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Daria Berro
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Le sue sculture astratte in acciaio saldato, filo spinato, catene e componenti di macchinari per sessant’anni hanno dialogato con la storia dell’astrazione e della scultura moderna, collegando il passato e il presente del Black Atlantic. Melvin Edwards è scomparso il 30 marzo a Baltimora, a 88 anni, a poche settimane dalla chiusura della retrospettiva del Palais de Tokyo a Parigi che ne ha ripercorso l’intera carriera, profondamente plasmata da viaggi, amicizie e collaborazioni tra gli Stati Uniti, i Caraibi e l’Africa Occidentale. Figura chiave dell’arte d’avanguardia afroamericana, nel 1970 Edwards è stato il primo scultore nero ad avere una mostra personale al Whitney Museum of American Art di New York. I suoi viaggi in Ghana, Nigeria, Togo e Benin hanno influenzato la sua comprensione della scultura come forma di continuità culturale, portandolo a creare opere pubbliche che fondevano le tradizioni africane con l’astrazione contemporanea.
Nato a Houston, in Texas, nel 1937, Edwards, è cresciuto in un'epoca di segregazione razziale. I temi che hanno permeato tutta la sua pratica artistica, la razza, la diaspora africana e la protesta, affondavano le loro radici nel tumulto sociale e politico del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. A partire dagli anni ’60, aveva sviluppato un vocabolario visivo unico, radicato nella lavorazione dei metalli e nella saldatura, nel riciclaggio di materiali e utensili industriali e nell’uso di catene e filo spinato. Nel contesto del Movimento per i diritti civili e della segregazione razziale che hanno segnato gli esordi della sua pratica, l’uso di questi materiali mette in discussione sia la storia della violenza post schiavitù in America sia la storia culturale della resistenza nera. Intrisa di poesia e musica jazz, l’opera di Edwards riflette i suoi rapporti con poeti come Jayne Cortez (1934-2012), con la quale ha collaborato per molti anni alle illustrazioni dei suoi libri, e l’amicizia con scrittori francofoni come Léon-Gontran Damas (1912-78) ed Édouard Glissant (1928-2011).
Edwards era particolarmente noto per la serie «Lynch Fragments» (1963-2026), piccole sculture a rilievo montate a parete, create con oggetti in acciaio di recupero (catene, martelli, chiodi da ferrovia e lucchetti). Le opere abbracciano tre periodi distinti della vita dell’artista. Negli anni ’60 documentavano la risposta di Edwards alla violenza razziale negli Stati Uniti. Negli anni ’70 le sue sculture divennero atti di protesta contro la guerra del Vietnam. Dal 1978 in poi, la sua pratica si è evoluta in un mezzo per onorare le persone, riflettere sul passato e approfondire il suo impegno con la cultura e i manufatti africani. In una conversazione con Amandine Nana, curatrice della mostra al Palais e Tokyo, Edwards ha raccontato la genesi e il significato della serie: «All’inizio lavoravo su pezzi molto piccoli. Stavo imparando a manipolare e assemblare forme che, di solito, non sarebbero state unite. I primi pezzi erano sperimentali e creativi, ma non si chiamavano ancora “Lynch Fragments”. Quando ho capito che il mio lavoro stava tracciando un percorso proprio, ho deciso di utilizzare un titolo collettivo per mantenerlo in una direzione personale e allontanarlo dalla critica formalista. A quel tempo, il discorso dominante nel mondo dell’arte sosteneva che l’arte dovesse esistere solo per sé stessa, che si trattasse di una creazione puramente formale. Alcuni pensatori come Clement Greenberg erano molto influenti su questo punto. Ma sentivo che la dinamica delle mie opere era legata alla realtà sociale e politica che io e la mia famiglia avevamo vissuto. Così mi sono detto che avrei chiamato queste opere “Lynch Fragments”. Era il titolo più simbolico per evocare quella realtà e quell’esperienza: il linciaggio di persone innocenti, uccise solo per motivi razziali. Detto questo, ogni opera aveva anche un proprio titolo individuale».
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