Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliIn un’epoca in cui l’avvento dell’Intelligenza Artificiale (IA) rischia di destabilizzare il rapporto tra memoria, immagine e verità storica, l’archivio non può più essere considerato un semplice deposito del passato.
Diventa piuttosto un presidio ontologico e politico, uno degli ultimi luoghi in cui la realtà documentale può ancora opporsi alla derealizzazione prodotta dalle immagini sintetiche, dalle manipolazioni digitali e dalle derive revisioniste. In questo scenario, tuttavia, la tecnologia generativa non va soltanto temuta: può diventare, se governata con metodo, un alleato prezioso.
Lo ha mostrato bene «Anche per te», primo docufilm italiano basato interamente sull’applicazione della tecnologia generativa a fotografie storiche che documentano uno dei momenti fondanti dell’Italia e che sono conservate nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo. Diretto da Luca Ribuoli con l’AI Direction di Andrea Tenna, il cortometraggio è stato presentato il 5 giugno scorso alle Gallerie d’Italia di Torino, nell’ambito di Archivissima 2026. Il primato dell’opera non consiste nell’essere il primo corto italiano realizzato con IA (titolo che spetterebbe piuttosto a «The Eggregores’ Theory» di Andrea Gatopoulos, accolto nella cinquina dei David di Donatello 2025) ma nell’essere il primo progetto cinematografico italiano di Public History e riuso archivistico del nuovo tipo. Realizzato a partire da 40 immagini scattate il 2 giugno 1946, e nei giorni a esso contigui, il docufilm rianima le persone che hanno vissuto la storica giornata in cui l’Italia, liberata dal nazifascismo, votò per la Repubblica costituzionale e la democrazia liberale come forma definitiva di governo. Fu una svolta originata anche dal gesto di milioni di donne, chiamate per la prima volta al suffragio universale. Le fotografie dell’allora agenzia di stampa fotografica Publifoto, nate come reportage da vendere ai quotidiani dell’epoca, contenevano una loro costruzione narrativa che il film riattiva attraverso la storia della protagonista, una donna anziana che attraversa una Milano ridotta in macerie per andare a votare accompagnata dalla sua infermiera. La devastazione del paesaggio, quasi inverosimile, restituisce al film un’efficacia insieme documentaria e visionaria.
L’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo diventa così il luogo in cui l’Intelligenza Artificiale incontra dati reali, fattuali, documentali. La sua direttrice, Barbara Costa, anche docente universitaria di Storia d’impresa, insiste sul valore del metodo scientifico preliminare a ogni valorizzazione tecnologica. La transizione verso il digitale, spiega, non deve essere intesa come minaccia all’autenticità del patrimonio storico, purché avvenga sotto la regia dell’archivio: «Non dobbiamo avere paura della ricostruzione IA, anche noi storici ricostruiamo, purché sia rispettato un metodo storiografico». Il rigore filologico è dunque il presupposto di ogni sperimentazione, perché, ricorda Costa, «prima di dare le immagini al regista abbiamo restaurato gli originali, li abbiamo catalogati e messi online».
In una contemporaneità segnata da profonde asimmetrie informative, lo scavo dentro il patrimonio documentario risponde a una precisa urgenza civile. Costa sottolinea che «oggi abbiamo di fronte un cambiamento fondamentale della storia umana, e gli archivi possono diventare un baluardo contro la manipolazione della verità storica».
Luca Ribuoli e Andrea Tenna durante le fasi di montaggio del cortometraggio presso la sede di Cometa Studios, a Torino
L’archivio, infatti, non custodisce soltanto la grande storia politica o istituzionale, ma anche le vite anonime che l’hanno popolata e resa possibile: «Lo ripeto sempre ai mie allievi, dice Costa: non dimenticate mai che negli archivi sono conservate le immagini e le storie di persone reali». Il film rende visibile proprio questa dimensione della realtà, le restituisce una continuità spazio temporale che l’immagine frammentata della fotografia ha perduto, sembrava, per sempre. La possibilità che un’immagine conservata per ottant’anni torni a parlare non come feticcio nostalgico, ma come traccia viva di una responsabilità collettiva, rappresenta una nuova opportunità ontologica per l’immagine. «L’unico rischio, avverte però la direttrice, è che un’operazione di questo tipo venga portata fuori dagli archivi e non venga più ricondotta a essi».
