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Franco Fanelli
Leggi i suoi articoli400 numeri fa c’era ancora il Muro di Berlino e invece dello zenzero la gente idolatrava la rucola, i musei non erano ancora i santuari del fanatico pellegrinaggio turistico di massa, tra case d’asta e gallerie si scaramucciava senza spargere troppo sangue, i galleristi non erano ancora giugulati dal fair system, sui rotocalchi ci finivano Guttuso e Migneco e non i loro pur coevi Beuys e Pistoletto e il curatore era una grigia figura attiva nella gestione di aziende fallite; non elargiva mostre, ma al massimo offriva un caffè al depresso padrone del Mocambo nella canzone di Paolo Conte. L’arte contemporanea era una nicchia per pochi stravaganti e gli antiquari non sospettavano che un giorno i loro clienti li avrebbero traditi per Jeff Koons. Di biennali ce n’erano una più una (Venezia e San Paolo) e non una al mese. Nel maggio 1983, quando in un appartamento torinese adibito a redazione ticchettavano macchine da scrivere e il telex (simile alla telescrivente che trasmette notizie di borsa alla famiglia Addams) sostituiva fax ed email, il mondo dell’arte era una distesa d’acqua cheta e un po’ stagnante. Eppure bastava smuoverne un po’ la superficie per intuire che già germinava tutto ciò che nei 36 anni successivi lo avrebbe stravolto. Da quella intuizione nacque «Il Giornale dell’Arte». La calma piatta tanto piatta non era se negli anni Ottanta in redazione impazzivamo per far stare tutte le notizie in numeri che pure superavano spesso le 200 pagine. Ogni mese in edicola, quelle pagine dimostrano che oggi come allora l’arte e il suo sistema sono mossi e costituiti da persone e fatti che, in quanto tali, possono, devono essere trattati alla stregua e nello stile di qualsiasi altro fatto o persona che riguardi la vita quotidiana. 400 numeri fa Umberto Allemandi era una specie di allenatore che, alle prese con una nuova avventura, aveva portato con sé i giocatori più collaudati e fedeli, ma nello stesso tempo scommetteva su esordienti o quasi. Per spiegare come stavano le cose, chi scrive passò da un giorno all’altro dai banchi dell’Università alla revisione della sbobinatura di un’intervista a Enzo Cucchi con il compito di «renderla adatta a un giornale»; un mese dopo venne spedito come reporter alla Biennale di Venezia e ad Art Basel. A pensarci ora fu più difficile «tradurre» Cucchi. Fatto sta che lo spirito che muoveva un piccolo gruppo di persone (rimasto più o meno tale nei numeri e nello spirito se non nelle persone) intente a fare un giornale che parlasse d’arte in maniera, appunto, giornalistica, era quello.
La fiducia del «capo» favoriva la crescita di tutti, con la coscienza e la necessità di non dover essere per forza, in redazione, dei top player, ma dei giocatori completi, capaci di operare in tutte le fasi del lavoro, dall’individuazione dei temi all’impaginazione, passando attraverso il rapporto con i tanti collaboratori, i lettori e gli operatori inserzionisti senza i quali nessuno di questi 400 numeri sarebbe uscito. Per cui, di ritorno dalla Biennale, c’era (c’è) sul tavolo ad aspettarti e a riportarti con i piedi per terra la cosiddetta «cucina»: arte, quest’ultima, tra le più rischiose e difficili. Un piccolo gruppo di persone, il mese scorso, ha mandato in edicola 192 pagine, compresi due corposissimi «dorsi» e cinque inserti allegati, oltre ad aggiornare quotidianamente un sito internet. In 36 anni è cambiato tutto, compresi il mondo e gli strumenti dell’informazione. Per altri versi non è cambiato nulla, soprattutto in Italia: oggi come 400 numeri fa, il Ministero per i Beni Culturali è la cenerentola dei dicasteri, il suo bilancio è paradossalmente ridicolo quanto ieri, nessuna seria politica è stata attivata per sostenere il mercato dell’arte, le Accademie di Belle Arti sono ancora in attesa di sapere di che morte devono morire o di che vita potranno vivere, Venezia continua ad annegare, McDonald minaccia di aprire alle Terme di Caracalla ecc. Forse è opportuno, allora, sottolineare che un giornale che ha saputo diventare anche un network internazionale è nato e opera in Italia, Paese ai margini dell’impero economico dell’arte (e, temiamo, del futuro in senso più lato) ma al tempo stesso è il cuore del mondo dell’arte per l’entità del suo patrimonio. L’inadeguata gestione politica di quel patrimonio (e dei suoi stessi protagonisti: direttori di museo, soprintendenti, artisti, mercanti, studiosi, studenti) è una condizione apparentemente immutabile, quasi una routine. Chi fa «Il Giornale dell’Arte» sa quanto possa essere facile e anche divertente scrivere di un mondo così glamour e pittoresco come è oggi quello dell’arte. Meno facile, e anche questo lo sappiamo, è farlo mantenendo il necessario rispetto dei ruoli: sulla coscienza che questo si traduca in libertà e che la libertà, soprattutto nel fintamente libertario mondo dell’arte, comporti un prezzo discretamente salato ancora oggi si fonda il «patto» che tiene unita la squadra del Giornale dell’Arte. Poiché questo è (e vuole essere) il «vostro» giornale, vostro davvero, e poiché non potevamo invitarvi tutti a venirci a trovare nel cuore antico di Torino (siete tantissimi: non avremmo il tempo ne’ lo spazio) abbiamo pensato che fosse giusto almeno farci riconoscere, darvi la possibilità di guardarci negli occhi mentre traffichiamo per costruire queste pagine che ogni mese (e ogni giorno online) leggete. Insomma, presentarci, non restare nascosti, renderci trasparenti come quello che scriviamo, persone aperte, riconoscibili e accoglienti come se foste davvero venuti qui a trovarci, pronte a darvi sempre il più caloroso benvenuto nella nostra officina quotidiana.
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