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MAMCO Genève - Exhibitions - MAMCO x John M Armleder. Copyright: Annik Wetter Photographie

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MAMCO Genève - Exhibitions - MAMCO x John M Armleder. Copyright: Annik Wetter Photographie

John Armleder definitivo a Ginevra: l’arte come «dispositivo aperto» tra decorazione, oggetto e sistema

Al MAMCO di Ginevra, John M. Armleder costruisce una mostra che elude la forma della retrospettiva e interroga il museo come spazio di accumulo, consumo e riattivazione. «Encore(s.)» attraversa oltre cinquant’anni di pratica per mettere in crisi le gerarchie tra opera, oggetto e contesto, proponendo una lettura dell’arte come campo fluido di relazioni più che come produzione di forme autonome.

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La mostra «Encore(s.)», in corso al MAMCO di Ginevra (fino al 7 febbraio), conferma come il lavoro di John M. Armleder continui a offrire strumenti critici per leggere un presente in cui l’arte non può più essere pensata come ambito separato, ma come parte integrante di un ecosistema culturale, economico e simbolico più ampio. John M. Armleder costruisce un dispositivo espositivo che riflette sul museo come spazio di disponibilità, accumulo e circolazione delle forme. L’arte, qui, è una condizione instabile, continuamente rinegoziata. Distribuita su oltre trenta sale, la mostra attraversa più di cinque decenni di pratica artistica senza mai fissarsi su un centro. Oggetti d’uso quotidiano, elementi di arredo, edizioni, lavori storici e materiali “secondari” convivono in un allestimento che oscilla tra showroom, studio, deposito e Wunderkammer. Il visitatore non è guidato verso una lettura univoca, ma invitato a muoversi in un campo di relazioni dove ogni elemento può essere letto come opera, decorazione o semplice presenza.

Figura chiave della scena concettuale europea, Armleder ha costruito la propria ricerca sulla messa in crisi delle categorie tradizionali dell’arte. Fin dagli anni Settanta, il suo lavoro ha interrogato il rapporto tra caso e composizione, tra estetica e funzione, tra opera e contesto. In «Encore(s.)» questa tensione si radicalizza: non esiste una distinzione netta tra ciò che è arte e ciò che non lo è, ma una zona grigia in cui il senso emerge dalla disposizione, dall’uso, dallo sguardo. L’oggetto perde la propria aura di unicità per diventare parte di un sistema di segni mobili. L’opera non si impone come entità autonoma, ma come nodo temporaneo all’interno di una rete di riferimenti che include design, decorazione, consumo e cultura visiva. In questo senso, la mostra riflette in modo implicito sul destino contemporaneo dell’arte, sempre più immersa in un’economia dell’attenzione e della riproducibilità.

Uno degli aspetti più rilevanti del progetto è la sua capacità di rendere visibile la prossimità tra spazio museale e spazio commerciale. Alcuni ambienti evocano volutamente la logica della boutique o del pop-up store, mettendo in tensione l’idea di esposizione con quella di vendita. Armleder non denuncia né celebra questa sovrapposizione, ma la assume come dato strutturale del presente. Il museo si configura così come un luogo di transito più che di conservazione, un archivio attivo in cui le opere possono essere riattivate, ricombinate, reinterpretate. In questo scenario, il valore non risiede tanto nell’oggetto in sé, quanto nella sua capacità di generare relazioni e significati mutevoli. «Encore(s.)» propone un metodo di lettura. L’arte viene intesa come pratica di disposizione, come esercizio di attenzione verso ciò che normalmente resta sullo sfondo. Il visitatore è chiamato a confrontarsi con la propria aspettativa di ordine, coerenza e gerarchia, accettando una condizione di instabilità che rispecchia quella del sistema dell’arte contemporaneo.

Ginevra Borromeo, 30 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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