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Resti della «scaene frons» del teatro romano di Leptis Magna in Libia

© Foto Francesco Bandarin - Unesco

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Resti della «scaene frons» del teatro romano di Leptis Magna in Libia

© Foto Francesco Bandarin - Unesco

Archeologi nei secoli • Mortimer Wheeler, un gigante dal respiro di fuoco

Cinquant’anni fa moriva l’instancabile e talentuoso archeologo scozzese, baronetto e padre del sistema di scavo in quadrati

Una personalità formidabile, un gigante dal respiro di fuoco, un leader nato, esplosivo e fiammeggiante, un uomo pieno di energia, guidato da un migliaio di demoni, un uomo più grande della vita stessa. Queste sono solo alcune delle definizioni che nel corso del tempo si è guadagnato un archeologo del passato. Il suo nome completo è Robert Eric Mortimer Wheeler, ma tutti lo conoscono come Mortimer Wheeler. Anzi, Sir Mortimer Wheeler, perché a un certo punto fu insignito del titolo di baronetto. Wheeler è stato un protagonista indiscusso dell’archeologia del secolo scorso, e la sua energia, che poi è entrata nella leggenda, lo ha spinto a fare centinaia di cose diverse, a non dare mai tregua a sé stesso né ai suoi collaboratori. Senza di lui e senza le sue riflessioni metodologiche lo studio dei resti materiali del passato oggi sarebbe una cosa molto diversa, questo è sicuro. Insomma, l’archeologia gli deve molto.

Una vocazione precoce

Robert Eric Mortimer Wheeler nasce a Edimburgo, in Scozia, nel 1890. Suo padre, che si chiama anche lui Robert Mortimer, fa il giornalista. Per motivi di lavoro, quando il piccolo Mortimer ha 4 anni, la famiglia si sposta a Bradford, nello Yorkshire. Padre e figlio fanno spesso passeggiate insieme, nei boschi; raccolgono fiori, osservano gli uccelli, ma vanno anche in cerca di resti archeologici. E lì scocca la scintilla. Fin da subito, Mortimer viene letteralmente catturato dalla passione per le antichità. Poi la famiglia si sposta di nuovo, stavolta a Londra, dove resterà in pianta stabile. A Londra Mortimer Wheeler frequenta lo University College, dove studia «classics», e contemporaneamente coltiva un’altra passione: la pittura. E così siamo arrivati al 1912, il primo tornante nella vita di Wheeler: è laureato ed è pronto ad affrontare il mondo del lavoro. Vince subito una borsa di studio per lavorare sulla ceramica romana di una regione della Germania, la Renania. Nella commissione che gli assegna la borsa c’è Arthur Evans, lo scopritore di Cnosso, che ha visto in quel giovane un ottimo potenziale come archeologo. Ma come ho già accennato, la vita di Wheeler è incalzante, fin dai primi anni è un treno lanciato in corsa a 300 chilometri all’ora: non fa in tempo a finire la borsa di studio che trova già un altro lavoro, come esperto per la Commissione Reale per i Monumenti Storici dell’Inghilterra. Wheeler ora è un archeologo a tutti gli effetti, le cose possono soltanto migliorare.

E qui c’è un primo intermezzo: scoppia la Prima guerra mondiale, lui si arruola nell’artiglieria e viene fuori un’altra faccia del personaggio: Wheeler soldato. L’ambiente militare gli si addice, si distingue per alcune azioni e guadagna il grado di maggiore e una croce di guerra. Il ritorno alla vita civile porta con sé un altro riconoscimento: nel 1920 gli viene proposto il ruolo di conservatore del Museo del Galles, a Cardiff, assieme a un posto da ricercatore nell’università locale. Si apre un nuovo capitolo di questa storia. Wheeler organizza e dirige una serie di scavi in alcuni forti romani, come Segontium e Caerleon. E poi, fa qualcosa di più: dedica una parte non piccola del suo tempo a comunicare i risultati delle ricerche al grande pubblico attraverso conferenze, dépliant e libri. Insomma, qui c’è già tutto Wheeler, con la sua maniera di interpretare il lavoro dell’archeologo: organizzatore, ricercatore e divulgatore.

Maiden Castle

Nel 1926 Wheeler riceve una nuova proposta: un posto da conservatore del Museum of London, il museo pensato per raccontare la storia della città. Anche stavolta accetta, e rilancia il museo con le sue idee. Una mostra sui Vichinghi, un’altra su Londra al tempo dei Romani, e una su Londra e i Sassoni. E qui vediamo un’altra caratteristica di Sir Mortimer: un’estrema versatilità, che lo porterà sempre a misurarsi con epoche lontane tra loro, fuori da ogni specialismo. Inoltre continua a scavare nuovi siti e tra queste esperienze c’è uno dei suoi maggiori exploit: la fortezza preromana di Maiden Castle, nel Dorset. Un luogo incredibile, magico, con terrapieni e fossati molto ben conservati.