Non è il caso di «Anche per te», la cui tenuta concettuale non deriva soltanto dalla tecnologia, ma dal metodo archivistico e dal fondamentale apporto drammaturgico e registico di Luca Ribuoli, già autore di «Non abbiam bisogno di parole» (2026) e attualmente impegnato in una serie Sky sulla mala milanese degli anni Settanta. È la sua autorialità umana a governare il mezzo, impedendo all’algoritmo di scivolare nell’arbitrarietà estetica: «Ho scelto una donna anziana che, ormai alla fine della sua vita, era lì al seggio in attesa di votare, spiega Ribuoli, e mi sono chiesto: per chi andò a votare? Lo fece per noi, non certo per se stessa. Votò per le generazioni future e forse grazie a lei anche la giovane infermiera ebbe il tempo di votare». Il gesto individuale diventa così una dichiarazione storica, un atto che parla a noi abitanti del futuro. Ribuoli non celebra l’IA, né la demonizza: «Rappresentava una sfida, spiega, e come artista voglio capire cos’è e se è vero che può perfino annientare il mio lavoro. L’abbiamo usata, domata, per raccontare una storia». L’Intelligenza Artificiale non assume scelte registiche ma offre un nuovo ambiente operativo da attraversare con sensibilità, controllo e responsabilità. La transizione algoritmica è stata guidata da Andrea Tenna, AI director del progetto e manager dell’innovazione in Covisian/Cometa, che ha supervisionato la generazione e il controllo delle immagini. Il software ha permesso di espandere lo spazio cinematografico, ricostruendo gesti collaterali, movimenti, ambienti, fino a condurre lo spettatore dentro l’intimità della cabina elettorale. Non si tratta di virtuosismo digitale, ma di una ri-costruzione di verità a partire dal documento originario. «L’IA, sostiene Tenna, è una tecnica potentissima, però dobbiamo conoscerla bene per controllarla e per non farci dominare». Proprio questa supervisione continua ha consentito al film di non trasformare la tecnologia nel proprio tema esclusivo: «La sfida che sentiamo di aver vinto, conclude Tenna, è che l’intervento di IA non emerge subito, grazie anche al fatto che c’è stata una supervisione umana costante e stringente su tutto, dalle luci e le ottiche fino alle espressioni dei personaggi».
L’operazione compiuta con «Anche per te» rivela l’orizzonte di un nuovo ecosistema delle immagini, la cui velocità di evoluzione sarà presto difficile da misurare con i parametri teorici e critici a cui siamo abituati. I rischi per le democrazie liberali, fondate sul suffragio universale e la sacralità della libertà di parola e della pubblica opinione, sono enormi soprattutto in un tempo in cui la manipolazione del reale accompagna il ritorno di pulsioni autoritarie e autocratiche. Eppure, a ottant’anni esatti dalla nascita della nostra Repubblica, questo esperimento dimostra che la tecnologia generativa deve essere abitata. Gli archivi possono assumersi il compito di utilizzare l’IA come strumento attivo di difesa della realtà custodita, trasformando la macchina sintetica nel testimone più inatteso della nostra libertà costituzionale.
Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Nella piccola sala Olympia 3 del Marché du Film appare un oggetto filmico destinato a cambiare l’immaginario audiovisivo contemporaneo. Cinque registi kazaki guidati da Aitore Zholdaskali realizzano il fantasy di 95 minuti completamente generato con la piattaforma Higgsfield. Ma la vera domanda non riguarda la tecnologia: siamo ancora dentro il l’universo cinematografico oppure ci troviamo davanti a una nuova forma di immagine sintetica?
Il trionfo di «Fjord» di Cristian Mungiu e i premi a Zviaguintsev, Pawlikowski, Hamaguchi e Lukas Dhont delineano un Festival dominato da guerre, crisi morali, famiglie ferite e memoria storica. La giuria guidata da Park Chan-wook premia un cinema europeo che rifiuta lo star system hollywoodiano e torna a pensare il presente attraverso relazioni, vulnerabilità e coscienza critica
Annie Cohen-Solal rilegge la vita e l’opera dell’artista ebreo di origini russe alla luce della sua esperienza di emigrato forzato, la cui pittura nasce da una tensione etica e spirituale volta a «riparare il mondo»
A Cannes 79 il lato più inquieto di Richard Avedon in una lettura cinematografica firmata Ron Howard
Il documentario del regista americano propone la biografia del fotografo che ha usato il ritratto come strumento di smascheramento politico e psicologico


