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David Landau
Leggi i suoi articoli«Il mio lavoro, in gran parte, è una negoziazione con l’ombra: ciò che ereditiamo, ciò che seppelliamo e ciò che insiste a tornare sotto forma di luce». La dichiarazione di Raqib Shaw funziona come chiave di accesso a Echoes Over Arabia, un progetto che segna una svolta significativa nella sua pratica recente. Il ciclo, presentato da Thaddaeus Ropac ad Art Basel Qatar (3-7 febbraio), riunisce dipinti notturni e opere su carta concepite come marginalia stratificate, in cui mito, memoria e territorio psicologico convergono in una pittura più introspettiva, meno narrativa, costruita per accumulo e rivelazione. Se le superfici scintillanti e la complessità iconografica restano tratti distintivi del lavoro di Shaw, qui l’ornamento smette di essere spettacolare per diventare strumento di scavo.
I dipinti evocano la luminosità concentrata dei manoscritti sacri islamici, privati però della calligrafia. Al suo posto emerge un linguaggio visivo sospeso, in cui luce e ombra funzionano come dispositivi cognitivi. L’eco del chiaroscuro di Rembrandt, della tensione devozionale di Zurbarán e della drammaticità cromatica di Delacroix non si traduce in citazione, ma in una grammatica della notte, attraversata da fuochi intermittenti, bagliori lunari e presenze visionarie. Animali simbolici, figure spettrali e visitatori archetipici abitano una soglia instabile tra ricordo e immaginazione.
A questa dimensione pittorica si affianca un nucleo di opere su carta che approfondisce il tema della memoria come processo. Superfici montate, erose, perforate da insetti e bruciature simulano il tempo e la perdita. Le aperture non funzionano come effetti formali, ma come fratture psichiche che permettono l’accesso a strati sottostanti: miniature, immagini storiche, frammenti di un passato filtrato dalla distanza. Sono palinsesti vivi, in cui ciò che manca pesa quanto ciò che resta. Il riferimento a Carl Gustav Jung attraversa il progetto in modo strutturale. Gli insetti diventano agenti dell’inconscio, le combustioni segnano momenti di rottura, l’occhio ricorrente assume il ruolo di testimone interiore. La memoria non è archivio, ma campo dinamico, luogo in cui il sé rinegozia continuamente il proprio paesaggio simbolico.
Presentata a Doha, Echoes Over Arabia si carica di una risonanza ulteriore. L’Arabia appare come spazio geografico e insieme come costruzione simbolica, attraversata da stratificazioni storiche, tensioni contemporanee e proiezioni interiori. Shaw non propone una lettura del luogo, ma lo assume come superficie riflettente, capace di amplificare una ricerca che resta profondamente personale.
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