Lo scavo di Maiden Castle si svolge tra il 1930 e il 1933 ed è un’impresa straordinaria per varie ragioni. La prima sono i risultati: Wheeler riesce a ricostruire la struttura del forte e le diverse fasi della sua vita con grande precisione. La seconda ragione per cui il progetto di Maiden Castle è importante è che in quel luogo lo studioso mette definitivamente a punto la sua vera invenzione. Wheeler non ha inventato lo scavo stratigrafico, cioè lo scavo come si fa ancora oggi, individuando gli elementi del sottosuolo (strati, fosse, muri e altro), numerandoli, documentandoli e poi smontandoli uno per uno. Wheeler non lo ha inventato perché già altri avevano seguito quel metodo nel passato: è un metodo derivato dalla geologia e in varie parti del mondo era stato già usato (da noi, in Italia, uno dei suoi principali alfieri era stato il veneziano Giacomo Boni). Inventa però un’altra cosa: una strategia, cioè un modo di dare una forma allo scavo. E la sua strategia, che poi è passata alla storia come il «sistema Wheeler», funziona così: tutto il sito archeologico viene suddiviso in quadrati, in genere di 5 metri di lato; e si scava dentro quei quadrati, ognuno dei quali è separato dagli altri da muri di terra dello spessore di un metro. Il risultato finale è che ogni sito finisce per sembrare una specie di gruviera… Ma è un gruviera stranissimo, perché i buchi non sono rotondi, bensì quadrati. E a cosa serve, questo sistema? Wheeler lo mette a punto per due motivi fondamentali. Innanzitutto, l’ordine. Lui è ossessionato dall’ordine, non vuole vedere persone che si aggirano continuamente per lo scavo, squadre che si intersecano e si mischiano tra loro creando confusione. Ogni squadra deve stare al suo posto, nel suo quadrato, sotto la supervisione di un caposettore. E il quadro complessivo lo domina solo il direttore, libero di muoversi tra un quadrato e l’altro. II secondo motivo alla radice del sistema per quadrati è l’importanza che Wheeler annette alle sezioni, cioè allo sguardo in verticale sulla stratificazione già scavata. A lui sta a cuore soprattutto la «sequenza insediativa», cioè il susseguirsi, il rincorrersi di tutte le fasi del sito nel corso del tempo. La maniera migliore di vedere tutto questo è in sezione, in verticale, perché le fasi si affastellano in progressione l’una sull’altra. E quindi: cosa c’è di meglio di uno scavo diviso in tanti saggi dalla forma quadrata, dove, sulle pareti di ogni quadrato, man mano che si scava e si scende in profondità, le sezioni visibili sono sempre addirittura quattro? Il sistema Wheeler è l’apoteosi della sezione, una delle più efficaci forme di documentazione per l’archeologia; è il trionfo dello sguardo diacronico, in verticale, per osservare l’evoluzione della stratificazione con il passare del tempo.

E poi, lo scavo di Maiden Castle è uno dei primi esempi di quella che oggi chiamiamo archeologia pubblica. Cioè un’archeologia partecipata, condivisa con il pubblico, in molti modi diversi. Wheeler è un comunicatore, e vuole fermamente che i risultati del suo scavo siano accessibili a quante più persone possibile, anche mentre le indagini sono ancora in corso. E allora organizza conferenze, e visite guidate nelle quali lascia illustrare il sito ai suoi collaboratori e studenti. Addirittura lo vende, quello scavo: fa stampare i rapporti preliminari in migliaia di copie, le vende ai visitatori e con i proventi finanzia le campagne successive. E vende anche dei pezzi, dello scavo: molti ciottoli, usati dagli abitanti di Maiden Castle come proiettili di fionda, li smercia come souvenir; e a un certo punto organizza persino un commercio di falsi: si procura un gran numero di sassi in un altro luogo, ci fa dipingere sopra il nome di Maiden Castle e vende anche quelli, spacciandoli per reperti trovati proprio lì. Wheeler è rimasto folgorato dalla gestione della scoperta della Tomba di Tutankhamon (avvenuta poco prima, nel 1922), ha capito che il grande pubblico è affamato di archeologia e ha intuito che l’archeologia è un brand potenziale; e sfrutta al meglio questa opportunità. E nel rapporto finale dello scavo di Maiden Castle Wheeler dà sfogo a tutta la sua abilità letteraria: ricostruisce in un racconto coinvolgente le immagini fantasiose e suggestive dell’attacco al forte da parte dell’esercito romano, nell’anno 43 d.C. Mortimer Wheeler è un concentrato di energia e di spinte diverse, tenute tutte insieme in maniera coerente dalla sua fortissima personalità.

