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Le cornici vuote in una sala dell’Isabella Stewart Gardner Museum ricordano ancora oggi il furto del 18 marzo 1990

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Le cornici vuote in una sala dell’Isabella Stewart Gardner Museum ricordano ancora oggi il furto del 18 marzo 1990

Gli Epstein files, il furto all’Isabella Stewart Gardner Museum e gli investigatori da social media

Il video diffusosi a macchia d’olio di un’instagrammer che ipotizza un collegamento tra il finanziere statunitense, sulla base dei documenti divulgati dal Dipartimento di Giustizia, e il clamoroso furto del 1990 nel museo bostoniano, è l’ennesima pista falsa in un mistero che dura da 36 anni

Che cosa c’entra Jeffrey Epstein con uno dei più clamorosi furti d’arte della storia? Niente, a quanto pare. Ma un video pubblicato su Instagram ha d’un tratto riportato sulle pagine dei giornali un caso ancora aperto, cavalcando lo scalpore suscitato dalla divulgazione da parte del Dipartimento di Giustizia americano degli «Epstein files», i milioni di documenti raccolti durante il processo al miliardario statunitense, accusato dello sfruttamento sessuale di minorenni e morto suicida nel 2019 in carcere, che hanno svelato legami con l’élite della politica e della finanza mondiali.

A dare il «la» è stata l’instagrammer Emily Kaplan che due giorni fa, sul suo profilo @newsnotnoise, Emily Kaplan | Truth Agenda (127mila follower; claim: Ricerca basata su prove scientifiche. Smascherare i pregiudizi. Ripristinare la fiducia. Insegnare la vera salute metabolica), ha dichiarato quanto segue: «Penso di aver appena risolto il più grande furto d’arte al mondo utilizzando i file di Epstein. Jeffrey Epstein non si limitava a trafficare in esseri umani. Creava piani patrimoniali per i super ricchi. Li aiutava a nascondere beni, trasferire potere e movimentare denaro in silenzio. Ora, sepolti in documenti fiscali privati, compaiono i nomi di due dipinti rubati durante la rapina al Gardner Museum. La rapina al Gardner è il più grande furto d'arte irrisolto al mondo. In una sola notte sono scomparsi oltre 500 milioni di dollari. Tredici opere sono ancora disperse. L'Fbi non ha ancora alcun sospettato. E ora quelle opere potrebbero essere state tranquillamente dichiarate in un modulo fiscale. Questo non è solo sospetto. È una potenziale svolta in un caso che è rimasto irrisolto per 30 anni. Se questo è vero, qualcuno aveva i dipinti. Oppure sapeva esattamente chi li aveva. E se Epstein era la persona che li aiutava a trasferire tutto dietro le quinte, non stiamo più parlando solo di opere d’arte rubate. Stiamo parlando di un sistema finanziario che potrebbe aver contribuito a finanziare il traffico stesso [...] Scopriamo che cos'altro si nasconde in bella vista. Sono stati abili nel coprire le loro tracce con i ragazzini, ma forse non altrettanto abili quando si tratta degli altri crimini».

Il riferimento è, naturalmente, alla sparizione, la notte del 18 marzo 1990 dall’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston di 13 opere, tra cui capolavori di Vermeer, Rembrandt, Manet, Degas e altri, valutati nel complesso 500 milioni di dollari e mai più ritrovati. In particolare i «due dipinti», citati da Kaplan, sarebbero «Paesaggio con obelisco» e «Ritratto con cappello piumato» (sic!) di Rembrandt. Il museo ha immediatamente smentito le affermazioni di Kaplan (che nel frattempo ha accumulato quasi 50mila cuoricini e una valanga di commenti): «L’Isabella Stewart Gardner Museum piange ancora la perdita delle 13 opere d’arte sottratte dalle sue gallerie nel 1990. Tra le opere rubate c’erano il dipinto a olio di Govaert Flinck "Paesaggio con obelisco" e l'incisione di Rembrandt van Rijn "Ritratto dell'artista da giovane", che sono stati erroneamente identificati in un video virale sui social media relativo agli Epstein files recentemente pubblicati», ha dichiarato mercoledì il museo al «Boston Herald», sottolineando che «gli investigatori da social media», diffondendo informazioni errate, potrebbero ostacolare le indagini ancora in corso e ritardare il ritorno in sicurezza dei pezzi rubati. Da notare che nel video Kaplan ha citato erroneamente vari altri dettagli, tra cui il nome del museo e la durata del «colpo».  Particolare non trascurabile è che il Gardner Museum offre una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni che portino direttamente al recupero in buone condizioni di tutte le 13 opere, trafugate in poco meno di un’ora da due uomini travestiti da agenti di polizia, intrufolatisi nel museo in quella notte del 1990, approfittando della confusione seguita ai festeggiamenti per San Patrizio. 

Interpellato dal «Boston Herald», Anthony Amore, direttore della sicurezza e capo investigatore del Gardner Museum di Boston, ha definito «improbabile» che qualcuno utilizzi le opere d’arte rubate per ottenere una detrazione fiscale, come sostenuto nel video pubblicato sui social, e che «non avrebbe nemmeno senso per il riciclaggio di denaro sporco, perché renderebbe il denaro ancora più sporco». Quindi non ha risparmiato una frecciata alle «chiacchiere per ottenere clic che distraggono dal fare il vero lavoro».

E ieri Kaplan ha dovuto fare marcia indietro, con un nuovo post in cui ammette che: «Non sembra che le opere elencate in questi documenti provengano dalla rapina al Gardner, anche se rimangono dei dubbi sul motivo per cui siano presenti in uno dei documenti. Abbiamo accettato la richiesta del museo di fornire assistenza nella condivisione di nuove informazioni qualora dovesse sorgere la necessità di amplificarne la diffusione. Per ora, sembra che le mie scoperte non siano collegate, volevo chiarirlo per questo pubblico. Nel corso di questa indagine abbiamo trovato esempi di come l'arte sia stata utilizzata per trasferire denaro, evadere le tasse e potenzialmente pagare attività illegali. Stiamo lavorando alla creazione di un LLM [Large language model, un modello di machine learning in grado di comprendere e generare testo in linguaggio umano, Ndr] unico di questi documenti e di altri set di dati trapelati da altri periodi di tempo, che mi consentirà di effettuare riferimenti incrociati con nomi, registri fiscali offshore ecc. Molto altro ancora in arrivo!».

«È un altro frustrante vicolo cieco per il team del Gardner, che riceve ancora più di 50 segnalazioni al mese, perlopiù teorie come questa su chi abbia rubato i capolavori 36 anni fa», è il commento dell’Isgm, che dal 1990  in stretta collaborazione con l’Fbi e l’ufficio del procuratore degli Stati Uniti, non smette di cercare indizi che possano portare al ritorno delle opere.

Il poster dell’Fbi con le opere rubate la notte del 18 marzo 1990 e l’annuncio della ricompensa per chi offra informazioni che portino al loro recupero

Anna Maria Farinato, 13 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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