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Fabio Roversi Monaco

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Fabio Roversi Monaco

Addio a Fabio Roversi Monaco, demiurgo della vita culturale bolognese

Il giurista, a lungo tempo rettore dell’Università più antica d’Europa, ha inciso profondamente, per decenni, nel rapporto tra istituzioni, patrimonio e identità urbana della città felsinea

Stefano Luppi

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Il 27 marzo, all’età di 87 anni, è scomparso il giurista Fabio Roversi Monaco. La sua morte chiude una stagione decisiva della storia culturale bolognese. Rettore dell’Università di Bologna dal 1985 al 2000, e soprattutto regista di una visione complessiva della città vista come sistema culturale integrato tra pubblico e privato, Roversi Monaco ha inciso profondamente, per decenni, nel rapporto tra istituzioni, patrimonio e identità urbana bolognesi.

Durante il lungo rettorato all’Università più antica d’Europa (1985-2000), Roversi Monaco fu più di un semplice amministratore accademico. Guidò infatti l’Alma Mater in una fase di forte espansione, portando gli studenti da circa 60mila a oltre 100mila e trasformando l’ateneo in un attore centrale per la vita pubblica cittadina. Tra gli eventi di quel periodo si possono ricordare il IX Centenario del 1988, che il rettore trasformò in un’occasione di diplomazia culturale promuovendo la Magna Charta Universitatum, firmata da centinaia di rettori, legata com’era all’autonomia universitaria.

Nei suoi anni inoltre favorì lauree honoris causa conferite a figure come Madre Teresa, Nelson Mandela o Carlo III d’Inghilterra, oltre a rapporti stretti con Umberto Eco e Lucio Dalla. Il capitolo principale del suo operare resta comunque il progetto «Genus Bononiae-Musei nella città», concepito nei primi anni Duemila durante la sua presidenza della Fondazione Carisbo.

L’idea, formalizzata intorno al 2003, è stata determinante per la città: trasformare una rete di palazzi storici restaurati in un museo diffuso capace di raccontare Bologna non attraverso un solo luogo, ma come organismo culturale che si diffuse tra il duecentesco Palazzo Pepoli Vecchio, Palazzo Fava (affrescato dai Carracci), San Colombano, la Chiesa di Santa Maria della Vita e altri spazi restituiti alla città dopo importanti interventi conservativi. Palazzo Fava continua tuttora a essere un luogo espositivo centrale, gestito da Opera Laboratori di Firenze.

In campo espositivo la sua stagione fu segnata da eventi capaci di ridefinire il profilo internazionale di Bologna: si pensi alla «Ragazza con l’orecchino di perla» di Vermeer, che attrasse un pubblico vastissimo e contribuì a rilanciare il turismo culturale cittadino. Significativa fu anche «Street Art. Banksy & Co.», con un impatto non solo espositivo, ma politico e simbolico, visto il lungo dibattito che seguì alla cancellazione di alcuni murales del graffitista Blu (Senigallia, 1980). Tra gli ultimi eventi seguiti, il progetto sul Polittico Griffoni, ricomposto temporaneamente dopo secoli di dispersione, in collaborazione con vari musei internazionali.

Questa stagione, tuttavia, non fu priva di contraddizioni e polemiche, visto che il modello di «Genus Bononiae», fortemente sostenuto economicamente dalla Fondazione che Roversi Monaco presidiò a lungo prima di passare alla presidenza museale, entrò progressivamente in difficoltà fino alla sua riorganizzazione ed esternalizzazione nel 2024.

Stefano Luppi, 30 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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