Resti della «scaene frons» del teatro romano di Leptis Magna in Libia. © Foto Francesco Bandarin - Unesco

Passaggio in India

E così siamo arrivati a un altro interludio, di nuovo una guerra: stavolta si tratta della Seconda guerra mondiale. Wheeler viene richiamato ancora una volta, nel 1939; combatterà a El Alamein e troverà persino il modo di occuparsi della salvaguardia dei monumenti romani della Tripolitania. Ma nel luglio del 1943, ad Algeri, dove sta organizzando lo sbarco a Salerno delle truppe alleate, riceve un cablogramma che cambierà il corso della sua vita. È un messaggio del viceré dell’India, Lord Wavell, che gli propone il posto di Direttore generale dell’Archaeological Survey of India, una sorta di Soprintendenza che controlla l’archeologia dell’intero subcontinente. Come si fa a resistere a una proposta del genere? Responsabile delle ricerche in un luogo sterminato, con una storia lunghissima e un’archeologia ancora tutta da costruire… Wheeler accetta anche stavolta, lascia la guerra e l’Africa, si imbarca su una nave e arriva a Bombay nella primavera del 1944. L’ufficio è in condizioni disperate, l’archeologia non interessa quasi a nessuno. Ma lui, come al solito, ha le idee chiare (il suo motto preferito è: «Have a plan!»). Bisogna prima di tutto addestrare un gruppo di locali, insegnare loro l’abc dell’archeologia; poi, occorre mettere in piedi una rivista accademica di alto profilo e l’ultima mossa è allestire un progetto scientifico di ampio respiro, che dia un indirizzo preciso all’archeologia indiana. In breve tempo Wheeler organizza la Scuola archeologica di Taxila, dove un’intera generazione di indiani verrà addestrata a scavare con il metodo stratigrafico e con il sistema per quadrati inventato da lui. Poi, nel 1946, esce il primo numero di «Ancient India», la prima rivista internazionale di archeologia dedicata al subcontinente; e infine iniziano gli scavi che servono a stabilire una cronologia di massima per la storia dell’India. Tra i siti più importanti ci sono Arikamedu, Harappa e Mohenjo-daro.

Di nuovo a casa

L’esperienza indiana si conclude nel 1948. Wheeler fa definitivamente ritorno in Inghilterra, dove lo attende l’ultima parte della sua carriera: prima come fondatore dell’Institute of Archaeology, a Londra; e poi, diventa segretario della British Academy. Resterà in carica per circa vent’anni, si occuperà soprattutto del buon funzionamento delle scuole britanniche all’estero e spingerà forte sul pedale dell’archeologia, riuscendo a ottenere cospicui finanziamenti anche grazie alla sua notorietà. Ormai Wheeler è una celebrità e così inizia il periodo di raccolta dei molti frutti del suo lavoro. Patrocina scavi e progetti di ricerca e scrive libri, anche testi autobiografici. Ma su tutti svetta un titolo: è Archaeology from the Earth (1954), il primo manuale veramente approfondito di stratigrafia archeologica, ancora oggi un classico, un vero punto di riferimento tradotto in molte lingue. E poi, Wheeler in questo periodo lascia la briglia sciolta alle sue doti di divulgatore: fa da guida in alcune crociere nel Mediterraneo (divertendosi pazzamente) e nel 1952 viene scoperto dalla televisione. Il programma è un gioco a quiz, si intitola «Animale, vegetale o minerale». Ai tre ospiti di turno vengono mostrati oggetti non bene identificabili, spesso solo dei frammenti e bisogna indovinare di cosa si tratti. E Wheeler è perfetto: alto, con i suoi grandi baffi, gli occhi fiammeggianti, sempre vestito di tweed e con la pipa in mano, colto, intelligente, spiritoso… Resterà ospite fisso a lungo e anche così aiuterà la crescita dell’archeologia nel suo Paese. I suoi ultimi anni sono un po’ dolorosi, tra malattie e operazioni mal riuscite. Sir Mortimer Wheeler morirà poco dopo aver raggiunto i suoi 85 anni, nel 1976. Ma la sua eredità è ancora oggi enorme, viva e attuale, perché questo grandissimo studioso ha fatto, organizzato e raccontato l’archeologia come pochi altri.

Resti della «scaene frons» del teatro romano di Leptis Magna in Libia. © Foto Francesco Bandarin - Unesco

Andrea Augenti, 30 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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