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Redazione
Leggi i suoi articoliUn miscuglio di origini, cinesi, spagnole, filippine e americane, e di interessi e attività, dall’arte, al teatro, alla performance e al cinema, fino alla controcultura sociale e politica e alle battaglie del movimento di liberazione gay. Agosto Machado, scomparso il 21 marzo a New York, città in cui era nato, a un’età imprecisata («una signora non la dice mai», aveva dichiarato scherzosamente in una recente intervista a «The Paris Review»), ma si presume intorno agli 80, era tutto questo. Anche sugli altri suoi dati anagrafici non ci sono molte certezze, se non che nel 1959 aveva accostato al nome di un mese il cognome Machado, in onore di China Machado, la prima top model non bianca a comparire sulla copertina di una rivista di moda americana.
Figura chiave della scena artistica «downtown» di New York dagli anni ’60, frequentatore della Factory di Andy Warhol e presenza di spicco della cultura queer, aveva partecipato ai moti di Stonewall del 1969 (gli scontri tra polizia e manifestanti omosessuali e trans verificatisi nel giugno di quell’anno all’interno del locale newyorkese Stonewall Inn e divenuti uno degli eventi simbolo nella lotta contro le discriminazioni delle persone Lgbt, Ndr). Negli anni Ottanta Machado perse moltissimi amici della sua comunità creativa a causa dell’Aids: da lì hanno origine i suoi «santuari», altari in tecnica mista formati da oggetti che rendono omaggio alle persone che hanno influenzato la sua vita e la storia culturale, con l’obiettivo di «onorare e rispettare». Negli altari compaiono immagini, cimeli e oggetti effimeri legati, tra gli altri, a Marsha P. Johnson, Peter Hujar, Jack Smith, Ethyl Eichelberger, Holly Woodlawn, David Wojnarowicz, Jackie Curtis e Candy Darling, artisti e dei performer che hanno caratterizzato la scena newyorkese degli anni ’60. Il suo stesso appartamento sulla East 4th Street era stato da lui trasformato in un un memoriale e insieme un museo, un santuario e un archivio, da lui definito «La Città Proibita». Le sue sculture figurano nelle collezioni del Whitney Museum of American Art, dell’Hessel Museum of Art al Bard College e al MoMA di New York. Nel 2022 alcuni suoi santuari «domestici» erano stati esposta in «The Forbidden City», una mostra alla Gordon Robichaux, la galleria newyorkese che lo rappresentava e grazie alla quale, all’inizio di quest'anno aveva debuttato a Londra, nello studio Maureen Paley.
Uno dei suoi «Shrines» è attualmente esposto alla Biennale del Whitney in corso fino al 23 agosto.
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