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Un'opera di Allen nel Padiglione USA (Courtesy Perrotin)

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Un'opera di Allen nel Padiglione USA (Courtesy Perrotin)

Che disastro States. Il Padiglione USA è vuoto, le persone non entrano nemmeno a vederlo

Sculture astratte, linguaggio minimale e assenza di posizionamento critico producono una mostra (quella di Alma Allen) percepita estremamente debole. La scelta americana solleva una questione più ampia sul ruolo dei padiglioni nazionali.

Ginevra Borromeo

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Mamma mia States. Che disastro. Il Padiglione degli Stati Uniti in questa edizione della Biennale, come preventivato ampiamente, ha toccato il punto più basso della "produzione" americana in Laguna. Il progetto affidato ad Alma Allen (scuderia Perrotin) è una sequenza di sculture astratte che rinunciano a qualsiasi confronto esplicito con il contesto politico e istituzionale in cui si inseriscono. Ma partiamo dal fuori. All’esterno, nel cortile dell’edificio, cinque sculture accolgono il visitatore con forme biomorfe in bronzo e pietra. All’interno, una ventina di opere prosegue una ricerca coerente con la produzione dell’artista negli ultimi anni. Materiali tradizionali – marmo, legno, quarzite – e titoli assenti o generici definiscono un linguaggio che privilegia l’ambiguità formale e l’apertura interpretativa. Il confronto con le precedenti partecipazioni statunitensi è ovviamente inevitabile. I progetti di Simone Leigh e Jeffrey Gibson avevano assunto il padiglione come spazio critico, intervenendo sulla sua architettura e sulla sua storia per interrogare i fondamenti coloniali e imperiali degli Stati Uniti. La proposta di Allen è un palese arretramento. La struttura resta intatta, il contesto viene neutralizzato, la dimensione politica sospesa.

La retorica dell’apertura interpretativa non produce, in questo caso, un ampliamento di senso. Le opere, pur curate nella realizzazione, tendono a restare chiuse nella qualità materiale. La pietra e il bronzo sostengono l’impatto visivo, ma non attivano una tensione significativa con il presente. Il risultato è una scultura che si colloca in una linea modernista già ampiamente esplorata, senza introdurre elementi di discontinuità. La storia recente del padiglione dimostra che anche un linguaggio formale può assumere una funzione critica. Il precedente di Martin Puryear nel 2019 resta un riferimento: una scultura capace di articolare memoria, storia e identità attraverso una ricerca sui materiali. Nel caso di Allen, questa articolazione non emerge.

L’assenza di un apparato interpretativo iniziale, sostituito da un testo collocato alla fine del percorso, rafforza l’idea di una fruizione affidata esclusivamente allo sguardo. Anche la mediazione verbale, quando presente, tende a moltiplicare le possibilità di lettura senza orientarle. Le opere possono essere rovina, organismo, oggetto naturale o forma autonoma. La pluralità resta indifferenziata. Il contesto politico contribuisce a definire la percezione del progetto. Il bando che ha guidato la selezione richiedeva una rappresentazione dei “valori americani” e un rafforzamento delle relazioni internazionali. Il risultato non risponde in modo diretto a questa indicazione, ma nemmeno la mette in discussione. La scelta di una posizione dichiaratamente neutrale finisce per coincidere con una forma di adesione implicita.

La ricezione durante i giorni di anteprima riflette questa situazione. Il padiglione registra pochissimi ingressi, le persone palesemente lo boicottano, senza la "densità" che tradizionalmente caratterizza lo spazio statunitense. L'interesse si limita più sulla curiosità che sull’esperienza. La scelta del "padiglione" di non prendere posizione diventa una dichiarazione. Disastrosa.

Ginevra Borromeo, 09 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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