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Giorgio de Chirico, «Due cavalli in Riva al Mare», 1970.

© 2026 Artists Rights Society (ARS), New York / SIAE, Rome

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Giorgio de Chirico, «Due cavalli in Riva al Mare», 1970.

© 2026 Artists Rights Society (ARS), New York / SIAE, Rome

Il cavallo come musa ispiratrice. De Chirico, Degas, Freud e le briglie pittoriche

Il cavallo come musa attraversa due secoli di storia dell’arte in una mostra corale ad Acquavella Galleries: da Degas a Fordjour, un dialogo tra maestri moderni e voci contemporanee sul gesto creativo, il controllo gentile e la memoria collettiva

Sophie Seydoux

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Il cavallo come musa, l’artista come cavaliere e le redini appena tirate, quanto basta perché il gesto creativo prenda forma senza resistenza. È da questa relazione sottile, intuitiva e antica che nasce Soft Reins. «From Degas to Fordjour» è la mostra collettiva presentata da Acquavella Galleries a Palm Beach, visitabile dal 6 febbraio al 22 marzo presso la sede della galleria, con la curatela affidata all’artista Tomokazu Matsuyama.

Il titolo chiarisce subito il campo: «Soft reins» indica infatti il controllo gentile esercitato dal cavaliere, come una guida che non forza ma ascolta. È la stessa dinamica che lega artista e musa. In questo caso il motivo ispiratore è il cavallo, figura archetipica, simbolo di potere, transizione e memoria collettiva. Presenza costante nella storia dell’arte, capace di attraversare epoche, stili e culture senza perdere forza evocativa. La mostra costruisce un dialogo ampio e stratificato, mettendo in relazione maestri dell’Ottocento e del Novecento con protagonisti della scena contemporanea. Da Edgar Degas a Pablo Picasso, da Giorgio de Chirico a Marino Marini, fino a Derek Fordjour, Hank Willis Thomas, Summer Wheat e lo stesso Matsuyama. Un elenco esteso, volutamente eterogeneo, che include anche Fernando Botero, Lucian Freud, Roy Lichtenstein, Robert Longo, Susan Rothenberg, Will Cotton, tra gli altri.

In qualità di curatore e artista partecipante, Matsuyama legge l’immaginario equestre come un veicolo di narrazioni condivise. Dalla pittura accademica occidentale alle stampe giapponesi, il cavallo e il cavaliere diventano forme attraverso cui le idee si muovono nello spazio e nel tempo. Non l’eroe individuale, ma la circolazione delle storie. Tra le opere in mostra, «Due cavalli in Riva al Mare» (1970) di Giorgio de Chirico riafferma il valore mitico del cavallo come figura di soglia. I due animali, immobili lungo la battigia, sono circondati da rovine classiche e da un cielo plumbeo. Un drappo rosso introduce una tensione simbolica che rimanda alla mitologia greco-romana e alla dimensione metafisica cara all’artista.

Di segno diverso, ma altrettanto emblematico, «Uomo a cavallo» (1982) di Fernando Botero. Una scultura in bronzo perfettamente bilanciata, dove il cavallo è compagno nobile e fedele dell’uomo. Un’immagine che dialoga con la tradizione spagnola, da Velázquez a Goya, filtrata attraverso il linguaggio volumetrico inconfondibile di Botero. Lo sguardo americano emerge invece nei lavori di Will Cotton. In «Serene» (2025) il cavallo si trasforma in unicorno, creatura soprannaturale immersa in un’estetica di dolcezza estrema. Un’immagine iperrealistica, seducente e allo stesso tempo disturbante, che riflette sull’eccesso e sull’immaginario collettivo contemporaneo.

Fondamentale la presenza di Susan Rothenberg, con «Untitled» (1977). Due cavalli in movimento, sagome nere sovrapposte, tensione tra figurazione e astrazione. Per Rothenberg il cavallo non è solo soggetto, ma struttura. Uno strumento per mettere in relazione linguaggi opposti e per interrogare la pittura dopo l’Espressionismo Astratto e il Minimalismo. «Soft Reins» non propone quindi una lettura unica. Non forza il percorso. Accompagna. Come le redini tirate con misura. E lascia che sia il cavallo a condurre il movimento dell’immaginazione.

Will Cotton, «Serene», 2025. © 2026 Will Cotton

Sophie Seydoux, 30 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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