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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliFrittelli arte contemporanea apre il 2026 con la più ampia personale di Nanni Balestrini finora presentata nei propri spazi. «La rivolta illustrata», terzo appuntamento dell’artista con la galleria fiorentina, attraversa oltre sessant’anni di attività riunendo più di cento opere, in gran parte inedite. La mostra, curata da Marco Scotini, mette in dialogo collage su carta, acrilici e materiali plastici, restituendo la complessità di una ricerca che ha attraversato poesia, arte visiva e politica.
Nanni Balestrini (Milano 1935-Roma 2019) ha lavorato sul linguaggio come materia e come campo di conflitto. Il titolo della mostra richiama «La violenza illustrata», il romanzo pubblicato da Einaudi nel 1976, costruito sul modello dei rotocalchi, dove il rapporto tra parola e immagine è strutturale. Pur privo di apparato iconografico, il libro si impone come oggetto fortemente visivo, fondato su montaggi, ripetizioni e fratture sintattiche.
La mostra riprende questa impostazione e la traduce nello spazio espositivo. La parola diventa oggetto visivo: viene tagliata, disarticolata, rimontata come un’immagine o spinta fino a trasformarsi in pattern astratto, senza perdere del tutto il proprio residuo semantico. Nei collage di Balestrini «leggere» e «guardare» coincidono, perché il linguaggio resta sempre il centro dell’opera. Questa pratica si inserisce in una genealogia precisa. Le sperimentazioni futuriste, a partire dalle «parole in libertà» di Filippo Tommaso Marinetti, avevano già messo in crisi la linearità della scrittura e il suo ordine sintattico, aprendo a un uso tipografico e visivo del testo. In Balestrini questo antecedente non si traduce in continuità ideologica, ma riaffiora come metodo: la parola non racconta, ma occupa lo spazio.
Il ricorso a giornali, titoli e materiali editoriali colloca il lavoro di Balestrini anche nella storia del collage novecentesco. Se il Cubismo di Picasso e Braque aveva infatti introdotto il collage come integrazione di frammenti di realtà nello spazio del quadro, è con il Dadaismo che questa tecnica assume una funzione apertamente critica. Artisti come Hannah Höch, Raoul Hausmann e John Heartfield utilizzano il materiale mediatico per smontare il linguaggio del potere. È in questa linea che si collocano i collage di Balestrini, costruiti a partire da quotidiani e rotocalchi nel momento stesso in cui gli eventi narrati si producevano.
La struttura della mostra riflette questa impostazione. Come La violenza illustrata è composta da una sequenza di episodi legati agli anni della grande ondata rivoluzionaria italiana, il percorso espositivo si articola per cicli autonomi di opere. La «rivolta» è quella delle lotte di piazza, della contestazione e dei movimenti antagonisti, ma è anche quella del linguaggio, inteso come rifiuto della funzione ordinatrice del significato e come sabotaggio sintattico e lessicale. La centralità del linguaggio rimanda direttamente all’esperienza del Gruppo 63, di cui Balestrini è stato una figura chiave. All’interno della Neoavanguardia italiana, la sperimentazione formale non è mai neutra: il testo viene destrutturato perché il linguaggio stesso è considerato un terreno di conflitto. In questo contesto, la rivolta non si limita ai contenuti, ma investe il mezzo espressivo, mettendo in crisi i modelli dominanti di comunicazione.
Il percorso espositivo attraversa sei decadi di lavoro. Dalle «Pagine» del 1962 al ciclo «Potere Operaio» del 1975, dalle sequenze «CagedIris» e «Ondulé» del 1980 fino ai «Guarda qui» del 2009, caratterizzati dall’uso dello stencil, e ai «Cento fiori» del 2018. Un insieme che restituisce la continuità di una pratica fondata sulla manipolazione incessante della materia linguistico-visiva.
In questo processo, liberare la scrittura significa anche sottrarla alla linearità del tempo. La parola viene svincolata dalla successione obbligata del prima e del dopo e redistribuita nello spazio dell’opera. Ogni collage apre così a una lettura multipla e pluridirezionale, in linea con quella riflessione sulla scrittura che, a partire dal secondo dopoguerra, ha messo in discussione il rapporto tra forma, tempo e ideologia, come nel caso del «grado zero della scrittura» teorizzato da Roland Barthes. «La rivolta illustrata» restituisce infine la figura di un autore per il quale poesia e arte visiva non sono ambiti separati, ma strumenti convergenti di un’unica pratica critica. Se la lingua è un campo di battaglia, il lavoro di Balestrini mostra come sia possibile agire direttamente sulla sua struttura, trasformando il linguaggio stesso nel luogo della rivolta.
Nanni Balestrini, «Longlife», 1962.
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