Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliL’Isola di San Giacomo in Paludo è una presenza fragile e porosa nella laguna nord di Venezia, sospesa tra terra e acqua lungo le rotte che collegano Venezia a Murano e Burano. Misura circa un ettaro ed è, o meglio era fino a poco tempo fa, una delle decine di isole abbandonate nella laguna veneziana, immersa tra barene, correnti salmastre e vegetazione alofila, in un ecosistema continuamente trasformato da acqua, vento, erosione e sedimentazione. Prima convento, poi presidio sanitario e deposito bellico, l’isola ha attraversato secoli di trasformazioni fino a diventare, dopo l’abbandono dell’esercito napoleonico, un luogo marginale e oggi uno dei progetti culturali più radicali e significativi di Venezia. È un laboratorio permanente dove architettura, ecologia, ricerca energetica, arte contemporanea e residenza culturale convivano dentro un unico ecosistema. Abitualmente esclusa dalle rotte dei vaporetti, è lontana dalla Venezia diventata negli ultimi anni il terreno privilegiato di grandi operazioni culturali private: fondazioni, sedi museali, restauri monumentali, riconversioni di edifici storici che in molti casi hanno prodotto architetture importanti e programmazioni di alto livello, ma spesso restando interne a una logica che fa dell’arte uno strumento di valorizzazione simbolica e attrazione globale. San Giacomo, fuori dai percorsi turistici ordinari e ancora priva di una vera infrastruttura di approdo stabile, introduce un’altra scala: non si è trattato solo di aprire uno spazio per l’arte, ma di rendere nuovamente vivibile un’isola abbandonata, energeticamente inaccessibile, ecologicamente vulnerabile, esposta ai cambiamenti climatici, alla delicatezza estrema della laguna.
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo © Jacopo Trabuio
GONOGO, Goshka Macuga © Jacopo Trabuio
L’avamposto veneziano della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, il cui cantiere di riqualificazione giunge oggi a compimento dopo quattro anni di lavoro, è un’operazioni di mecenatismo ambiziosa e visionaria: la un modello di convivenza tra arte, ricerca, sostenibilità e infrastruttura ambientale. Un progetto che rimette al centro un’idea profondamente umanistica di cultura intesa non come ornamento o privilegio, ma come strumento capace di costruire eredità e memoria per le generazioni future. Restauro, approvvigionamento energetico, studio ambientale, gestione delle acque, equilibrio tra conservazione e adattamento: la cultura qui non arriva alla fine del processo, ne è il motore. La presenza di Asja Energy è una parte integrante del progetto. L’isola diventa un caso studio su come intervenire in un contesto fragile, senza trasformarlo in un’operazione da brochure o nell’ennesima privatizzazione di lusso mascherata da rigenerazione culturale. La questione energetica non è tematizzata attraverso slogan ecologici o installazioni illustrative: entra nella struttura fisica del progetto, spostando l’idea di sostenibilità dal linguaggio curatoriale alla manutenzione concreta del luogo, generando un modello di futuro alternativo. Approdati sull’isola si ha la sensazione di mettere il piede su un nuovo mondo, come ci suggerisce anche GONOGO, il gigantesco razzo di Goshka Macuga che ci accoglie svettando verso il cielo con il suo scintillante corpo argenteo, che svetta alieno nel paesaggio lagunare. Seppur sia stato concepito esattamente per il posto in cui si trova, non sembra dialogare con Venezia. Da una parte l’isola rappresenta nuove soluzioni ingegneristiche e un enorme investimento sulla possibilità di restare: recuperare, proteggere, adattare, costruire un equilibrio tra uomo, architettura, tecnologia e ambiente. Dall’altra il razzo introduce anche il pensiero opposto: l’abbandono del pianeta in cerca di nuovi mondi abitabili. È il punto esatto della storia in cui l’umanità si trova.
Patriarchy = CO2, Claire Fontaine © Jacopo Trabuio
Matt Copson © Jacopo Trabuio
Dietro al razzo c’è il corpo della prima polveriera, trasformata in un monumentale e asettico spazio per l’arte. La storia dell’isola riaffiora continuamente sotto la superficie del progetto contemporaneo. Controllo, difesa, sopravvivenza, isolamento: sono elementi costantemente riscritti attraverso nuovi linguaggi. Nell’ex deposito bellico, dove un tempo si conservavano armi ed esplosivi, Matt Copson costruisce ambienti di luce immersi nella totale oscurità, i dipinti luminosi di Fanfare/Lament, realizzati con raggi laser, lasciano sulle pareti scie fosforescenti, apparizioni temporanee su una speciale superficie fotosensibile dove gli impulsi si fissano e si dissolvono come tracce mentali, graffiti ottici lasciati dall’uomo alla conquista di nuovi mondi.
