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Redazione
Leggi i suoi articoliQuali lavori avete scelto di portare a Tefaf e quale ritenete esprima più chiaramente la cifra e l’identità della vostra galleria in questa edizione?
Quest’anno il mio stand sarà ricco di scoperte e di novità, di tante opere che cadenzano un viaggio nel tempo dall’anno Zero al Novecento, alla ricerca dell’eredità dell’antico e della cultura classica nella storia delle arti europee. Tutto parte da una statua virile drappeggiata, più grande del vero, del II secolo d.C., conservata per secoli a Wilton House nella leggendaria collezione Pembroke. Raffigura il Bonus Eventus, una divinità romana personificazione della buona sorte. L’opera è stata notificata dallo Stato italiano e dovrà restare in Italia. Esporla, offrirà al pubblico di TEFAF l’occasione di riscoprire questo capolavoro. Una pagina consistente di questo racconto è poi rappresentata dalla rinascita del culto dell’antico che si è avuta in Europa a cavallo tra il Sette e l’Ottocento. Un’epoca complessa che ha segnato l’inizio della modernità a cui la mia galleria ha sempre guardato con particolare attenzione fin dai tempi di mio nonno.
Alcuni disegni molto rari, raccontano la parabola avventurosa di Antonio Canova, protagonista indiscusso di questa pagina della storia dell’arte. Il rilievo con la scimmia di marmo ‘rosso antico’ della fine del Settecento, che però copia un’opera del II secolo d.C. appartenuta un tempo allo scultore Bertel Thorvaldsen, è stato montato da Luigi Valadier con marmi colorati e bronzo dorato, con una visione della Modernità che chiarisce quali siano stati i modi con cui i geni del nostro Neoclassicismo hanno riformulato l’eredità della tradizione greco-romana. In questo discorso rientra il bronzo di Paolo Troubetzkoy che ritrae Gabriele D’Annunzio. Troubetzkoy è ora protagonista di una mostra di grande interesse che ha sorpreso Parigi e che da pochi giorni è stata inaugurata alla GAM di Milano.
Questa fiera è da sempre un luogo di incontro tra mercato, istituzioni museali e ricerca: che peso hanno oggi, nel vostro approccio, la storia, la conservazione e lo studio delle opere con cui lavorate?
Per me l’acquisto di un’opera non si esaurisce nel suo valore intrinseco. Sono incantata dai racconti che queste testimonianze del passato ci possono restituire. Sono uno strumento inconsueto per far riemergere mondi nascosti, un gusto che ci sfugge o anche le vite, per certi versi eccezionali, di quei personaggi eccentrici che hanno commissionato o posseduto queste opere. Direi che è uno dei modi per avvicinarsi alla complessità di un mondo passato, con i suoi aneddoti e le sue genialità. Per questo motivo penso che il nostro sia un mestiere speciale e sono fiera di proseguire una cosa per me fondamentale che e’ la tradizione della mia famiglia che si tramanda questa attività a Roma fin dalla seconda metà dell’Ottocento. La ricerca sulle fonti dell’epoca, nei documenti, negli archivi e negli epistolari diventa lo strumento necessario per riportare l’attenzione verso dipinti, sculture, arredi, disegni, gioielli altrimenti dimenticati. Credo che per un collezionista il punto fondamentale sia sempre quello di acquistare opere d’arte uniche e di grande qualità. Se, nelle scelte, ci si lascia guidare da questi criteri e soprattutto dall’occhio e dall’intuito che ogni antiquario deve avere, queste opere, diventano delle vere e proprie scoperte, confermate dallo studio e dalla ricerca. TEFAF è la vetrina di eccellenza nel cuore dell’Europa, che aspettiamo a marzo di ogni anno per poterci confrontare dialogare con gli esperti, con i colleghi e con il pubblico provenienti da varie parti del mondo.
