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Gaspare Melchiorri
Leggi i suoi articoliProvengono da tutto il mondo gli oltre 200 studiosi e professionisti della cultura che hanno sottoscritto una dichiarazione di condanna di quello che essi definiscono un «danno irreversibile» al patrimonio culturale iraniano causato dagli Stati Uniti e da Israele, avvertendo che ciò potrebbe costituire una violazione del diritto internazionale.
La dichiarazione congiunta in questione, che è stata inoltrata per la pubblicazione alla Society for Iranian Archaeology, che comprende eminenti accademici, ricercatori e professionisti del patrimonio culturale presso Università e istituzioni negli Stati Uniti, in Europa e altri Paesi, critica anche gli Stati e le istituzioni internazionali per quella che definiscono una risposta inadeguata.
«La condotta degli Stati Uniti e di Israele ha inflitto un danno irreversibile al patrimonio culturale dell’umanità e, alla luce della Convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, potrebbe dar luogo a violazioni del diritto internazionale», recita la dichiarazione. E prosegue: «La responsabilità non ricade solo sullo Stato che viola la legge. In base alla dottrina della “Responsabilità di proteggere”, tale responsabilità ricade anche sugli Stati che non condannano, non frenano e non ritengono responsabile il trasgressore».
Sulla base di quanto riferito dal capo della medicina legale del Paese, si calcola che, dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani il 28 febbraio (che per il momento sono stati sospesi grazie a un cessate il fuoco), siano state uccise in Iran più di 3mila persone.
La dichiarazione fa seguito a una lettera legale firmata da oltre 100 esperti di diritto internazionale con sede negli Stati Uniti, nella quale si sosteneva che gli attacchi contro l’Iran violassero la Carta delle Nazioni Unite e si avvertiva che la guerra e le dichiarazioni dei funzionari statunitensi sollevano «gravi preoccupazioni riguardo a violazioni del diritto internazionale umanitario, compresi potenziali crimini di guerra». La lettera, che si concentra sulle azioni degli Stati Uniti ma esprime anche preoccupazioni riguardo al trattamento riservato dal governo iraniano ai propri cittadini e ai paesi vicini, afferma inoltre: «Le leggi sui conflitti armati limitano la condotta delle ostilità di tutte le parti coinvolte nel conflitto in corso. Temiamo che queste regole fondamentali possano essere state violate, anche nel contesto dei presunti attacchi contro civili e obiettivi civili».
Nel frattempo, secondo gli studiosi firmatari della dichiarazione, sono stati danneggiati più di 130 monumenti e musei nazionali e iscritti all’Unesco, con ulteriori distruzioni in aree urbane storiche e siti archeologici. Citando la Convenzione dell’Aia del 1954, gli autori sostengono che «la Convenzione si fonda su due doveri fondamentali degli Stati: il rispetto e la salvaguardia. Gli Stati Uniti e Israele hanno fallito su entrambi i fronti».
I firmatari richiamano inoltre l’attenzione sulla retorica che caratterizza il conflitto. Quando il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, afferma che le forze statunitensi non sarebbero vincolate da «stupide regole di ingaggio», questo atteggiamento viene definito «profondamente allarmante».
Se è vero che l’Unesco ha riconosciuto i danni subiti da diversi siti del Patrimonio Mondiale in Iran, tra cui il Palazzo Golestan a Teheran, l’edificio Chehel Sotoun del Giardino Persiano di Isfahan, la Moschea Jame di Isfahan e alcuni siti nei pressi dei siti preistorici della Valle di Khorramabad, in questo caso, tuttavia, non ha condannato esplicitamente gli attacchi al patrimonio, esprimendo invece «profonda preoccupazione» per la protezione dei siti culturali, in una dichiarazione pubblicata a marzo.
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