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Raghu Rai (1942-2026)

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Raghu Rai (1942-2026)

Addio a Raghu Rai, gli occhi e il cuore dell’India

Si è spento a Delhi a 83 anni. Fotogiornalista primo membro indiano di Magnum Photos, per sessant’anni ha documentato le tante anime del suo Paese attraverso scatti di straordinaria potenza umanistica ed empatia

Daria Berro

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Per sessant’anni ha documentato la cultura, i conflitti politici, la spiritualità, le tragedie e l’anima del suo Paese natale, dove «la varietà di soggetti era infinita», mostrando l’India al mondo e ai suoi stessi abitanti. Il «padre della fotografia indiana contemporanea», Raghu Rai si è spento il 26 aprile 2026 a Nuova Delhi all'età di 83 anni. Membro di Magnum Photos, «Rai, con profonda compassione e umanità, ha dedicato la sua vita a fotografare il mondo che lo circondava e lo sfuggente scorrere del tempo, lo ricorda l’Agenzia. Utilizzando la fotografia come un’estensione del cuore piuttosto che dell’occhio, il suo obiettivo, come ha scritto nel suo libro del 2015 Picturing Time, era quello di catturare “il desiderio della vita di sé stessa”», attraverso scatti di straordinaria potenza umanistica ed empatia. «Che si tratti di fotografare l’uomo comune, Madre Teresa, Indira Gandhi o qualsiasi personalità politica, aveva dichiarato in un’intervista con “India Art Fair”, devo rimanere me stesso, un essere umano sensibile e responsabile». 

Nato nel 1942 nel villaggio di Jhang, allora oggi parte dell’India britannica e dal 1947 del Pakistan, Rai era avviato a una carriera lavorativa come ingegnere civile per il Governo. Giovanissimo, a 23 anni, durante una visita a Delhi al fratello S. Paul, un fotografo già affermato, con una macchina presa in prestito da un amico scattò la foto di un asinello. Il fratello la inviò al «Times» di Londra, che la pubblicò, cambiando il corso della vita di Raghu. Nel libro Delhi, ripercorrendo i propri esordi, Rai ricordava che ad affascinarlo della macchina fotografica era soprattutto il fatto che «ogni volta che guardavo il mondo attraverso l’obiettivo, avevo l’impressione che tutta la mia energia, tutta la mia concentrazione, si focalizzassero su ciò che vedevo. Grazie a questo strumento, ho scoperto che potevo osservare più da vicino il mondo che mi circondava»

Dopo aver lavorato per un breve periodo all’«Hindustan Times», nel 1966 entrò allo «Statesman», quotidiano in cui rimase per oltre un decennio come capo fotografo. La sua prima mostra personale si tenne alla Shridharani Gallery di Nuova Delhi, nel 1968, ma fu alla Galerie Delpire di Parigi, nel 1972, che venne notato da Henri Cartier-Bresson, cofondatore della Magnum: colpito dal suo lavoro sulla Guerra di Liberazione del Bangladesh, il maestro francese gli scrisse  per proporgli di entrare nell’Agenzia. «Quando tornai a casa, raccontò Rai all’“India Art Fair” nel 2021, ricevetti una lettera da Magnum in cui si diceva che Cartier-Bresson, uno dei membri fondatori, mi aveva candidato per entrare a far parte del gruppo. Ero nel settore da soli cinque anni! Ero così spaventato che non risposi”. Cinque anni dopo, nel 1977, ritrovò la lettera e accettò l’invito, diventando il primo fotografo indiano associato al collettivo. Nel 1976, intanto, Rai aveva cominciato a lavorare come  photo editor al settimanale di attualità di Calcutta «Sunday».

Nella sua lunga carriera, sempre attento tanto al monumentale quanto al quotidiano, Raghu Rai ha immortalato i grandi eventi politici, come la Guerra di Liberazione del Bangladesh del 1971 (il suo fotogiornalismo sensibile gli valse il Padma Shri, una delle più alte onorificenze civili indiane mai assegnate a un fotografo), tranches de vie (nella famosa «Commuters at Churchgate Station», 1995, un uomo è assorto nella lettura, incurante della frenesia dei pendolari che gli passano accanto), personaggi pubblici di spicco. Di Indira Gandhi, prima donna primo ministro dell’India, Rai ha registrato tutte le tappe salienti del primo mandato, dal 1966 al 1977, il periodo dello stato di emergenza, il ritorno in carica nel 1980, l’assassinio nel 1984 e la cremazione. Nel 1970, a Calcutta, scattò la prima foto di Madre Teresa, che gli concesse di ritrarla in preghiera, il giorno di Pasqua. Alla fine degli anni Settanta iniziò a fotografare il Dalai Lama. Il libro Tibet in Exile, del 1991, ne ripercorre la  vita al fianco della sua comunità in esilio in India e si apre con una prefazione del capo spirituale buddista.

