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Anna Maria Farinato
Leggi i suoi articoli«Da regista, cerco di controllare ogni dettaglio il più possibile. Anche se una scena sembra molto naturale, non manipolata, è il risultato di una grande preparazione e messa in scena. La fotografia è per me qualcosa di completamente diverso. Direi che è quasi come un antidoto». Se dunque con la macchina da presa il maestro del cinema coreano Park Chan-wook (1963) è il perfezionista ipercinetico, con all’attivo 17 film in continuo movimento tra i generi, è dietro la macchina fotografica che mostra il suo lato più contemplativo, intimo e meno conosciuto. Il filosofo che voleva diventare pittore («ma mio fratello era più bravo di me e ci ho rinunciato»), quando veste i panni del fotografo mette da parte, almeno un po’, il desiderio di avere tutto sotto controllo: «Vedo il cinema come un mezzo che punta alla complessità, mentre la fotografia punta alla semplicità, aveva dichiarato nel 2021 in un’intervista ad “ArtReview Asia”. Al pari di una grande poesia, tuttavia, una grande fotografia ha il potere di invogliare lo spettatore a prendersi il tempo di esaminare attentamente ogni minimo dettaglio da un angolo all’altro, nonostante il suo soggetto e la sua composizione all’apparenza semplici».
Nei momenti di pausa, lo sguardo allenato al dettaglio del regista di «No Other Choice» e, prima ancora di «Old Boy» e «Thirst», si concede quindi la libertà di posarsi su ciò che lo attrae, lo stupisce o lo diverte, senza meticolose costruzioni preliminari. Le sue istantanee hanno una «regia» minima e un tempo lungo, silenzioso, sospeso. Si soffermano su momenti fugaci e quotidiani, paesaggi, scene di vita, ritratti: «Fotografo solo cose piuttosto semplici. Cose di tutti i giorni, ammette Park. Quando scatto una foto quel che conta per me è cogliere l’attimo giusto. Cerco davvero di catturare la bellezza, la stranezza, l’insolito. È proprio quell’attimo immortalato, quell’incontro che definirei quasi una “bellezza sublime”».
In concomitanza con i Rencontres d’Arles gli scatti del regista sono presentati per la prima volta in Europa in una mostra, «Park Chan-wook, In una mattina tranquilla», allestita dal 6 luglio al 4 ottobre 2026 nel centro fondato dal suo connazionale Lee Ufan e curata da Valérie Duponchelle, critica d’arte di «Le Figaro», con Juliette Vignon, che del centro è coordinatrice generale. Saranno allestite anche fotografie come «Mademoiselle Minhee Kim», una serie di scatti dell’attrice sul set del film erotico in costume «The Handmaiden» (2016).
Prima ancora, però, a maggio, Park sarà in Francia per presiedere la giuria del concorso a Cannes, dove è già stato premiato tre volte (a differenza di Venezia). «L’inventiva di Park Chan-wook, la sua maestria visiva e la sua propensione a cogliere le molteplici pulsioni di donne e uomini dai destini strani hanno offerto al cinema contemporaneo momenti da antologia», scrivono in un comunicato Iris Knobloch e Thierry Frémaux, rispettivamente presidente e delegato generale del Festival. Duecento chilometri più a ovest, nella luce provenzale amata da Van Gogh, sarà curioso scoprirne la sensibilità contemplativa in «Una mattina tranquilla»..
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