Attilio Selva, «Enigma Bronzo», ca. 1920-1929. Courtesy of Alessandra Di Castro Antichità
Paolo Troubetzkoy, «Gabriele D’Annunzio», 1911. Courtesy of Alessandra Di Castro Antichità
Il Summit di quest’anno, intitolato «Oltre l’impatto economico», pone l’accento sul valore culturale e sociale dell’arte: in che modo questa prospettiva orienta le vostre scelte e il modo di raccontare le opere in fiera?
La terza edizione del TEFAF Summit avrà luogo il 16 marzo. In una dimensione etica, trovo che l’antiquario, da sempre, ma oggi più che mai, debba accompagnare il collezionista verso la profonda consapevolezza delle proprie scelte. Il tema di quest’anno, Beyond Economic Impact (Oltre L’impatto Economico), esaminerà il valore sociale delle arti, e la loro crescente rilevanza nelle politiche pubbliche. È intorno a questa fiducia che si costruiscono i collezionisti di oggi e di domani e i futuri antiquari: per esempio, mia figlia Elisa ha deciso, in seguito a numerose esperienze precedenti, di intraprendere il nostro mestiere di famiglia, cosa che per me è fonte di grande gioia. La sua partecipazione al TEFAF al mio fianco, costituisce lo stesso percorso di crescita e di formazione che anni fa, mio fratello ed io abbiamo avuto l’opportunità di iniziare nel 1998 a Maastricht accanto a nostro padre, Franco Di Castro. Al di là del valore economico, che è un aspetto fondamentale del nostro lavoro, non dobbiamo mai dimenticare la responsabilità che i capolavori a cui ci avviciniamo sono brani significativi di culture passate che devono essere trasferiti a chi verrà dopo di noi. Credo molto a questo ruolo di ‘tutela culturale’ a cui l’antiquario e il collezionista sono chiamati al cospetto del mondo che cambia velocemente e che altrettanto velocemente tende a dimenticare. In questo lavoro noi mercanti espositori al TEFAF di Maastricht siamo a fianco dei musei e delle istituzioni culturali.
Al di là della partecipazione al prestigioso appuntamento di Maastricht, su quali filoni di ricerca siete attualmente concentrati e attraverso quali progetti o iniziative li condividerete con il vostro pubblico nei prossimi mesi?
Seguendo la mia storia familiare e, in modo particolare, il mio gusto, ho sempre prediletto le arti dal Barocco alla lunga tradizione neoclassica, dal Seicento all’Ottocento inoltrato. Non posso negare la mia passione per tutte quelle espressioni che, grandi artisti come Bernini, Valadier, Canova, Hayez, hanno contribuito, con altri, a costruire la fama indiscussa delle arti italiane nel mondo. Negli ultimi anni ho cominciato ad interessarmi e a approfondire nello studio e negli acquisti, alcuni artisti del Novecento che con la loro compostezza formale e il richiamo alla tradizione hanno rappresentato il controcanto, rispetto allo spirito dirompente delle avanguardie. Mi sono resa conto che la scultura «classicheggiante» e la pittura figurativa moderna italiana degli anni venti e trenta hanno rappresentato un momento significativo che attende ancora il riconoscimento che merita. Per questo, ritornando al mio stand di Maastricht, ho esposto, insieme ad altre sculture, un’opera originale e seduttiva, anche nel suo titolo: «Enigma». È una scultura in cui, negli anni Venti, Attilio Selva, in una dimensione diversamente estetizzante, richiama il clima del Realismo Magico. In altre parole recupera in una chiave di esotismo gli idoli di civiltà lontane come quella egizia che a Roma ha avuto una presenza dominante dall’antichità fino ai giorni nostri. Questo e molto altro ci racconta il bronzo di Attilio Selva da poco riscoperto.
Bracciale in oro composto da tre cammei in pietra dura e quattro intagli in pietra dura, Roma prima metà del XIX secolo. Courtesy of Alessandra Di Castro Antichità
Luigi Valadier, «Babuino in marmo rosso antico», 1780 ca. Courtesy of Alessandra Di Castro Antichità
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