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Redazione
Leggi i suoi articoliNel suo blog «Avventure con Van Gogh», pubblicato ogni settimana su «The Art Newspaper», il giornalista btitannico Martin Bailey, appassionato studioso dell’artista, racconta un episodio che lega il tormentato pittore alla più stretta e tragica attualità.
Nei caveau del Museo d’arte contemporanea di Teheran-TMoca, infatti, è custodita l’unica opera dell'artista olandese presente in Iran. Si tratta di una litografia su cui lo stesso Van Gogh incise il titolo «At Eternity’s Gate» («Sulla soglia dell'eternità»). Dopo l’attacco americano e israeliano del 28 febbraio, che dolorosamente ha già causato migliaia di vittime civili, il TMoca è stato chiuso, ma i danni subiti da diversi edifici storici a Isfahan nel corso di un raid il 9 marzo e al Palazzo Golestan nella capitale iraniana, fanno temere per la sicurezza di tutti i musei, gli edifici storici e i siti archeologici del Paese.
L’esemplare oggi a Teheran è uno dei sette ancora esistenti. Risale al novembre 1882, quando Van Gogh viveva all’Aia, e raffigura un ospite della locale Casa di riposo, seduto su una seggiola e con il viso sprofondato tra le mani (l'opera è anche conosciuta col titolo «Vecchio che soffre»). L'anziano è stato identificato come Adrianus Zuyderland, una presenza ricorrente in diversi disegni dell’artista. Sette anni dopo, a maggio del 1890, Van Gogh ne trasse un dipinto con il medesimo titolo, uno degli ultimi che portò a compimento nel manicomio di Saint-Rémy-de-Provence. Il dipinto è oggi nel Museo Kröller-Müller di Otterlo.
Ma torniamo alla litografia. Bailey ne ricostruisce i vari passaggi dall’Olanda a Teheran, passando per gli Stati Uniti. Van Gogh regalò l’opera autografata a un suo amico artista, l’olandese Anton van Rappard. Dopo essere transitato per varie collezioni, all’inizio degli anni Settanta «I cancelli dell’eternità» giunse nelle mani dell'allora vicepresidente degli Stati Uniti, Nelson Rockefeller e della moglie Mary. Non vi rimase molto: il politico e uomo d’affari e newyorkese la cedette infatti al mercante Eugene Thaw, presso il quale nel 1975 Farah Diba, la moglie dello scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, la acquistò per 65mila dollari, destinandola all’erigendo Museo d’Arte Contemporanea di Teheran, che sarebbe stato inaugurato nel 1977. Il nucleo iniziale del museo, con opere di Picasso, Dalí e Chagall, era parte della collezione privata di Farah Pahlavi, ma l’elenco degli artisti occidentali, oltre a Van Gogh, è lungo: Degas, Monet, Gauguin, Rodin, Munch, Klee, Nolde, Arp, Duchamp, Léger, Ernst, Hopper, Braque, Kandinskij, Man Ray, De Kooning, Pollock, Kline, Rothko, Tàpies, Twombly, Bacon, Calder, Christo, Giacometti, Lichtenstein, Magritte, Miró, Moore, Rauschenberg, Vasarely, Warhol e altri, compresi i nostri Boccioni, Morandi, Marini, Pomodoro, Pistoletto.
Poco più di un anno dopo lo scià fu rovesciato e gli succedettero l’ayatollah Khomeini e l’attuale Repubblica Islamica. La maggior parte della collezione, compreso il Van Gogh, è rimasta per gran parte del tempo nascosta nei magazzini del museo. Nel 2017 una mostra avrebbe dovuto portare per la prima volta una selezione di quelle opere in Europa, a Berlino e poi a Roma, ma venne annullata all’ultimo momento.
Il TMoca-Museo d’Arte Contemporanea di Teheran, in Iran. Foto Creative Commons
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