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Daniela Ventrelli
Leggi i suoi articoliLa «Madonna del Segno» nella Chiesa di San Martino a Bari è simbolo del vivace multiculturalismo che ha caratterizzato la produzione artistica e architettonica della città pugliese e della regione intera, terra di confine (e di unione) fra le due sponde dell’Adriatico e il più vicino Oriente mediterraneo. Il suo restauro ha valorizzato un bene «pubblico» all’interno di un contesto tuttora privato. La chiesetta, tra le meno note del centro storico di Bari, appartiene infatti alla famiglia Mitolo, erede dei Dottula, antico ghenos barese proprietario di numerosi altri palazzi della città tra Sei e Settecento.
La sua edificazione è stata collocata nell’ultimo periodo di dominazione bizantina del capoluogo pugliese, tra la fine del X e l’XI secolo. La prima notizia documentaria a riprova della sua esistenza è, però, del 1104. Il ritrovamento, sotto il pavimento della chiesa, di una tomba con iscrizione funeraria alla memoria di Smaragdo, sacerdote e maestro di canto, del XII secolo, ha reso verosimile anche la funzione di oratorio per San Martino, in un periodo storico in cui la musica sacra incontrava un successo particolare a Bari, come testimoniato dai preziosi rotoli di Exultet custoditi nel Museo Diocesano della Cattedrale di San Sabino. Se qualche menzione della chiesa compare ancora fino al XIV secolo, per i due secoli successivi non se ne rileva alcuna traccia nelle fonti, mentre è noto che alla fine del Seicento l’edificio fosse sotto il patronato della famiglia Dottula, cui si deve il restauro del 1716 (citato nell’epigrafe sul portale d’accesso). Risale invece alla fine dell’800 un intervento più «consistente» di cui si è riscontrata traccia sulle murature e nella ridipintura delle decorazioni preesistenti. È stato proprio allora che sono emerse le strutture sottostanti, tra cui la tomba del sacerdote cantore e i numerosi affreschi policromi, che hanno condotto alla decisione di eseguire un vero e proprio scavo scientifico nel 1994.
Risale infine al 2013 la decisione della famiglia Mitolo di avviare un programma di recupero e rifunzionalizzazione del luogo, a cura dell’Aps Martinus di Bari che, con non poca dedizione, nel 2022 riapre la chiesetta dopo mezzo secolo di chiusura e promuove la rinascita dell’affresco. Un’operazione complessa che si riflette nella sovrapposizione costruttiva dell’edificio ed è particolarmente evidente nel suo apparato decorativo, trovando il suo emblema nella «Madonna del Segno» o Platytera. L’affresco, 200x180 cm, è collocato a circa due metri dal piano di calpestio attuale, sulla parete meridionale della navata. L’iconografia, che trae origine nell’arte dell’Oriente bizantino, ritrae la Vergine seduta su un trono, orante e in posa frontale con il Bambino in asse, accomodato fra le sue gambe, con la mano destra benedicente e la sinistra impegnata a reggere un rotolo di Sacre Scritture. L’affresco si presentava in un pessimo stato di conservazione tanto che numerosi e significativi dettagli, in linea con questa tipologia di schema compositivo, erano illeggibili.
A seguito di complesse e moderne procedure di restauro, in accordo con la Soprintendenza locale, dopo due anni di lavoro oggi sono ben visibili l’aureola mariana, la mandorla policroma che simboleggiava la luce dell’empireo, i due angeli della parte superiore dell’affresco e la parte inferiore del trono o «seduta del duo», a sinistra. Marcello Mignozzi, professore di Storia dell’Arte medievale dell’Università di Bari che ha studiato la pittura prima e dopo il restauro, definisce «sottili e delicate» le pennellate impiegate per realizzare le mani e le folte capigliature degli angeli e della Vergine, tutti eseguiti «a punta di pennello». Segnala, inoltre, che la sapiente ombreggiatura nei panneggi del Bambino, come in alcuni lembi della veste materna, ha origine nella lezione sul chiaroscuro di quello che doveva essere il riferimento del frescante: il ciclo pittorico della Basilica orsiniana di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina. E se nel volto del Bambino la presenza del restauro tardo ottocentesco, rilevata dai restauratori su buona parte dell’edificio e dei suoi decori, sembra non aver troppo intaccato la forma quattrocentesca originaria, per il volto della Vergine restano predominanti «i caratteri di un ritocco ispirato ai modi del pittore barese Nicola Colonna», evidentemente necessario per colmare un vuoto riscontrato nella porzione del viso materno, perso già a quel tempo o forse molto prima. «L’esito del restauro permette di confermare che nella Puglia del Quattrocento si alternavano e interagivano, in forme sempre differenti, più correnti stilistiche, spesso mescolandosi tra loro», dichiara Mignozzi, sottolineando che non è solo il mondo adriatico a influenzare l’arte locale. È questo mélange, dunque, il segno distintivo della composizione barese, di cui possono essere ben enucleati i tratti galatinesi (le mani della Madonna, la mandorla-empireo, l’impostazione della parte superiore della figura materna), quelli adriatici (il Bambino e le sue vesti, la parte inferiore della figura mariana, la presenza degli angeli negli angoli superiori, come si rileva in altre tavole vicine allo stile di Giovanni di Francia) e infine quelli più locali, baresi (la policromia vivida e contrastante, «il tono popolaresco dell’insieme», lo stile delle pennellate e i chiaroscuri rilevabili nel perduto affresco della Chiesa del Buon Consiglio a Bari).
Il polimorfismo della cultura artistica del Quattrocento pugliese fa il paio con l’eterogeneità in cui si è declinata la partecipazione e l’intervento di enti e istituzioni regionali, sotto l’egida dell’Università degli Studi di Bari, al recupero di questo affresco: dal restauro allo studio scientifico, dal fundraising alla comunicazione strategica fino a fare della chiesetta il set per una puntata della fiction Rai, «Le indagini di Lolita Lobosco».
La «Madonna del Segno» prima e dopo il restauro
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