di chi dorme vengono incorporati nel sogno», come ha dichiarato in un’intervista alla stampa specializzata. «In casi-limite, questi vengono attirati dentro, e il sogno sveglia il sognatore. Inoltre, ha proseguito, pensavo al sogno come a una critica del Sogno Americano».

«Spesso cerco di dipingere qualcosa in modo realistico, poi lo rovino e cerco di trasformarlo in un bel quadro», aveva dichiarato in un’intervista del 2018.

In quella stessa circostanza, disse che il suo lavoro doveva essere letto attraverso la lente della classe sociale e della sua pelle bianca, ma aveva espresso dubbi se il suo essere queer avesse a che fare con la sua arte o no. Era assolutamente esplicita riguardo alla sua identità di genere: ha poi dichiarato in altre interviste di aver iniziato a farsi iniezioni di ormoni come inizio per una transizione. «Non mi identifico assolutamente con l’essere una donna», aveva detto a Los Angeles Magazine in un profilo del 2021. «Sono trans, con un aspetto maschile». Ma nell’intervista del 2018 aveva anche dichiarato che analizzare tutto il suo lavoro attraverso la sua identità queer era «presuntuoso, persino un po’ violento».

Gaspare Melchiorri, 14 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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