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Atelier di un antiquario a Napoli, 1798 (da C. Knight, «Hamilton a Napoli», Napoli, 1990)

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Atelier di un antiquario a Napoli, 1798 (da C. Knight, «Hamilton a Napoli», Napoli, 1990)

Le peripezie del duca de Blacas tra Francia, Italia e Inghilterra • Il «furore» degli scavi di Ruvo

Quattro puntate sulle orme del diplomatico francese e collezionista di antichità ai tempi della Restaurazione che il 18 maggio 1826 intraprese in incognito il suo viaggio nella «Terra dei Vasi» in Puglia

Nella primavera del 1826, il duca de Blacas aveva acquisito una forza politico-diplomatica, a Roma come a Napoli, pressoché insuperabile per un ambasciatore straniero. Era riuscito ad avviare scavi a Cuma e a Nola, ricevendo numerosi permessi per esportare vasi riconosciuti «degni del Real Museo Borbonico» dagli stessi ministri del Re delle due Sicilie (una condizione che solitamente ne impediva la fuoriuscita dal Regno). Carlo X era sul trono di Francia da un anno e il duca, dopo una sosta dall’incarico nel biennio 1824-25, aveva ripreso a pieno ritmo la sua attività diplomatica continuando parallelamente quella di collezionista e mecenate di artisti e archeologi.

Accadde, quindi, una cosa piuttosto singolare per una personalità tanto rilevante, abituata ai salotti più blasonati del Bel Paese. Nonostante fosse molto vicino a Raffaele Gargiulo, noto restauratore del Real Museo Borbonico e commerciante di antichità, in grado di procurargli qualunque tipo di oggetto antico volesse direttamente sul mercato antiquario napoletano, il duca decise di affrontare un lungo viaggio per andare fino a Ruvo, nell’allora sperdutissima Puglia, e concludere personalmente acquisti e «affari» più vantaggiosi. E non ci arriva come duca de Blacas, ma sotto la falsa identità di duca de Richelieu.

Siamo nel maggio del 1826 e nella piccola cittadina già da tempo è corsa all’«oro d’argilla». Giovanni Jatta, noto giureconsulto ruvese e ideatore insieme al fratello Giulio della magnifica collezione Jatta, oggi Museo Archeologico Nazionale, racconta che nel 1822 il «furore» degli scavi di Ruvo era giunto al suo apice. Il canonico Giacomo Ursi, autore di un importante manoscritto su rinvenimenti e Ricerche istoriche ruvestine, scrive che a partire dagli anni Venti dell’Ottocento e «sino al presente non ci fu né ci è persona di qualsiasi condizione, che tentato non avesse la fortuna nei scavi», e tra questi, ammetterà con non poco dispiacere, persino lui!

Le antichità di Ruvo divennero famose già nel 1814, quando alcuni vasi di grande qualità artistica rinvenuti per caso in città, furono comprati da Caroline Murat per il suo museo privato (oggi esposti nelle Antikensammlungen di Monaco di Baviera).

Vincenzo Camuccini, «Il duca de Blacas», 1820

Blacas conosceva bene, dunque, la ricchezza delle necropoli cittadine verso cui indirizza altri noti collezionisti francesi, come il Cavaliere Durand, proprio per acquistare i famosi grandi vasi apuli che vi si ritrovavano in qualità e quantità eccezionali. Sicuramente sapeva della collezione Jatta, anche perché Giovanni Jatta, personalità di spicco durante il Decennio francese, viveva e lavorava a Napoli dove frequentavano lo stesso «giro» di mercanti e antiquari. Eppure, giunto a Ruvo decide di farsi ospitare dall’arcidiacono Giuseppe Caputi, nobile prelato locale e proprietario di una collezione archeologica di prim’ordine, anch’essa ben nota alle cronache. A Caputi, Giovanni Jatta spesso rimprovera di aver svenduto le «antichità patrie» per un guadagno di cui, certamente, non necessitava e nelle lettere al fratello Giulio scrive che il duca acquista da Caputi tre esemplari di uno dei vasi ruvestini più caratteristici: il «rhyton», un vaso-bicchiere a forma di corno, a protome zoomorfa, molto richiesto dai collezionisti dell’epoca e assai documentato nei rinvenimenti locali, specialmente quelli con decorazione a figure rosse, sia apuli sia attici. Jatta aggiunge che Caputi «si ha fatto porre in ridicolo col darle tre teste al finto Duca di Richelieu, il quale era il conte Blacas, incapace di far del bene a chicchessia. Chi sa cosa si credeva cotesto imbecille! Il conte Blacas si è beffato di lui con il Sign. Durante».

Solo dieci anni dopo, nel 1836, l’arcidiacono diventerà il primo presidente della «Commissione de’ Regi Scavi di Ruvo», un organo reale di «tutela» del patrimonio locale contro l’esportazione incessante di antichità all’estero.

Perché, allora, Blacas si presenta a Ruvo sotto falsa identità, non cita mai gli Jatta e, di contro, il giureconsulto nutre una tale avversione per il nobile d’oltralpe? Davvero il colto arcidiacono ignorava l’identità del suo ospite? Sembrerebbe più credibile che il prelato «jouait le jeu» (stesse al gioco) dell’ambasciatore francese.

Il duca, che spesso nella vita privata amava chiamarsi con nomi diversi, come si evince dall’epistolario con la moglie, in questo caso nasconde la sua identità quasi certamente per motivi pratici. Non vuole destare troppo interesse a Ruvo e desidera evitare quell’aumento dei prezzi che gli antiquari locali, sia per lucro sia per convinzione patriottica, applicano nei confronti di un compratore straniero, come si rileva da numerose altre fonti archivistiche. Dei tre rhyta che Blacas acquista dall’arcidiacono Caputi, sappiamo solo che erano tra i più belli della sua collezione, senza ulteriori dettagli. Di questo viaggio non c’è traccia nell’archivio privato del duca, come non c’è alcuna menzione della raccolta Jatta e dell’importante attività collezionistica di questi due fratelli pugliesi che, fino a poco prima della Rivoluzione francese, avevano vissuto a Napoli a casa di un prozio speciale: l’archiatra Domenico Cotugno, medico personale di Ferdinando IV, lo stesso re presso cui Blacas inizia l’attività diplomatica a Napoli. Due uomini parimenti raffinati e colti, Casimir (Blacas) e Giovanni (Jatta), collezionisti di razza. Tra loro, però, un silenzio che solo il tempo e nuovi documenti potrebbero chiarire. Resta che il duca, con il suo viaggio in questo angolo di Puglia, esprime l’evidenza che in ogni collezione d’eccellenza, nata in questa prima metà Ottocento, non dovesse mai mancare un vaso proveniente da Ruvo, la Terra dei Vasi per antonomasia.  Duecento anni fa, in questi giorni, Blacas stava per rientrare, «rhyta» al seguito.

Ritratto di Giovanni Jatta (1767-1844), Collezione privata Jatta

Sir Thomas Lawrence, «Ritratto del duca de Richelieu», 1822 ca, Musée des Beaux-Arts de Besançon

Daniela Ventrelli, 15 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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