Sul tetto della polveriera, Copson trasforma vento, luce, rumore e oscurità in materiali artistici. Gli aquiloni a forma di bulbi oculari che sorvolano le polveriere sono a metà tra creature carnevalesche e dispositivi di controllo. Guardano il pubblico dall’alto mentre vengono a loro volta osservati, attivando un continuo gioco di sorveglianza reciproca, in totale connessione con la laguna: senza vento collassano, perdono forma, diventano corpi inerti. La cappella in mattoni inclinata di Hugh Hayden altera immediatamente l’equilibrio fisico e mentale, lavorando su un’instabilità percettiva e simbolica. Fuori sembra sul punto di cedere. Dentro tutto continua a inclinarsi. Hayden realizza una struttura di resistenza precaria ispirata alla storia dei Tre Porcellini. Il titolo Huff and a Puff richiama il soffio del lupo cattivo: la minaccia continua di distruzione. Anche la croce lignea al suo interno, fatta con due remi e al centro l’immagine di una gabbia toracica evita ogni retorica religiosa tradizionale, per diventare un luogo di fede e sopravvivenza in un mondo sommerso, dove l’acqua prende il posto dell’aria. Sono tante le opere disseminate sull’isola: la sirena monumentale di Thomas Schütte che riaffiora dalla laguna come una creatura mitologica sopravvissuta a un collasso; il grande albero fluorescente di Pamela Rosenkranz, organismo artificiale che trasforma la natura in presenza sintetica e post-umana; il neon di Claire Fontaine, Patriarchy = CO2, che condensa dominio patriarcale, guerra, sfruttamento e crisi climatica in un’equazione brutale diagnosi del presente.
Old Tree (Pink Seas), Pamela Rosenkranz © Jacopo Trabuio
Nixe, Thomas Schütte © Jacopo Trabuio
All’interno della seconda polveriera una mostra collettiva della collezione Sandretto, intitolata Don’t Have Hope, Be Hope!, evita qualsiasi ottimismo decorativo. Le opere parlano di corpi vulnerabili, collasso, identità instabili, trasformazione. Non promettono salvezza, chiedono di produrre immaginazione dentro un presente attraversato da crisi sistemiche. I paesaggi rarefatti e quasi mentali di Lucas Arruda sembrano esistere ai margini della visibilità, tra alba, crepuscolo e memoria, come luoghi interiori impossibili da localizzare; i dipinti di Mohammed Sami trasformano il trauma della guerra e della migrazione in ambienti inquieti dove la presenza umana sopravvive soltanto come traccia; Michael Armitage lavora su superfici irregolari di corteccia lubugo, materiale funerario tradizionale africano, costruendo immagini discontinue dove memoria coloniale, paesaggio e corpo sembrano continuamente deformarsi; mentre nelle tele di Cecily Brown figure e materia pittorica si mescolano in un flusso instabile di eros, caos e dissoluzione. Anche il titolo della mostra, tratto da un’opera di Walter Price, associa l’idea dalla speranza all’assunzione di responsabilità: non ci viene chiesto di avere speranza, ma di essere la speranza, di assumere una responsabilità concreta immaginando un futuro per chi verrà dopo di noi. È forse questo il significato più profondo della nuova vita di San Giacomo in Paludo, il tentativo, nobile e ormai raro, di riportare il mecenatismo contemporaneo dentro una dimensione di rischio reale — economico, ambientale, culturale, in un luogo dove l’arte non arriva a decorare uno spazio già risolto, ma partecipa direttamente a costruire le condizioni necessarie per continuare ad abitarlo.
Altri articoli dell'autore
L’orecchio è l’occhio dell’anima sceglie la sottrazione contro la saturazione visiva del contemporaneo. Ispirato a Santa Ildegarda di Bingen, il progetto nel Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi dissolve le distanze tra il corpo, il mondo e ciò che lo trascende
In una Biennale di identità instabili e geografie spezzate, Lotus L. Kang trasforma la precarietà contemporanea in esperienza sensibile, senza cadere nel decorativismo, nella facile estetica post-organica o nella retorica curatoriale
Nella Biennale senza verdetti ufficiali, i padiglioni nazionali rivelano la propria natura: tra conflitti, memoria e responsabilità, la rappresentazione degli Stati torna a essere il vero campo di tensione
Alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, attraverso un centinaio di opere, una mostra per ricostruire l’esperienza di Guggenheim Jeune (1938–39) come momento fondativo di selezione, legittimazione e diffusione dell’avanguardia internazionale