Nel 1980 Rai era diventato direttore della fotografia e fotografo per «India Today», la principale rivista di attualità indiana. Il 3 dicembre 1984 una fuga di isocianato di metile dalla fabbrica di pesticidi della Union Carbide a Bhopal avvelenò mezzo milione di persone, causando circa 25mila vittime. Le immagini del reportage di Rai su quella spaventosa catastrofe hanno dato vita a un libro e a tre mostre che nel 2004, nel ventennale della tragedia, hanno fatto il giro del mondo («Per quante foto scattassi, non riuscivo a catturarne la portata», avrebbe scritto in seguito). Uno degli scatti più strazianti è «Burial of an Unknown Child» (1984), che mostra un bambino morto, semisepolto dalle macerie, la mano di un adulto che gli accarezza teneramente la testa. Un’immagine che divenne il simbolo del (fino ad allora) più grande disastro industriale della storia. Rai sarebbe tornato a Bhopal nel 2002 per incontrare i sopravvissuti, stipati in baraccopoli. E ancora, su incarico di Amnesty International, nel  2014, per fotografare le comunità che continuano a vivere con le conseguenze ambientali e sanitarie dell’incidente.

Il lavoro di Rai è stato raccolto in una trentina di libri, tra cui India (1988), Calcutta (1989), My Land and its People (1997), The Sikhs (2001), Mumbai/Bombay: Where Dreams Don’t Die (2010), Exposure: A Portrait of Corporate Crime (2002), Raghu Rai’s India Reflections in Black & White (2007), Taj Mahal (2011) e Picturing Time: The Greatest Photographs of Raghu Rai (2015). Nonostante la gran parte delle sue fotografie più riconoscibili siano in bianco e nero, il suo corpus di opere a colori è vasto e variegato. Ha esposto in tutto il mondo e pubblicato i suoi reportage fotografici su riviste e quotidiani internazionali. Nel 2010 ha fondato la Raghu Rai Foundation for Arts and Photography a Nuova Delhi per archiviare la sua opera e sostenere la fotografia indiana attraverso pubblicazioni, workshop e sovvenzioni. In un video di una masterclass per «National Geographic India» dello scorso anno, Rai ha condiviso i suoi consigli con i fotografi in erba: «La vostra risposta dovrebbe venire dal cuore, perché il cuore siete voi. Questo significa essere originali. E se il vostro cuore viene toccato da un movimento o da un evento specifico, toccherà anche il cuore delle altre persone».

Non riuscirà a vedere il suo ultimo progetto, il Calendario Pirelli 2027, dedicato proprio all’India. Per la prima volta nella sua storia, The Cal aveva affidato le immagini a due fotografi: Rai e Solve Sundsbo, il fotografo norvegese già autore del Calendario dello scorso anno.

Il collega della Magnum Sohrab Hura ha scritto che alle esequie di Rai erano presenti, oltre alla famiglia, «centinaia di fotografi e altre persone le cui vite sono state toccate da lui in un modo o nell’altro. Persino mio zio, che non aveva mai avuto alcun interesse per la fotografia, aveva saputo della notizia e mi aveva comunicato l’ora e il luogo della cerimonia di cremazione, nel caso me la fossi persa. Il fatto è che, dopo l’indipendenza, molte generazioni di persone qui avevano visto una giovane Nazione crescere e diventare ciò che identificavano come l’India, attraverso l’occhio di Raghu Rai; quindi non era necessario essere fotografi per potersi identificare con lui. In questo senso, era più grande della fotografia. [...] Una parte delle nostre vite sembra spezzata perché, come fotografi, ci identificavamo tutti con lui, eppure lui rimarrà sempre presente nelle nostre vite perché non possiamo pensare alla nostra storia senza pensare alle sue fotografie».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Daria Berro, 06 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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